Uccidiamo l’“identità”
Per salvarci da piccoli interessi e grandi ipocrisie

26 ottobre 2011  |  di  |  Pubblicato in Post Opinion, Slider

Capisco che è una battaglia come quella per il ripristino del congiuntivo. Cioè a dire persa in partenza. Però ci provo comunque. La proposta è semplice: aboliamo il termine “identità”. Per carità: dietro questa proposta non c’è alcuna intenzione di fare il verso al provocatorio “Uccidiamo il chiaro di luna” di marinettiana memoria. Più semplicemente c’è la volontà di abolire un termine che nel linguaggio corrente – anche di noi universitari – non solo ha perso il suo significato originario ma cela anche qualche malinteso.

Perché? Perché così come oggi viene comunemente usato (e abusato)  “identità” è un vocabolo che ha perso – mi si passi il gioco di parole – la sua originaria identità. La parola conosce una grande fortuna a partire dalla seconda metà degli anni Novanta quando, di fronte alle spinte disgregatrici dei movimenti separatisti gli storici, i politici e gli opinionisti lo elevano a sinonimo di “unità”. Unità nazionale. Non a caso è alla fine degli anni Novanta che viene concepita da Il Mulino una fortunata collana editoriale (L’identità italiana) che in cinquanta volumi cerca di definire i caratteri della nostra fisionomia nazionale.

Foto di Donatello Trisolino

Foto di Donatello Trisolino

Chi scrive è ovviamente un “pentito” visto che a quella impresa editoriale ha partecipato e nei suoi studi ha fornicato a piene mani con il termine. Ma oggi le cose sono radicalmente cambiate e l’uso (abuso) della parola ha assunto una accentuazione semantica di segno decisamente razzista. In definitiva il vocabolo è emigrato dal lessico degli storici a quello dell’uso pubblico e corrente del linguaggio. E, anziché riferirsi a elevati e nobili traguardi, viene correntemente usato (e abusato) da quanti si ergono a tutori di interessi spesso meschini. Oggi viene per esempio invocato da quanti si sentono minacciati  dalla “invasione” degli extracomunitari. Oppure da coloro che  difendono l’esistenza delle province nel recente dibattito sulla abolizione degli enti inutili. Non parliamo poi di quel che succede nell’agone politico dove la parola serve per assemblare e riassemblare le più disparate compagini attorno a presunti interessi “identitari” (qualcuno dovrebbe spiegarmi l’identità politica del gruppo di Scilipoti).

Per paradosso la parola, invocata a metà degli anni Novanta da quanti si opponevano alle spinte disgregatrici dei leghisti, viene usata dagli stessi seguaci di Bossi che si ergono a tutori della “identità” dei dialetti di origine camuna contro la lingua di Dante.

Lo stesso fenomeno si registra nella comunità accademica dove la difesa della identità è stata accampata prima di fronte alla scomparsa di piccole realtà (istituti o centri di ricerca), poi delle facoltà (semmai scompariranno) e poi di qualunque aggregazione che scombinava “interessi” (sempre nobili per carità) a discapito di istituzioni più grandi e magari più razionali come i Dipartimenti (ma in questo caso in realtà non di razzismo ma di pigrizia si tratta).

Sono pochi esempi che però dimostrano – per richiamare un delizioso volumetto di Carofiglio – che c’è stata una vera e propria manomissione della parola. Un po’ come è avvenuto per il termine libertà, oggi spesso evocato per salvaguardare interessi e privilegi particolari e non il profitto del bene comune.

E allora? Allora cessiamo di usare il vocabolo in questione. Certo non è che con la sua abolizione avremo risolto il problema della difesa a oltranza di quei piccoli (e spesso meschini) interessi che oggi si ammantano di “identità”. Ma almeno eviteremo il ricorso a una parola che all’origine aveva una sua nobiltà. E che oggi, spesso, serve a nascondere piccoli interessi e grandi ipocrisie. Magari ricorriamo ad appartenenza. Oppure a fisionomia. E perché no a carattere. Oppure decliniamo nelle varie forme verbi come partecipare o riconoscersi. Insomma, usiamo dei sinonimi ma in ogni caso smettiamola con “identità”.

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