Giovani senza età

18 gennaio 2012  |  di  |  Pubblicato in Editoriale, Slider  |  2 Comments

Ilvo Diamanti / Archivio Università

Ilvo Diamanti / Archivio Università

I giovani sono la categoria sociale più definita e per questo più in-definita del nostro tempo. Oggetto di una molteplicità di tentativi di catturarli con una formula, una parola, un titolo. E quindi oscurati da una nebbia lessicale e semantica. Io stesso ho partecipato a questo inseguimento, nel passato più o meno recente. Ma ora tutte le definizioni, tutte le formule, tutte le parole, tutti i titoli vertono su un solo aspetto: il lavoro, o meglio, il non-lavoro. E sulla variante della precarietà. D’altronde, l’Istat (come spiegherà il presidente, Enrico Giovannini, nella Lectio Magistralis che terrà a Urbino la settimana prossima) stima oltre il 30% il tasso di disoccupazione giovanile (che sale al 50% nel Mezzogiorno). Il più alto dell’Eurozona. Le statistiche ufficiali, inoltre, valutano il peso dei lavoratori atipici e irregolari oltre il 30% tra i giovani (e intorno al 15% nella popolazione). Anche se aggiungono – nell’ultimo anno pare che, in Italia, anche il lavoro atipico sia diminuito. E non è una buona notizia, ma il segno – e la conseguenza – della crisi, che sta riducendo l’occupazione di tutti i generi: formale o informale, stabile o flessibile, tipica o atipica che sia. Per questo, il fenomeno più adatto a raffigurare la posizione dei giovani del nostro tempo, probabilmente, è quello dei “Neet” (l’acronimo che riassume la definizione inglese: Not in Education, Employment or Training). Quelli che “non” lavorano e “non” studiano. E non sono neppure impegnati attività di “formazione” e “apprendistato”. Una sorta di  generazione “non”. Priva, per questo, di identità. Perché se “non” sei studente e neppure lavoratore, semplicemente, “non” esisti. Resti sospeso nell’ombra. Senza presente né futuro. Ebbene, i giovani (tra 15 e 29 anni) che si trovano in questa posizione – ambigua e periferica – sono oltre 2 milioni e 200 mila. Il 22%. Pesano particolarmente fra le donne e nel Sud. Ma disegnamo, comunque, un’area multiforme, per profilo socio grafico e motivazionale. Dove coabitano diverse componenti. Soprattutto e anzitutto, giovani “costretti” a restare sulla soglia, in bilico. Perché hanno concluso gli studi e non trovano un lavoro, neppure precario. Giovani che hanno perduto il lavoro – più o meno precario – e non ne trovano un altro – né tipico né atipico. Ma anche giovani che, finiti gli studi, preferiscono guardarsi intorno – fare esperienze, viaggiare, fermarsi a pensare – prima di entrare nel mercato del lavoro. Prima, magari, di ri-entrare nel sistema formativo. E altri ancora che preferiscono fermarsi – almeno per un poco. In attesa – e nella speranza – che qualcosa cambi. Visto che l’offerta del “mercato” non li soddisfa nemmeno un poco. Anzi…

È la generazione del “non”. Una “non” generazione. (Ma per carità, non usatela come un’altra definizione. È una “non” definizione). Una generazione “accantonata”, provvisoriamente, dagli adulti che non sanno come comportarsi con i giovani. I loro figli. Per quanto possibile, li tutelano e li proteggono. E, al tempo stesso, li controllano, frenano la loro voglia di crescere e di rendersi autonomi. È una generazione di giovani che faticano a crescere. Perché gli adulti e gli anziani (ammesso che qualcuno sia ancora disposto a dichiararsi tale) li vogliono così: eterni adolescenti. E i giovani – una parte di loro, almeno – si adeguano a questo status. A questo limbo. A questa in-definitezza. Così, un giorno, guardandosi allo specchio, rischiano di scoprirsi già vecchi. O meglio: anziani.

Pardon: senza età.

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