«È un paese da cucù»
A proposito dei graffiti di Palazzo Ducale

8 Giugno 2011  |  di  |  Pubblicato in Innovazione  |  1 Comment

È un paese da cucù[1]
ove il vento ogn’hora sta
sopportar nol posso più
perderei la sanità[2].

Piero della Francesca, Ritratto di Battista Sforza e Federico da Montefeltro, Firenze, Galleria degli Uffizi (particolare)

Piero della Francesca, Ritratto di Battista Sforza e Federico da Montefeltro, Firenze, Galleria degli Uffizi (particolare)


L’«Urbino ventoso»[3] di pascoliana memoria trova un bizzarro antecedente nell’amara ironia di questi versi graffiati nel 1665 sullo stipite di una porta del Palazzo ducale, uno tra le centinaia o forse migliaia di graffiti che affollano i muri del gioiello urbinate dell’architettura rinascimentale. In tanti, infatti, nel corso dei secoli, ne hanno usato pareti stipiti architravi come supporto per scritte e disegni.
Primo fra tutti lo stesso Federico da Montefeltro, che in maniera ossessiva segnò il palazzo da lui voluto con il suo nome e i suoi simboli. Se ne vedono quasi ovunque si volga lo sguardo: entrando nel cortile d’onore un’altisonante iscrizione latina celebra le sue gesta; sugli architravi di porte e finestre, sui camini, sui soffitti si rincorrono granate che scoppiano, giarrettiere, ermellini, aquile, spazzolini… E poi innumerevoli FC (Federicus Comes) e FE.DVX (Federicus Dux). A uno sguardo attento, sui muri si scoprono anche dei FE.DVX malamente graffiati, ben diversi da quelli incisi da abili scalpellini.
Che siano opera di Federico? Il dubbio resta aperto. Altri graffiti si devono invece quasi a membri della famiglia ducale, come quel «Eleonora Ducissa Urbini De Rvere» che parrebbe proprio una tag della duchessa Eleonora Gonzaga (1493-1550), moglie di Francesco Maria della Rovere.

Tizano, Eleonora Gonzaga Della Rovere, 1536-1537, Firenze, Galleria degli Uffizi

Tizano, Eleonora Gonzaga Della Rovere, 1536-1537, Firenze, Galleria degli Uffizi


Dopo la devoluzione di Urbino alla Santa Sede, anche i rappresentanti del potere papale (legati e vice-legati) non si peritarono di scrivere sui muri; le loro scritte sono anzi numerose. Perché? Molti dei graffiti attribuibili a quei provvisori «padroni di casa» che erano i rappresentanti del papa paiono motivati dal desiderio (stimolato forse anche dall’esempio di Federico) di lasciare traccia della propria presenza e del proprio ruolo in tanto augusto palazzo. Le sue pareti rappresentavano insomma una sorta di vetrina per i personaggi che vi soggiornavano. Forse era anche per questo se, come sembra, la pratica di scrivere e disegnare sui muri non era affatto stigmatizzata (in qualche caso pare essere stata addirittura incoraggiata). Verosimilmente nel corso del tempo la pratica assunse un carattere più trasgressivo. Almeno fino all’inizio del Novecento, tuttavia (la Galleria nazionale delle Marche aprì nel 1913) i graffiti sono numerosi e in vari casi troppo complessi ed elaborati per essere stati fatti di nascosto.
Gli stemmi graffiti dell’immagine a sinistra sono, dall’alto in basso, quello di papa Alessandro VII Chigi (1599-1667, papa dal 1655); quello del cardinale Scipione Pannocchieschi d’Elci (1600-70), legato dal 1658 al 1662 e quello del vice-legato Carlo Montecatini.

Gli stemmi graffiti dell’immagine a sinistra sono, dall’alto in basso, quello di papa Alessandro VII Chigi (1599-1667, papa dal 1655); quello del cardinale Scipione Pannocchieschi d’Elci (1600-70), legato dal 1658 al 1662 e quello del vice-legato Carlo Montecatini.


La logica dell’autoaffermazione motiva senza dubbio anche tanti altri “graffitari” – membri dell’entourage del palazzo, visitatori, turisti… Fino a quel Mirco che, sfuggendo in questo caso alla sorveglianza del personale, nel 2000 ha inciso la scritta più recente tra quelle da me individuate che recano una data – la più antica risale al 1453 (ammesso che la lettura sia corretta)[4].
Caricati di una funzione “pubblica”, per secoli i muri del palazzo sono stati usati per segnalare eventi di tutti i tipi. Possiamo così apprendere che una tal Cinzia si sposò il 12 agosto (poi corretto in settembre) 1557; che il 1° luglio del ’65 (verosimilmente 1565) tal Gio. Bartolomeo Burlando insieme a Salvatore ed altri tirò un sasso allo scrivente rompendogli un labbro; che il 27 agosto 1641, alle ore 15 (dell’epoca) un fulmine irruppe in una stanza delle sopraelevazioni roveresche o che il 20 settembre del 1683 arrivò a Urbino la notizia della vittoria dell’imperatore Leopoldo contro i turchi che assediavano Vienna (la battaglia era stata l’11 e il 12 settembre). Come moderni giornalisti, gli autori di queste notazioni cronachistiche non mancano talvolta di firmare i loro «pezzi». Chi ci informa della vittoria viennese è ad esempio «Carl’Antonio Amanti da San Marino, segretario di Monsignore Massimi Vice.Legato».
In una parte dei graffiti, soprattutto tra quelli riconducibili a servitori di casa e guardie svizzere, si intravedono motivazioni che implicano un rapporto con lo scorrere del tempo diverso rispetto all’autoaffermazione e/o alla volontà di fissare un hic et nunc con tanto di data. Ecco allora graffiti che rinviano al tempo ciclico della routine del palazzo, con i turni per tenere acceso il fuoco della stufa che scaldava l’acqua del bagno o per montare di guardia. E poi quelli che rimandano al tempo vuoto riempito dal gioco evocati dalle griglie per la dama incise su alcuni sedili o dalle tante righe che erano quasi certamente punteggi di chissà quale competizione. E quelli che ci fanno sentire il peso della noia “ammazzata” facendo disegnini e ghirigori e quelli ci comunicano l’esasperazione provocata dall’incessante sibilare del vento.

In un’altra forma ancora, rinviano allo scorrere del tempo anche i graffiti che implicano una damnatio memoriae, come i tanti nomi di donna preceduti da un W cancellati con violenti graffi incisi sulla parete, segno inequivocabile di rabbiose gelosie e di amori ormai finiti.
E se le ossessioni amorose di alcuni degli abitanti del palazzo ancor oggi possono esser colte da chi, con sguardo attento, noti il ripetersi su diverse pareti, con la stessa grafia, del nome della persona oggetto del desiderio, i lettori del Cortegiano non possono far a meno di chiedersi se la bella Elisabetta a cui sono indirizzati svariati evviva non sia proprio quell’Elisabetta Gonzaga nelle cui stanze, dopo cena, secondo Castiglione, ci si intratteneva in «soavi ragionamenti» e «oneste facezie».
Raffaello Sanzio (attribuito), Elisabetta Gonzaga, 1504-1505, Firenze, Galleria degli Uffizi

Raffaello Sanzio (attribuito), Elisabetta Gonzaga, 1504-1505, Firenze, Galleria degli Uffizi


Il palazzo «più bello che in tutta Italia si ritrovi» non appare però solo «albergo della allegria», per dirla con Castiglione. O come «felice dolce aventuroso loco», per dirla con l’autore di un graffito[5]. «Non è vero», postilla, non a caso, una scritta di altra mano, molto più tarda. Della vita urbinate a palazzo, i graffiti rivelano infatti anche gli aspetti negativi, dalle frustrazioni erotiche («Pazze Donne Donzelle perche poco [esti]mate gli ho[mini] della corte») all’amara rassegnazione del servidorame («la rota de fortuna mai non volta per te staffiere») e di chi si vede costretto a «servir con poca sorte». Tanto che a un anonimo writer la corte appare un «mar di duol», «ove stenti e sospir mai sempre hai» e «ove s’adorano per dei anco i tiranni», tanto che «in mal’ora così ne vai pian piano». Non resta allora che la fuga o almeno la sua fantasia, «il pensier di gir lontano» «per non viver più tra tanti affanni».



Uomini e donne, duchi e domestici, legati e guardie svizzere, prigionieri e turisti ci hanno insomma lasciato, sui muri del palazzo, straordinarie testimonianze (il cui studio sistematico presupporrebbe un ampio lavoro d’equipe) che ci illuminano su un ampio ventaglio di problemi. La semplice collocazione di scritte e disegni, oltre che – talvolta – il loro contenuto, ci aiuta ad esempio a individuare la destinazioni d’uso degli ambienti («‘Stanze del segretario Boncori 1691»; « Abitò qui in queste stanze L’Ill.mo Sig.re Auditore Campelli da Spoleto Nobile Cavaliere sotto la Legatione dell’E:mo Cardinal Spada»; «Alli 8 Agosto 1788 vene in quest’Apartamento Monsignor Cavriani Vicelegato»). La sicurezza del tratto, pur evidentemente condizionata dal supporto, e l’appropriatezza espressiva rivelano abilità di scrittura (e/o di disegno). I contenuti svelano interi universi di pensieri emozioni sentimenti. Ne traiamo interessanti informazioni. E talvolta non possiamo evitare di commuoverci o addirittura di sentire straordinariamente vicini gli uomini e le donne che si intestardirono a inciderli sui muri.


Ringrazio la redazione di UniurbPost per l’invito a scrivere questo breve saggio sui graffiti, che riprende una parte dell’intervento dal titolo I graffiti del Palazzo Ducale di Urbino da me tenuto il 23 marzo 2011 nell’ambito del seminario del Dipartimento di studi internazionali: storia lingue culture. Ringrazio inoltre la Sovrintendenza per il patrimonio storico-artistico e demoetnoantropologico delle Marche per aver facilitato la mia ricerca sui graffiti del Palazzo Ducale. Più ampiamente sul tema cfr. R. Sarti, Graffitari d’antan. A proposito dello scrivere sui muri in prospettiva storica, in “Polis. Ricerche e studi su società e politica in Italia”, vol. 21, 2007, n. 3, pp. 399-428; Ead., Renaissance Graffiti. The case of the Ducal Palace of Urbino, in Domestic Institutional Interiors in Early Modern Europe, a cura di S. Evangelisti e S. Cavallo, Aldershot, Ashgate, 2009, pp. 51-82. Dopo aver scritto questo breve contributo, ho appreso che nel 2010 è stato pubblicato un libro (che non ho visto) dal titolo Il paese del cucù. Declino morale e crisi della società italiana. L’autore è Stanislao Tobe, la casa editrice Gruppo Albatros Il Filo.
Ringrazio Tommaso di Carpegna per l’aiuto nell’individuazione e decifrazione di questo graffito, e Salvatore Ritrovato per l’assistenza nella trascrizione.
Nella versione pascoliana l’aggettivo è al maschile («ventoso») non al femminile («ventosa»).
Il graffito non è chiarissimo ma questa pare essere la lettura corretta. Maria Luisa Polichetti, ‘Nuovi elementi per la storia del palazzo: restauri e ricerche’, in Il Palazzo di Federico da Montefeltro, ed. Maria Luisa Polichetti, Urbino, Quattroventi, 1985, pp. 137–79 (in part. pp. 163–4) menziona due graffiti che io non ho visto leggibili l’uno come 1449 o 1455 e l’altro (diverso da quello da me individuato) come 1453. Tali graffiti sono rilevanti per la datazione del palazzo.
È possibile che l’autore non si riferisse all’intero palazzo ma solo al luogo appartato, nel vano della scala a chiocciola di uno dei torricini, dove fece la scritta.


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