Museo Casa 100 anni
Memorabilia del XX secolo a cura di urbinate doc

27 luglio 2011  |  di  |  Pubblicato in Tempo Libero

Signori in carrozza. Saliamo sulla macchina del tempo di Guidubaldo Balsamini, urbinate doc nel nome e nel cognome. Dalla Biblioteca Centrale dell’Ateneo dove presta servizio da più di vent’anni ci accompagna fino a varcare la soglia della sua casa in piazza Mercatale, ereditata dai nonni, per ritrovarci nel mezzo del “secolo breve”.

E’ una tipica abitazione urbinate, di quelle “a torre”, stretta fra le mura di case “tutte attaccate” che un tempo destavano la meraviglia dei bambini provenienti dalla campagna: quattro piccoli piani uno sopra l’altro che oggi raccolgono migliaia di “memorabilia”, oggetti capaci di rievocare momenti e luoghi del passato e che ci parlano prima degli uomini poi della storia.  Verrebbe da definirlo un “museo” se lui non si schernisse: “Più che un museo la definirei una raccolta perché non è il frutto di una selezione filologica o storico-scientifica. Anche la disposizione del materiale è legata più all’organizzazione degli spazi che a un preciso percorso cronologico o tematico. Lo stesso rettore Pivato, docente di storia contemporanea e appassionato di memorabilia, che è stato qui qualche giorno fa, ritiene necessario valorizzare quei pezzi che hanno un particolare significato storico e sociale ma ancora  accostati ad altri meno significativi”.

Proviamo almeno a fare ordine sulle origini della collezione. Quando gli chiediamo se ci sia una “Numero uno” Guidubaldo non ha dubbi: “Eccola qua – dice mostrandoci un modellino – è la Jaguar E-type di Diabolik. Mio padre spese cento lire per regalarmela nel 1965. Avevo due anni e da allora continuò a regalarmi automobiline e trenini che hanno dato il via alla raccolta”.

Ma cosa ti ha spinto al salto di qualità?

La lettura dei libri di storia. Mi suscitavano la voglia di essere presente nei luoghi descritti, di toccare con mano gli oggetti della vita quotidiana, che poi ho ritrovato nei mercatini antiquari del centro Italia, da Fano a Gambettola fino ad Arezzo.

Descrivere tutto è impossibile, l’impressione è che si faccia prima a chiedere cosa manca.

“Le armi. Sia per il problema dei permessi che per una mia personale avversione”.

Ma la storia grande e piccola è comunque scandita dalle guerre, così una stanza riproduce il fronte della Grande Guerra, grazie alla ricostruzione delle trincee italiana e austroungarica che si contrappongono anche nelle cose: gavette, giberne, lanterne, divise, medaglie, la cosiddetta buffetteria militare. Saliamo poi un paio di scalini e ci appare l’orbace delle camicie nere sotto il significativo manifesto: “Votare è un dovere. Per gli stitici… cura adeguata”, chiara allusione all’olio lassativo allora tanto in voga. Il secondo conflitto mondiale ci passa poi davanti indossando il cappotto da ufficiale della Vermacht, la divisa dei bersaglieri, gli elmetti, le medaglie, un telefono da campo e altre militaria.

Fortunatamente la guerra non dura per sempre, così nella stanza successiva si respira aria di quiete domestica: nella cucina è stato riaperto l’originale forno a muro, tutto è pronto per il pranzo. Ai piatti e alla posateria si accompagnano gli attrezzi per far la pasta in casa e il pentolame rigorosamente di rame. E siccome parlare di tempo libero allora era ancora impensabile, dopo il pranzo c’erano arcolaio, carda e telaio ad attendere le nostre nonne.

Siamo infine nell’ultima stanza. La storia ha un lieto fine, il cuore si rianima come fu per lo spirito del tempo: siamo nel boom economico ed ecco la prima televisione, gli elettrodomestici ma soprattutto ciò che mostra il ruolo di Urbino nel Miracolo italiano: due “macchine per permanenti senza fili” ovvero caschi da parrucchiere della GAMPIVU, fondata nel 1934 dall’urbinate Antonio Valentini e ancora oggi attiva (ma a Fermignano). Chi volesse provare una permanente alla Silvana Pampanini si può accomodare, sono ancora perfettamente funzionanti.

Finito il ventesimo secolo, finiti gli spazi, cessata la raccolta. E adesso?

Adesso spero che si possa trovare un’adeguata e più agevole collocazione, anche perché questi locali non consentono una regolare apertura al pubblico. Naturalmente sono a disposizione per visite singole o per concedere parte del materiale a mostre o rievocazioni. Chi volesse fare una visita virtuale o sostenere la mia iniziativa può comunque visitare la mia pagina facebook “museo100annidi…” con le foto e lo spazio per i commenti.

E visto che il Magnifico lo ha visitato,  chiediamo a lui se davvero non possiamo chiamarlo Museo.

“Ha ragione Guidubaldo – conferma il rettore Stefano Pivato – in effetti un museo richiederebbe un apparato didascalico ed espositivo diverso. Tuttavia di materiale per fare una selezione importante ce n’è: le maschere antigas, la prima televisione, i documenti, le divise, segnano momenti importanti e significativi del Novecento. Andrebbero valorizzati e descritti contestualmente. Non vi nascondo poi che alla vista del “Galletto” di mio padre mi sono commosso…”.

Che cos’è il Galletto? Domandate a Guidubaldo.

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