La voce del Personale Tecnico amministrativo e degli Studenti
Gli interventi di Enrica Veterani e Stefano Paternò

31 gennaio 2012  |  di  |  Pubblicato in In evidenza (B)

Intervento di Enrica Veterani in rappresentanza del personale tecnico-amministrativo

Magnifico Rettore, autorità, docenti, colleghi, studenti, ospiti tutti, sono lieta e onorata di portare in questa occasione il saluto del personale tecnico-amministrativo dell’Università degli studi di Urbino “Carlo Bo”, anche se avrei preferito avere questo onore in tempi meno problematici.

Consentitemi, in apertura, di sottolineare ciò che dovrebbe comunque essere ovvio per tutti: e cioè che il personale tecnico e quello amministrativo, così come quello delle biblioteche, condividono, sostengono e supportano in maniera costante e quotidiana entrambi gli obiettivi istituzionali dell’Università: la didattica e la ricerca.

Perché se il personale docente e quello di ricerca sono  il cervello e il cuore della nostra istituzione, non di meno il personale tecnico-amministrativo rappresenta la spina dorsale senza la quale l’intero organismo dell’Ateneo non si reggerebbe.

Dalla consapevolezza del ruolo strategico del personale non docente, derivano alcune considerazioni importanti sui problemi che ci affliggono.

E i problemi sul tavolo sono quelli ormai consueti: il sottodimensionamento e il sottoinquadramento del personale; e non ci consola il condividerli con tanti colleghi di altre istituzioni, universitarie e non.

Enrica Veterani, rappresentante del Personale Tecnico Amministrativo - Foto di Paolo Bianchi

Enrica Veterani, rappresentante del Personale Tecnico Amministrativo - Foto di Paolo Bianchi

Il sottodimensionamento, perché questo ci impedisce di svolgere al meglio il nostro lavoro. Le carenze di personale nel migliore dei casi sono supplite dalla buona volontà dei singoli, e nel peggiore generano un disservizio che si ripercuote nostro malgrado sugli studenti.

Il sottoinquadramento, perché le motivazioni sono uno degli aspetti essenziali del lavoro: un lavoratore dà il meglio di sé non solo se ha un’etica del lavoro, ma anche  quando non vede frustrate in partenza le proprie legittime aspirazioni di carriera, quando esiste qualche serio meccanismo di incentivazione.

Ed è innegabile che in questo momento vi sia un divario che via via va allargandosi tra le prestazioni lavorative offerte e i riconoscimenti ricevuti (e non solo di ordine economico).

Ma è la triste sorte di una università che vive tempi difficili: quelli in cui chi svolge mansioni da tecnico ha spesso qualifiche da bidello, chi fa ricerca ha talvolta qualifica da tecnico, e lo stesso meccanismo – non devo certo sottolinearlo io – si propaga anche entro l’area del personale docente. Il risultato è una piramide di insoddisfazione, che non può essere bilanciata da forti motivazioni, vista la triste situazione dei tempi attuali.

Va dato atto a questa Amministrazione di aver lavorato assiduamente nella direzione della formazione continua del personale e di aver realizzato alcune iniziative di indubbio valore, prima fra tutte forse quella di “Giovanissimi Uniurb”, fortemente voluta dalla Commissione Pari Opportunità che qui desidero ringraziare. In un momento in cui il welfare viene sistematicamente smantellato, questo dell’Amministrazione è un segnale forte nella direzione della comprensione delle esigenze delle famiglie e delle problematiche dei genitori che lavorano. Vi è ancora, però, la nota dolente della rappresentanza del personale tecnico-amministrativo negli organi di governo dell’Ateneo. Prima della riforma noi eleggevamo 2 rappresentanti per il Consiglio di Amministrazione e 3 rappresentanti per il Senato Accademico; dopo la riforma potremo eleggere solo 2 rappresentanti per il Senato, mentre l’unico nostro rappresentante in Consiglio di Amministrazione sarà nominato, e non eletto, con un vulnus non trascurabile alla nostra capacità di rappresentanza negli organi di governo.

Ho fin qui parlato a nome del personale tecnico-amministrativo tutto; lasciatemi ora indossare per un minuto i panni del personale precario cui io appartengo: non basterebbero poche parole per rappresentare la dolorosa situazione di tanti lavoratori che da anni prestano il loro servizio con abnegazione, traendo poche soddisfazioni (tantomeno economiche) dal loro lavoro, con minori diritti del personale di ruolo.

Tutto questo rappresenta un “grido di dolore” che l’Università (e direi l’intero Paese) non possono ignorare. Confidiamo che l’Ateneo metta in atto tutte le strategie possibili per sanare questa situazione, e voglio interpretare il fatto che proprio una lavoratrice precaria sia stata chiamata a parlare in questa inaugurazione dell’anno accademico come un segnale – simbolico ma netto – in questa direzione.

Vi ringrazio per l’attenzione e vi porto l’augurio di buon lavoro per questo anno accademico da parte di tutto il personale tecnico-amministrativo.


Intervento di Stefano Paternò, rappresentante degli studenti

Magnifico Rettore, Chiarissimi Professori, Care/i Studentesse/i, Gentile Personale tecnico-amministrativo, illustri ospiti, autorità civili, militari e religiose,

In un’ occasione come questa sarebbe facile enunciare tutto quello che non va bene nel nostro paese e nel nostro Ateneo, sarebbe facile dire che in Italia esiste il più alto tasso di disoccupazione giovanile dell’eurozona, sarebbe facile dire che esistono 46 tipi di contratti di lavoro diversi di cui molti dei quali senza nessuna prospettiva se non la precarietà, oppure che abbiamo il più basso investimento sul diritto allo studio d’Europa,  sarebbe anche facile raccontarvi di Urbino, una città bloccata dai suoi veti incrociati e di una Università con lo sforamento del rapporto tra FFO e contribuzione studentesca più alto d’Italia. Tuttavia non sono qui per questo o almeno non solo, sono qui per parlare di una generazione forte, della mia generazione che dovrà affrontare una sfida difficile, una sfida contro se stessa, contro le proprie aspettative e contro i propri sogni.

Questa è la realtà! Cioè quella di un paese che ha illuso per anni i propri figli riponendo le proprie speranze in essi senza saper dare loro una risposta concreta sul loro futuro. Il mondo è cambiato, ciò è sotto gli occhi tutti, la prospettiva di una carriera verticale è tramontata per far posto ad una carriera di tipo orizzontale in cui dobbiamo essere disposti a cambiare e a reinventarci ogni giorno. Io non credo che sia questo il tabù da distruggere oggi, non dobbiamo fare passi indietro.  Dobbiamo fare anzi un passo verso la realizzazione di un bisogno primario quale l’autorealizzazione ottenuta tramite la possibilità di costruirsi la propria carriera attraverso le proprie esperienze.  La lotta oggi è contro chi non ci permette di progredire in tal senso, a chi rimane incollato alla poltrona, a chi non vuole rinuciare a privilegi di posizione accumulati per tutta una vita a chi non ci concede responsabilità e non ci dà fiducia, dobbiamo piantarla di definirci giovani perchè non siamo giovani, siamo sottovalutati!!! A proposito di ciò ci troviamo a chiederci che paura abbia il comune di Urbino ad ammettere un consigliere aggiunto per gli studenti al suo interno e invece che ritorno ne avrebbe in tal senso, oggi esiste solo un tavolo di concertazione con noi studenti convocato solo una volta in 8 mesi. Mi chiedo se la paura sia quella che gli studenti possano mettere in dubbio quei sistemi di interessi che esistono al suo interno che non fanno progredire la città dal punto di vista economico dando l’opportunità a terzi di entrare e permettere una sana concorrenza. Mi chiedo se la paura sia quella di sottolineare che le terre di Raffaello e di Rossini siano un luogo dove noi che ne siamo il cuore pulsante e creativo non abbiamo un luogo dove poterci esprimere, dove si limita la musica dal vivo e si impedisce ai servizi commerciali di dar da mangiare fino a tarda notte … e con ciò siamo all’A B C di una città universitaria.

L’Università, da questa prospettiva, ha una responsabilità storica che non può disonorare. LA VERA AUTONOMIA, NON SIGNIFICA ANARCHIA. L’Università deve aprirsi, mettersi in gioco e soprattutto deve avere coraggio. Coraggio nel ammettere gli errori e coraggio nel lavorare per riformarsi sul serio. Nella crisi della rappresentanza, nell’epoca degli urlatori, sarebbe bello avere un’Università in cui rispecchiarsi, in cui sentirsi parte.

Detto ciò sottolineo che la mia generazione ha, in questi anni, accettato continui provvedimenti fatti sulla propria pelle e con responsabilità e coraggio ancora va avanti e non si abbatte e non decide di fuggire o di scegliere la strada più battuta ma continua a credere in se stessa. Siamo una generazione a cui stanno raccontando che quello che sta facendo è inutile, che studiare, impegnarsi nel sociale e prendere iniziativa non serve a nulla ma non dobbiamo cedere a queste sirene, non dobbiamo però nemmeno credere a chi, facendo demagogia, ci indica una strada come la più sicura per uscire da questa situazione, dobbiamo invece mettere in dubbio tutto, anche le convinzioni su cui facciamo affidamento da sempre e solo così ci saremo noi stessi risollevati da questa contingenza e sarà la storia a darci ragione.


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