In onore alla Passeggiata Carlo Bo
Il ricordo di un allievo, Gastone Mosci

18 gennaio 2012  |  di  |  Pubblicato in In evidenza (B), Slider

Quando Carlo Bo è arrivato a Urbino, domenica 13 ottobre 1938, è entrato in città dopo il baluardo detto di Belisario, da porta nuova ha imboccato la strada delle mura, ha costeggiato il Pincio, si è trovato nel complesso dell’esedra del Teatro Sanzio e sotto la facciata dei Torricini, nella via del porticato è sceso all’Albergo Italia, la vecchia locanda. Bo ha attraversato la città moderna dell’innovazione urbanistica dell’Ottocento, organizzata sull’arteria stradale di Fulvio Corboli Aquilini e sul progetto teatro e assetto urbano dell’architetto Vincenzo Ghinelli: Urbino in pianura rispetto alle discese di Valbona e di Lavagine, alle salite del Monte e del Poggio. Era la città di 150 anni fa, l’immagine urbanistica inedita, maturata con molta creatività nel trapasso dallo stato pontificio allo stato unitario, fra gli anni quaranta e settanta dell’Ottocento, che conduceva con i portici all’antico pian di Mercato, il cuore degli incontri e della vita. Era la città della gente – quella che Bo ha subito incontrato -, delle vasche sotto i portici, dell’orologio in piazza, del Circolo Cittadino, già Gabinetto di lettura, del giornalaio.

"Il Pincio" - Archivio Università

"Il Pincio" - Archivio Università

Al lunedì mattina, dopo una notte di dubbi e di domande sulla sua scelta, una giornata radiosa animava quel groviglio di strade, quell’ambiente umile e luminoso d’arte, quell’animazione degli urbinati che guardavano con curiosità e simpatia un giovane professore di ventisette anni. Così Bo raccontava nell’anniversario dei suoi 50 anni di rettorato la cordiale accoglienza riservatagli sessant’anni prima all’università. Quelle strade, quella luce azzurra d’un cielo limpido, il Palazzo Ducale, l’Università, i volti dei cittadini, l’Albergo Italia, il Circolo cittadino, gli studenti, i professori, il paesaggio delle colline urbinati sono diventati per lui un luogo familiare, amato, creativo, progettuale che si alternava alla residenza a Firenze dove aveva studiato e viveva, a Milano dove si era trasferito durante la guerra insieme a Marise Ferro, alla Sestri Levante della sua giovinezza. Il giorno dopo, quel lunedì, è diventato l’ottavo giorno della sua “città dell’anima”, della grazia, della pacificazione, della bellezza vissuta fino al suo ultimo giorno di vita, da magnifico rettore. L’amore di Bo è stato ricambiato dalla città, dagli urbinati in una quotidianità fedele, come era il suo stile: di ascolto, di partecipazione, di fiducia, di silenzi, di umanità. L’amministrazione comunale e il corpo sociale dei cittadini gli dedicano nel suo Centenario la “Passeggiata Carlo Bo”, l’intitolazione dell’esedra, un luogo simbolo delle novità urbinati di 150 anni fa, del clima moderno, cittadino, seguito all’idea del teatro ed all’intelligenza urbanistica del Ghinelli. Nel prosieguo il Pincio era un prato impervio, il prolungamento di Cafante fra Palazzo Ducale, Università e Monastero delle Agostiniane. In quel riassetto urbanistico l’Amministrazione comunale ha voluto realizzare un giardino pubblico ed una strada nuova per accedere al Palazzo Ducale. Ed in quel contesto di un secolo operoso passa la modernità: teatro, nuova strada d’ingresso in città, parco, la nuova via delle mura con il porticato, Palazzo Nuovo Albani, l’animazione di pian di Mercato.

Prof. Gastone Mosci -  Foto di Paolo Bianchi

Prof. Gastone Mosci - Foto di Paolo Bianchi

Il luogo è fortemente rappresentativo e suggestivo. Così Franco Mazzini nel suo libro su Urbino presenta l’ambiente della “Passeggiata Carlo Bo”: “un arco crescente di quel paesaggio che a Urbino è interlocutore quasi obbligato anche di ogni fatto monumentale, a cominciare dal palazzo ducale; ma che qui diviene protagonista. Dal baluardo di San Polo, dove quell’arco si apre a 180 gradi, oltre la successione delle morbide quinte collinose, tipica dell’Appennino marchigiano, possono individuarsi nei profili all’orizzonte, proprio di fronte, le sagome dei monti Nerone, Petrano, Catria, Pietralata”.  Quei fotogrammi hanno accompagnato la riflessione su Urbino di Carlo Bo, hanno stimolato la composizione poetica di Paolo Volponi e sollecitato le immagini grafiche di Francesco Carnevali, Leonardo Castellani, Carlo Ceci, Renato Bruscaglia. Il Novecento è il secolo dell’Università e di Carlo Bo e della città restituita allo splendore rinascimentale.

Gastone Mosci, docente di Lingua e Cultura Francese


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