Inaugurazione dell’anno accademico 2011-2012
Il saluto del Rettore, Stefano Pivato

31 gennaio 2012  |  di  |  Pubblicato in In evidenza (A), Slider

Il mio benvenuto alle autorità civili militari e religiose, ai docenti, ai ricercatori, al personale tecnico-amministrativo, ai lavoratori precari, alle studentesse e agli studenti, alle signore e ai signori presenti. Un benvenuto particolare al Professor Enrico Giovannini, Presidente dell’Istituto nazionale di statistica nonché professore ordinario  di statistica economica presso l’Università di Roma “Tor Vergata” che terrà la lectio magistralis di questo appuntamento dedicata a La situazione economica e sociale del nostro paese. Si tratta di un tema fortemente voluto e deciso insieme proprio di fronte alla situazione che stiamo vivendo e che il Professor Giovannini tiene costantemente monitorata da quell’osservatorio speciale particolare che è l’ISTAT: fra le importanti rilevazioni, nei prossimi mesi verranno resi pubblici i risultati del  quindicesimo censimento generale della popolazione.

Inaugurazione anno accademico 2011/12 — Foto di Paolo Bianchi

Inaugurazione anno accademico 2011/12 — Foto di Paolo Bianchi

Il tema della lectio del Professor Giovannini è stato concordato nella convinzione che i profondi processi di mutazione della vita universitaria in atto non possano e non debbano prescindere da un quadro più generale.

Il nuovo Statuto

Partiamo dunque dalla situazione del nostro Ateneo.

Il varo della legge 240 del 2010, la Riforma Gelmini, è intervenuto in un periodo caratterizzato dalla crisi economica e finanziaria più grave della storia della repubblica. E l’Università sta conoscendo un  profondo processo di mutazione proprio all’interno di questa crisi destinato a determinare sia maggiore apertura verso l’esterno, sia maggiore competizione nell’acquisizione delle risorse sulla base dei risultati conseguiti. Il nostro Ateneo sta operando in queste direzioni.

Il nuovo statuto licenziato dagli organi accademici poche settimane fa (e in attesa di approvazione da parte del Ministero) ha rinnovato la struttura di governo dell’ateneo: dal ruolo del rettore a quello degli organi accademici (Senato Accademico, Consiglio di Amministrazione). Si ridimensionano (come stabilito dalla legge) antiche istituzioni come quelle delle Facoltà e si dilatano il ruolo e le funzioni dei Dipartimenti; si prevede l’ingresso del mondo imprenditoriale negli organi della vita universitaria (misura questa peraltro già in atto con esiti molto positivi già dal precedente statuto).

E’ uno statuto che allarga ulteriormente la partecipazione alla vita universitaria. Cito solo alcuni aspetti: l’estensione del pieno diritto di voto ai ricercatori per l’elezione del rettore  e principi molto avanzati per quel che riguarda le Pari Opportunità. Ancor prima della definitiva approvazione dello Statuto, il nostro ateneo ha reso esecutive norme che rendono più trasparenti le relazioni e i rapporti al proprio interno: il Codice Etico e la Carta dei diritti e dei doveri degli studenti e delle studentesse.

In questa profonda ristrutturazione lo spirito che ha animato il nuovo statuto, e che guiderà anche la stesura dei regolamenti applicativi, ha obbedito – pur nel rispetto dei vincoli legislativi – a criteri di essenzialità e snellezza. Con l’attenzione a evitare i rischi di una eccessiva burocratizzazione che spesso rallenta i ritmi delle procedure necessarie. Il nuovo statuto non è semplicemente un atto dovuto in seguito alla Riforma Gelmini, ma l’occasione per ripensare e riscrivere la storia dell’ateneo. Frutto del lavoro di una Commissione che ha lavorato sulle fondamenta da dare all’edificio, rappresenta l’inizio di una nuova era della vita universitaria.

Alla applicazione della Riforma certamente non giovano sia la mancanza di stanziamenti dedicati, sia la contrazione (almeno in termini reali) delle risorse per il FFO, che prosegue da anni.

Nel caso di Urbino la situazione è ancora più grave perché il finanziamento provvisorio assegnato al momento dell’approvazione del decreto di statalizzazione risulta molto inferiore a quello delle altre università di pari dimensione.

Fra passato e presente

Nonostante queste difficoltà, il nostro Ateneo ha avviato processi di cambiamento significativi, i cui primi risultati si iniziano a vedere.

Io ripeto spesso la frase di un prezioso volumetto, uscito nel 2010 e opera di Edmondo Berselli (L’economia giusta): “ E’ inutile ripetere mancano i danari. E’anche inutile ripetere quando arriveranno i denari. Dobbiamo prendere atto che il mondo (anche il nostro piccolo mondo) è cambiato. E allora conviene fare con i denari che ci sono”.

La nostra Università ha conosciuto il suo momento di grande svolta tra gli anni Sessanta e Settanta: si è trattato di un processo che sotto l’illuminata tutela di Carlo Bo, ha condotto alla creazione della città campus, all’inaugurazione di nuove Facoltà e corsi di laurea che hanno fatto la tradizione recente del nostro ateneo. Quel processo ha trascinato i suoi effetti fino agli anni Novanta.

Oggi ci troviamo di fronte a una svolta resa necessaria dal differente scenario in cui dobbiamo operare, ma attuata in condizioni radicalmente mutate, per gli stringenti vincoli posti dal quadro legislativo e dalla scarsità di risorse economiche. Per l’appunto:  “Conviene fare con i danari che ci sono”. Cito questa frase certo con rammarico rispetto a un mondo di aspettative che si è polverizzato, ma non con rassegnazione: anzi, con la consapevolezza che il nostro futuro declina su stili, parametri e obiettivi diversi. Di conseguenza abbiamo avviato processi di cambiamento graduali ma incisivi, volti a conciliare interventi di razionalizzazione con misure destinate alla qualificazione e allo sviluppo, liberando a tal fine nuove risorse. La rimodulazione del nostro bilancio sta riorientando la spesa modificandone la struttura a favore delle attività più rilevanti a livello strategico. L’azione di risparmio mira a incidere sulle voci che meno producono valore mentre si salvaguardano o incrementano le risorse destinate ai servizi agli studenti, alla ricerca, alla formazione e incentivazione del personale e all’inserimento dei giovani nella ricerca.  Lo stesso criterio ha guidato la riorganizzazione della didattica che è stata ripensata in una visione complessiva di ateneo che ha compensato i tagli effettuati con una più incisiva e qualificante offerta.  E tutto ciò non con un rassegnato spirito che ha voluto “far di necessità virtù”, ma con la consapevolezza che ciò che muta deve essere accolto come una opportunità al cambiamento.

Per essere ancora più espliciti: le azioni di razionalizzazione e contenimento dei costi stanno procedendo di pari passo con l’avvio di iniziative rivolte a sviluppare e a qualificare l’ateneo.

Realizzazioni

Certo gli interventi di razionalizzazione sono stati pesanti: in alcuni casi hanno contribuito a eliminare inefficienze, in molti altri casi hanno determinato sacrifici con effetti negativi sull’Ateneo. Nell’arco degli ultimi due anni i dipartimenti sono scesi da 16 a 9. I corsi di laurea triennali sono diminuiti da 44 a 15; quelli di laurea specialistica o magistrale da 27 a 16.

Il personale docente è calato, dal 2004 al 2010, di 109 unità con una contrazione complessiva del 16,77% che è più che doppia rispetto alla media nazionale (-7,09%).

Un ridimensionamento significativo ha riguardato anche il personale tecnico-amministrativo (- 48 unità dal 2004 al 2010). L’impossibilità di procedere a nuove assunzioni ha comportato la ridistribuzione dei carichi di lavoro e la comparsa di un contratto che solo con un eufemismo può essere definito una forma lavoro: quella del precariato. Un eufemismo perché in contrasto con quanto sosteneva uno dei nostri padri costituenti, laddove affermava che il lavoro deve offrire  la

«possibilità per ogni uomo di lavorare e studiare e di trarre con sicurezza dal proprio lavoro i mezzi per vivere da Uomo».

Nonostante queste necessarie e spesso dolorose scelte, il nostro ateneo non si è fermato. E’ grazie allo spirito di abnegazione del personale che – pur in un quadro nel quale gli indicatori portano costantemente il segno negativo – il nostro ateneo ha condotto o sta conducendo a termine piani di sviluppo significativi.

Per ciò che riguarda gli investimenti si è proceduto, nel 2011, alla inaugurazione della sede didattica della Facoltà di Lingue e Letterature Straniere; dall’ottobre scorso è in funzione il nuovo impianto fotovoltaico; nei prossimi mesi sarà consegnato il primo lotto dei lavori dell’ex-carcere di San Girolamo e prenderà avvio il definitivo restauro di uno dei gioielli della architettura della nostra città: Palazzo Albani.

Grazie all’ERSU si sono inaugurati il Collegio Internazionale e la mensa al Campus Scientifico Enrico Mattei. E’ iniziato assieme alla Regione e all’Ersu, il percorso per la riqualificazione dei collegi universitari.

Si tratta delle prime realizzazioni di un più vasto piano di sviluppo del nostro patrimonio edilizio.

Nel corso del 2010 e del 2011 è proceduta anche la modernizzazione della macchina organizzativa. Sono stati assunti provvedimenti per il miglioramento dei servizi agli studenti (dal Piano dei trasporti alla razionalizzazione per i portatori di handicap). Sul piano della riorganizzazione del personale tecnico-amministrativo, l’obiettivo è stato quello di definire ruoli e responsabilità per addivenire a processi decisionali più rapidi valorizzando capacità e impegno. Sempre in questa direzione sono stati avviati contatti fra gli atenei della Regione per stabilire accordi di cooperazione per servizi comuni.

Si sono attivate politiche virtuose in una serie di settori che mirano al miglioramento della didattica e dei servizi: l’internazionalizzazione, la comunicazione, l’introduzione dell’insegnamento in lingua inglese in vari corsi di laurea. Significativi investimenti sono stati effettuati sul piano della informatizzazione dei servizi dell’ateneo: dalla registrazione dei risultati degli esami online al potenziamento dei supporti informatici per l’offerta formativa.

Queste realizzazioni sono state possibili grazie a uno spirito di cooperazione che non esito a definire come il marchio di un rinnovato stile che vede coinvolti i docenti, il personale tecnico amministrativo e gli studenti.

La mia non è pura retorica, ma il riconoscimento di uno spirito di cooperazione fattivo e proficuo.

Come sostiene un fine costituzionalista quale Gustavo Zagrebelsky, “noi non solo pensiamo in una lingua, ma la lingua pensa con noi”.

Il futuro

Nella primavera scorsa sono stati presentati i risultati di una ricerca volta a monitorare la percezione di studenti e cittadini riguardo al nostro ateneo. Dai dati esibiti risultava il forte legame fra la città e l’università, la capacità attrattiva del ‘modello’ Urbino, l’indice di soddisfazione degli studenti. Certo si trattava di una ricerca che evidenziava luci e ombre del nostro ateneo ma, soprattutto, sottolineava come una parte significativa della città consideri la fase attuale come un “momento e un’occasione di crescita dell’Ateneo”. Di più – è sempre l’inchiesta a dircelo – “l’idea della ripresa è concreta nelle rappresentazioni sociali di una parte dei cittadini”.

Forse è casuale. O forse no. Resta il fatto che l’analisi dei dati statistici sembra dare ragione a quanti intravvedono nella fase attuale una opportunità di crescita. Al 31 dicembre 2011 i dati ci dicono che l’aumento delle iscrizioni alle lauree triennali si è attestato al 16,50%: una cifra davvero ragguardevole grazie alla quale la città è tornata a popolarsi di studenti.

Certo che sullo sfondo permangono problemi che rischiano di rallentare questa ripresa. La situazione debitoria continua a rimanere stabile. Non aiuta certo al suo risanamento la stasi del mercato immobiliare che rende ardua l’alienazione di beni come i collegi o i terreni e le case coloniche dell’azienda agraria.

Il 3 febbraio prossimo è prevista la visita conclusiva degli ispettori dell’ANVUR, la neo-costituita agenzia per la valutazione promossa dal MIUR. Si conclude dunque quell’itinerario, iniziato ormai cinque anni fa, che ci condurrà alla definitiva statalizzazione. Magari con presunzione e orgoglio voglio dichiarare che tutto ciò che era possibile fare è stato fatto per presentarci al prossimo appuntamento. Siamo dunque pronti per entrare definitivamente nel numero delle università statali senza alcun atteggiamento rinunciatario nei confronti di quanto legittimamente ci spetta. L’augurio è che quell’ingresso porti definitivamente la nostra Università a misurarsi al pari con gli altri atenei,

con la disponibilità di risorse proporzionalmente analoghe. Non è solo un auspicio, ma il riconoscimento di un percorso giunto al termine.

E’ dunque in questo scenario di cambiamenti che si inserisce l’università di oggi. Un profondo processo di mutazione che è certo di natura strutturale ma deve essere anche – se non soprattutto – mentale. Nell’era dei grandi sistemi non possiamo continuare a ragionare entro confini che sono quelli di un ristretto villaggio: gli istituti, i dipartimenti, le Facoltà hanno spesso circoscritto i nostri orizzonti. Occorre ragionare in termini di sistema e non di schemi individualistici ormai superati. In questo quadro anche i confini dell’ateneo rischiano di essere limitati rispetto ai cambiamenti che ci vedranno coinvolti e ai quali non dobbiamo partecipare da semplici osservatori. Anche perché il rischio sarebbe quello di essere vittime e non protagonisti.

Se posso permettermi un paragone con la realtà economica e sociale del nostro territorio alla quale questo ateneo è fortemente legato: la fortuna economica (e sociale) delle nostre zone è sempre stata legata alla dimensione della piccola impresa, che in vari casi operava in base a orizzonti territorialmente vicini. Oggi quel sistema regge a fatica; la competitività, la concorrenza e le nuove regole obbligano quel sistema a plasmarsi su inediti scenari che lo portano fuori dei confini della nostra Provincia, della nostra regione, della nostra nazione. Per noi tutto ciò significa intensificare percorsi che abbiamo appena iniziato: dalla internazionalizzazione alla collaborazione con il mondo del lavoro; dalla valorizzazione dei contenuti formativi a quelli professionali; dalla  valutazione dei risultati della didattica e della ricerca alla capacità di innovazione.

Questi orizzonti saranno possibili certo accettando le sfide della competitività e della concorrenza, ma, soprattutto alimentando quello spirito di cooperazione che ha sin qui coinvolto quanti hanno a cuore i destini del nostro ateneo.

Solo con  queste premesse sarà possibile affrontare quella che il maggior teorico della postmodernità, Zygmunt Bauman, definisce “la crisi più profonda e critica” della storia dell’università.

Vorrei rivolgere un ringraziamento forte e sentito a quanti in questi mesi hanno creduto e credono nel progetto per il futuro del nostro ateneo. A quanti, abbandonando vetusti schemi personalistici, hanno messo al centro della loro cooperazione il senso collettivo del lavoro.

Uno degli obiettivi degli ultimi mesi di attività di questo ateneo è stato quello di dare una fisionomia più precisa ai luoghi della nostra università. Alcune settimane fa l’intitolazione del Campus scientifico Enrico Mattei; oggi la dedica a Paolo Volponi dell’edificio in cui ci troviamo. E allora concludo questo mio saluto evocando le parole di un grande poeta che da queste parti era di casa,

Mario Luzi. Parole che vorrei suonassero come un auspicio per tutti noi presenti in questa sala: “Abbiamo avuto in sorte tempi duri ma non fummo da meno”.

Con questo auspicio oggi, 25 gennaio 2012, 101° compleanno di Carlo Bo, con un augurio di buon lavoro dichiaro aperto il 506° Anno Accademico dell’Università degli Studi di Urbino «Carlo Bo».


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