Fiam Italia, icona di design alla Triennale di Milano
Il patron Vittorio Livi, membro del Cda dell’Ateneo, ci racconta come ha conquistato la scena internazionale

12 settembre 2011  |  di  |  Pubblicato in In evidenza (B), Slider

Fiam Italia è stata selezionata come uno dei maggiori esempi del genio imprenditoriale italiano all’interno della quarta edizione della mostra ‘Le Fabbriche dei sogni. Uomini, idee, imprese e paradossi delle fabbriche del design italiano’ ospitata, fino a febbraio 2012, a Triennale Design Museum di Milano, punto di riferimento internazionale nel mondo della cultura e del design contemporaneo.

L’azienda pesarese, fondata da Vittorio Livi nel 1973, progetta, sviluppa e produce elementi di arredo in vetro curvato, realizzati seguendo processi artigianali e industriali insieme, fondendo allo stesso tempo tradizione e innovazione, lavorazione manuale e design.

Vittorio Livi - Archivio fotografico Fiam Italia

Vittorio Livi - Archivio fotografico Fiam Italia

Vittorio Livi, patron della Fiam Italia, è membro del Consiglio d’amministrazione dell’Università di Urbino. Lo abbiamo incontrato per porgli alcune domande.

Fiam è dunque nella rosa di imprese che hanno contribuito a creare il sistema del design italiano dal dopoguerra a oggi e a decretarne il successo nel mondo. Cosa ha significato per la sua azienda?

“Da quasi 40 anni la Fiam persegue con coerenza lo spirito della propria mission capitalizzando la propria identità. E’ un onore sapere che questo venga riconosciuto anche dai massimi esponenti del settore, in una manifestazione così importante come è questa alla Triennale di Milano, il miglior luogo deputato a rappresentare la cultura del design italiano”.

Il design made in Italy ha rappresentato un fenomeno energico, unico a livello internazionale, autonomo e rigorosamente legato al territorio e alle capacità imprenditoriali della piccola industria e alla creatività dei progettisti. Il design è stato inoltre espressione del bello e ben fatto, uno dei ‘brand’ più potenti. Qual è oggi il ruolo del design?

“Il design italiano è sempre più importante perché è diventato un fattore sociale nel dopoguerra, superato il fabbisogno per la sopravvivenza e successivamente quello degli elettrodomestici, auto ecc., il mercato dei consumi è diventato sempre più esigente, pretendendo oggetti sempre più belli, quindi alle leve funzione, prezzo, qualità, viene sempre più richiesta la forma/emozione. Prima questo avveniva solo su prodotti di alto livello, mentre oggi questa esigenza è comune a tutte le fasce di mercato, acquistiamo quello che ci gratifica di più, soprattutto esteticamente, inoltre il design oggi coinvolge anche il packaging, la grafica e la comunicazione. Per fortuna noi italiani siamo pieni di buongusto e questo per noi si rivela una materia prima fondamentale”.

Il design è uno dei motori dell’innovazione. Ma non l’unico. Ad esso si affianca l’innovazione tecnologica e quella nei sistemi manageriali. Quanto contano per Fiam Italia?

“L’azienda è un bene sociale molto importante, va mantenuto efficiente ed attuale, guardando sempre più al futuro, questo vale soprattutto per le ricerche ed il management, il fattore umano è l’elemento più importante in azienda, e non solo”.

Alla Triennale di Milano sono stati selezionati una carrellata di oggetti icone del design. Di Fiam Italia sono esposti la poltrona Ghost, lo specchio Caadre e l’espositore Seideboard, ideati da design di fama internazionale come Cini Boeri, Philippe Stark e Hannes Wettestein. La sua azienda è nota per attrarre designer stranieri. Perché scelgono di lavorare nel suo laboratorio di ricerca? Quanto sono importanti queste collaborazioni?

“La nostra azienda ha sempre collaborato con designers italiani e stranieri, indifferentemente, l’importante è che fossero maestri di una corrente di design e che proponessero progetti non per mercati specifici, ma di respiro internazionale, così com’è la nostra distribuzione. Nei laboratori della Fiam abbiamo sempre assecondato le idee dei progettisti anche quando queste sembravano irrealizzabili perché i designers, come gli artisti, hanno un quoziente di estro superiore che ti permette di condurre delle ricerche avanzate; grazie a questi stimoli, siamo riusciti ad attivare nuove tecnologie che ci hanno permesso di realizzare oggetti che rimarranno “senza tempo”, icone del mercato. Un nostro tavolo, “Illusion” disegnato da Philippe Starck , lo scorso mese di giugno, è stato battuto ad un’ asta di New York a $ 50.000”.

Alla Triennale si raccontano anche i paradossi delle fabbriche italiane del design. Ce ne racconti uno.

“Abbiamo realizzato, con lo Studio Hans Wettstein, una collezione denominata “Sideboard”, composta da espositori e contenitori veramente belli ed innovativi; lo staff interno aziendale e tutto l’apparato commerciale esterno era convinto del successo di questa linea, eppure si è rivelato un flop presso il pubblico”.

La Triennale è allestita in modo che gli oggetti entrino in dialogo con i progettisti e le storie dei grandi uomini di impresa si intrecciano con le loro biografie personali. Quali sono gli oggetti che descrivono la sua biografia? E l’oggetto che ama più degli altri?

“Nel 1968, mentre gestivo altre vetrerie, in una di queste, la “Curvovetro”, abbiamo realizzato uno sgabello per seduta in vetro curvo, un fotografo mi riprese mentre ero in piedi sullo stesso ed inviò la foto ad alcuni giornali che la pubblicarono; questa immagine suscitò molta curiosità poiché nessuno allora immaginava che il vetro fosse così resistente. Da quell’episodio mi è nata l’idea di realizzare tutta una collezione di elementi d’arredo in vetro curvato. Così dopo aver studiato e realizzato forni appositi nel 1973, presentai la Fiam, prima in assoluto anche sul mercato internazionale . Un secondo prodotto molto importante è stato il tavolo da pranzo “Ragno”, da me progettato, il primo tavolo da pranzo monolitico della storia, non esistevano altri tavoli con questa caratteristica, neanche in legno o metallo. Un prodotto che è diventato un’icona del settore è la poltrona “Ghost”, sembra un prodotto magico, fatto di niente, solo di un segno e rappresenta molto bene la nostra collezione. Infine un prodotto che io amo molto, anche perché oltre ad essere bello ci ha dato molte soddisfazioni anche nella distribuzione internazionale, è lo specchio “Caadre” progettato da Philippe Starck; articolo molto ambito dal pubblico femminile”.

“Le soluzioni basilari e essenziali non passano mai di moda; il resto è styling” diceva Bruno Munari. Negli oggetti che produce che rapporto c’è tra valore funzionale, segno e poetica? E tra forma e funzione?

“Nell’attuale campagna pubblicitaria c’è un head line che recita “Miti quotidiani”; noi produciamo elementi d’arredo che per l’intrinseco materiale usato e per le sue linee di design sono pensati per essere inseriti in qualsiasi contesto d’arredo, sia per stile, essenza e colore, prodotti che non vengono inflazionati dalle mode e possono durare per sempre. Oggetti che gratificano ogni giorno, ma che possono rivelarsi anche un buon investimento, come il tavolo Illusion menzionato sopra”.

Ho letto che da ragazzino aiutava suo padre a curare un piccolo terreno ortofrutticolo. Qual è stato il sogno da ragazzo che l’ha condotta in questa avventura riuscita?

“Prima la ribellione allo stato di vita disagevole in cui mi trovavo, poi il piacere di lasciare una traccia della mia storia dando un senso alla mia vita”.

Per i giovani di oggi il periodo è stimolante ma difficile. Che ne pensa? Come immagina il loro futuro?

“Ai giovani dico che ognuno è artefice del proprio futuro, ricordando che “un sogno non è mai solo un sogno”, perché chi fortemente vuole, può avere. Tutti i momenti sono difficili per chi non vuole, mentre tutti i momenti sono pieni di opportunità per chi fortemente vuole. Chi non fa, ha bisogno di drogarsi, chi fa, ha la droga della vita che la rende ogni giorno più bella e più ricca. I nostri genitori ci hanno liberato dalla guerra, noi abbiamo provveduto ad un buon sostentamento, i giovani dovranno liberare il mondo dalle ingiustizie etiche. Nella storia ci sono sempre stati dei nuovi avvenimenti, ma è la velocità degli stessi che è cambiata, dovranno dirigere il futuro verso un circolo virtuoso, altrimenti metteranno a rischio l’estinzione dell’umanità”.

Lei è nel Cda dell’Ateneo. Quanto conta per i ragazzi la formazione, la preparazione universitaria per riuscire nei propri progetti?

“Una buona esperienza universitaria è propedeutica alle future tappe della propria vita, si crea un bagaglio di cultura e di esperienze che arricchiscono la propria personalità e che saranno da stimolo per qualsiasi esperienza intrapresa che dovranno affrontare nella vita, anche se il lavoro che faranno non sarà strettamente correlato allo studio condotto”.

Quanta Europa c’è nella sua azienda?

“Per Fiam ho pensato in chiave europea sin dall’inizio, la distribuzione in alcuni di questi stati è iniziata prima di alcune regioni italiane, anche perché avevano una cultura più adatta a recepire il nostro prodotto, forse troppo in anticipo rispetto ai tempi”.

L’Europa vede l’Italia di questi giorni non credibile ed efficace riguardo la manovra di governo che dovrebbe scongiurare una deriva finanziaria. Come giudica questo momento storico e qual è la sua ricetta anticrisi?

“Abbiamo creato un apparato burocratico troppo pesante da mantenere, si dovrebbero spostare le persone dagli enti superflui alla produzione o ad attività innovative tipo l’ecologia, le energie alternative o il mondo della telematica; sono veramente tanti, molti più di quelli che si possa pensare, dovremo applicare più disciplina a tutti i livelli”.

La creatività, il genio e la fantasia italiani possono essere visti come ipotetiche vie d’uscita?

“L’italiano è un popolo mediamente gaio e gaudente, costantemente stimolato dalla qualità della vita, dai paesaggi, dai monumenti storici e dal clima, tutto questo credo che ci renda chimicamente dei creativi, pieni di genio e fantasia, qualità che ci salveranno da tante situazioni, ma non dobbiamo correre il rischio di perdere di credibilità”.

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