Dedicato a Carlo Bo
A 101 anni dalla nascita, il prof. Giovanni Bogliolo ne ricorda l’immensa figura

18 gennaio 2012  |  di  |  Pubblicato in In evidenza (B), Slider

Si terrà sabato 21 alle ore 16, a pochi giorni da 101 anni dalla nascita dello storico Rettore (Sestri Levante 25 gennaio 1911 – Genova 21 luglio 2001), la cerimonia di intitolazione a Carlo Bo della “Passeggiata Carlo Bo”, il tratto di strada che dall’Esedra, presente ai piedi dei Torricini del Palazzo Ducale, arriva a intersecarsi fra via Salvalai e corso Matteotti, il percorso chiamato comunemente “Il Pincio”, il belvedere della città.

In questa importante occasione UniurbPost vuole ricordarne l’immensa figura e rievocare la passeggiata che lo storico Rettore era solito fare.

Carlo Bo arrivò a Urbino a soli 27 anni. Dal 1947 al 2001, ininterrottamente per 53 anni, è stato rettore dell’Università di Urbino, che è stata poi intitolata al suo nome nel 2003.

Carlo Bo - Archivio Università

Carlo Bo - Archivio Università

La prima di queste rievocazioni è del prof. Giovanni Battista Bogliolo, successore di Bo nel Rettorato dell’Ateneo urbinate. Lo scritto è apparso su “Il Secolo XIX”  il 24 gennaio 2011 con il titolo:

“Carlo Bo. Cent’anni di libritudine”

“Letteratura come vita. Ogni volta che si parla di Carlo Bo, per condensare in una formula il senso della sua personalità intellettuale si fa ricorso al titolo del discorso che egli pronunciò ventisettenne a San Miniato imponendosi come teorico del nascente Ermetismo e come maestro della sua generazione. E non tanto nel senso profondo che aveva quell’espressione, di una letteratura concepita come «massima condizione dello spirito», non strumento di lettura della realtà, ma essa stessa forma suprema di conoscenza, quanto, più banalmente, nel senso di religione delle lettere, di vita vissuta all’insegna della letteratura e spesa al suo servizio.

C’è stato sicuramente anche questo in Bo, un intenso e fervido operare in tutti gli ambiti che alla letteratura si possono ricondurre, una dedizione e un costante prestigio che per vari decenni del secolo scorso l’hanno fatto apparire – anche fisicamente: alto, solenne, arguto e taciturno – come l’incarnazione e l’emblema della nostra civiltà letteraria. Critico e lettore acutissimo, capace di individuare con rabdomantica sensibilità le voci più genuine della letteratura europea e di dialogare con esse; ascoltato consulente editoriale, curatore di edizioni di classici italiani e stranieri e, soprattutto nel caso di Lorca, straordinario traduttore; recensore attento e generoso dell’attualità letteraria; animatore di riviste culturali e presenza costante nella terza pagina dei maggiori quotidiani; membro, ma più spesso presidente, di premi letterari piccoli e grandi: più ancora che un uomo-penna, come s’era legittimamente chiamato Flaubert, un uomo-letteratura.

La definizione ha il merito di non appiattire la figura dello studioso e del critico nella convenzionale immagine del professionista delle lettere o, peggio, dell’operatore culturale. Bo, che in quel discorso giovanile aveva definito la letteratura «una condizione, non una professione», è stato molto di più: senza mai venir meno a quella concezione alta e senza neppure abbandonare mai l’abito del letterato puro, ha saputo diventare non solo testimone e interprete, ma anche attore del suo tempo. Con lui il ruolo del critico letterario si è dilatato fino a toccare, senza scarti di coerenza né soluzioni di continuità, i territori non sempre contigui della riflessione morale, dell’analisi politica e della critica di costume e si è sdoppiato, anche qui senza apparente frattura, in quello, laborioso e assillante, di rettore dell’Università di Urbino, a cui si è presto aggiunto, di fronte ai risultati conseguiti, quello di nume tutelare, quasi nuovo signore, di quell’antica città ducale.

E tutto questo costruito con serena determinatezza sulle macerie di due illusioni: una esterna e mai intimamente accettata, il rapido dissolversi della linea che dalla Poesia pura era sfociata nell’Ermetismo e il progressivo, massiccio prevalere di opposte sensibilità; l’altra più segreta e mai apertamente confessata, la scoperta della propria aridità creativa e il conseguente rifugio nell’esercizio critico della lettura.

Prof. Giovanni Bogliolo - Archivio Università

Prof. Giovanni Bogliolo - Archivio Università

Perciò se, nei bilanci propiziati da questo centenario della nascita, è abbastanza facile definire il ruolo che Carlo Bo ha avuto nella cultura e nella società italiana per buona parte del secolo scorso (il suo primo libro è del ’35, l’ultimo suo articolo è uscito pochi giorni prima che morisse, a Genova, dieci anni fa, mentre per le strade infuriava la guerriglia urbana per il G8), molto arduo è individuare la cifra unitaria della sua personalità. Uomo di letture sterminate e di profonde meditazioni e insieme imprenditore sagace e amministratore oculato, autore di libri e saggi ponderosi sui temi più impervi della letteratura e al tempo stesso divulgatore appassionato e ascoltato commentatore dell’attualità. E così pure nel quotidiano: austero e pronto al sorriso, timido e coraggioso, taciturno e desideroso di compagnia, capace di seppellire sotto uno dei suoi proverbiali silenzi l’interlocutore più illustre come di prendersi a cuore le pene del più modesto dei suoi bidelli, cultore di un ottimismo della volontà (lo “scandalo della speranza”, l’aveva chiamato lui, uomo di fede) ostinato e profondo quanto il pessimismo della ragione, maestro tra i più apprezzati e seguiti eppure afflitto da un pervicace senso di inadeguatezza che con gli anni si era tramutata in angosciata indegnità e gli faceva considerare la sua opera effimera e lieve come il fumo dei suoi sigari.

Che cosa ha tenuto unito questo straordinario mosaico? Non la fede, incrinata da dubbi e paure, ma l’impronta che hanno lasciato in lui l’educazione religiosa impartitagli da sua madre e il giansenismo ligure respirato negli anni di formazione:  una profonda coscienza etica, un rigore intellettuale assoluto e la visione al tempo stesso appassionata e distaccata degli uomini e delle cose che possiede chi, come Maritain, riconosce il primato dello spirituale. Doti preziose e sempre più rare che giustificano, da sole, il ritorno a questo nostro troppo presto dimenticato contemporaneo capitale”.

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