Per fare Musica ci vuole il Fisico
La carriera musicale di Claudio Caracci, da Sanremo a oggi

16 gennaio 2012  |  di  |  Pubblicato in Tempo Libero

Se andate in cerca di “geniacci”, gli informatici e i loro covi sono sempre  una garanzia. Il Servizio Informatico dell’Ateneo conferma l’assunto nella persona di Claudio Caracci, Laurea in Fisica alla Sapienza e una vita tra musica e microchip. I primi rudimenti musicali grazie alla chitarra donatagli dal padre, già suonatore di banjo, poi gli anni dell’università a Roma dove incontra altri ragazzi appassionati di tastiere e sintetizzatori.


«Alla fine degli anni ’80 l’elettronica, se voleva farsi musica doveva ancora sporcarsi le mani sulle tastiere” ci racconta evocando le sue prime esibizioni “così  cominciai a comporre canzoni assieme ad altri studenti esibendoci con il gruppo rock “Caduta Massi” dove ero anche voce solista».
Non c’era ancora “X Factor”. Qual’era allora la strada verso il successo?
«Si registravano le canzoni sui DAT (Digital Audio Tape) nastri magnetici che si inviavano alle case discografiche o alle radio. Io ebbi la fortuna di essere chiamato a “Sanremo Giovani” nel 1994, dove mi esibii come cantante solista con il brano “Prova un Boogie”, arrivando 46esimo su 200 concorrenti».
Un buon trampolino di lancio
«Quanto meno mi diede l’opportunità di incidere il mio primo cd, una raccolta di musica elettronica soft che intitolai “Ferrari in corsa” (Philology, 1996). L’anno stesso venni assunto dalla General Music, azienda produttrice di strumenti musicali, come progettista di tastiere, così potei restare nel settore musicale e continuare a incidere dischi».

A quel punto la musica di Claudio si evolve verso un’elettronica più roccheggiante: pubblica il cd “Shiva” nel 2003 e quello successivo, “Particelle” (2008), viene trasmesso su Radio Uno nel 2009 durante la trasmissione “Demo”. Nel frattempo viene assunto all’Università di Urbino, anche perché, ci confessa, “di sola musica, almeno per i comuni mortali, non si campa”. Le reinterpretazioni di brani classici della musica rock in chiave elettronico-levantina contenute nell’ultimo cd “Orientalize”  riscuotono comunque attenzione. E non si può dire che gli manchi l’ironia: titoli come “Let East Be”, “O Shiva Mio” o  “Mosque on the water” raccontano da soli origine e destinazione.
Ma quali strumenti di comunicazione utilizzi per promuovere la tua musica?
«Naturalmente sono presente sui principali social network ma soprattutto tengo sempre aggiornato il mio sito www.caracci.it dove si possono ascoltare tutte le mie composizioni».
Come misuri il successo delle tue canzoni?
«C’è un riscontro oggettivo che si rileva dai diritti SIAE dei brani che vengono eseguiti o trasmessi».
Perciò sai dirci anche qual è il tuo cavallo di battaglia?
«Certamente: la mia versione dell’inno di Mameli, composta nel 2011 rieditando soprattutto il testo, pensandolo più attuale ed eliminando gli arcaismi e le ridondanze ottocentesche. Anche grazie alla concomitanza con le celebrazioni dell’Unità d’Italia, mi ha dato ottime soddisfazioni».
Una spinta verso nuovi progetti.
«Progetti che ora si stanno realizzando, in quanto gli ultimi tre anni li ho passati a preparare il cd “Millennium” di imminente pubblicazione, che oltre a contenere lo stesso Inno di Mameli si avvarrà della collaborazione di una splendida voce femminile».
La conosciamo?
«Non potete non conoscerla, sia come urbinati che come universitari: è la collega Daniela Battisti, che nella canzone “Tokyo” canta insieme a me in inglese, italiano e giapponese».
La strada verso l’internazionalizzazione dell’Ateneo passa anche per la musica.


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