Coro 1506, l’emozione del debutto
Le testimonianze dei cantanti dopo la prima assoluta

28 febbraio 2012  |  di  |  Pubblicato in Tempo Libero

L’inaugurazione dell’anno accademico della Carlo Bo è stata una kermesse, più che lo srotolarsi di un palinsesto di saluti e “lectio magistralis”.

Le parole di Paolo Volponi, liberate da Luca Violini, hanno preso il volo dispiegandosi nell’Aula Magna nel giorno in cui il nome del grande scrittore urbinate prendeva dimora in quei luoghi.

All’apertura e sigillo di cerimonia un emozionante “Gaudeamus Igitur” eseguito mirabilmente dal “Coro 1506”.  Il gruppo canoro, al suo debutto assoluto, ha riscosso elogi unanimi, stupiti dall’alto livello espresso da un gruppo che si temeva acerbo nella sua eterogenea composizione: studenti italiani e stranieri, docenti, impiegati e cittadini talmente affiatati da rappresentare al meglio il concetto di “Città Campus”.

Coro 1506 - Foto di Paolo Bianchi - Archivio Università

Coro 1506 - Foto di Paolo Bianchi - Archivio Università

La direttrice Augusta Sammarini, sfidando anche la scaramanzia d’obbligo nel mondo della Scena, ce l’aveva anticipato (http://post.uniurb.it/?p=1742) e fu non facile profeta.

A un mese dall’evento sentiamo come l’hanno vissuto loro, i protagonisti. Come Federico Del Bianco, laureato dell’Ateneo e urbinate doc.

«Il Coro è un’importante occasione di crescita sia per chi ne fa parte, che può esprimersi in armonia con altre persone e quindi accrescere la propria capacità di stare in gruppo, sia per l’Università stessa, che ha l’opportunità di condividere il repertorio del coro e promuovere l’Università anche in altri atenei».

Pensi che l’esperienza possa  proseguire?

«Lo spero. Soprattutto spero che ci sia l’occasione di esibirci anche in altri contesti, magari anche all’estero».

All’entusiasmo di Federico si unisce quello di Francesca Bottacin, sorpresa prima di tutto da se stessa.

«Personalmente – ci dice – devo ringraziare l’amico Guido Dall’Olio che ha insistito per portarmi al coro e soprattutto Augusta che, nonostante la mia discontinuità agli incontri, mi ha convinta a partecipare all’Inaugurazione. E’ stato bellissimo cantare durante una cerimonia così solenne e antica. La musica – osserva Francesca – abbatte le barriere e anche in un’istituzione così gerarchizzata come l’Università, la bellezza del coro è l’unione: studenti italiani e stranieri, personale non docente, professori, ricercatori tutti insieme nel Gaudeamus. Un bel segnale, una grande emozione».

Anche l’esperienza di Elisa Baggiarini è nata fra le incertezze:

«Quando ho visto il volantino del coro a Palazzo Veterani, ho subito pensato che sarebbe stata una bella occasione per mettersi in gioco seriamente. Ammetto di essermi sentita un po’ a disagio la prima prova, trovandomi in mezzo a un gruppo di docenti e personale tecnico, ma la timidezza iniziale è subito svanita. Pian piano siamo aumentati di numero e si sono inseriti anche altri studenti con i quali ho instaurato un ottimo rapporto».

Come hai fatto a superare le prime incertezze?

«Grazie ad Augusta: in così poco tempo è riuscita, con la sua passione e il suo travolgente entusiasmo, a formare un gruppo solido ed affiatato, oltre a darci gli strumenti necessari per affrontare la sfida del “Gaudeamus Igitur”. Spero che questa iniziativa vada avanti con lo stesso entusiasmo con cui è nata. Noi, in questo modo di far musica, ci crediamo davvero tanto».

Ma nel Coro 1506 ci sono anche ugole esperte come Antonio Corsaro.

«Frequento da sempre la musica – ci conferma – e in passato avevo avuto occasione di fare il corista in altre formazioni. Non potevo perdere l’occasione di farlo ancora in un contesto a me caro e familiare come quello del nostro ateneo».

Cos’è che distingue questa interpretazione dalle altre?

«L’esperienza corale è, a ogni livello, il modo più immediato di partecipare alla musica con uno strumento che tutti noi possediamo naturalmente (anche se la maggior parte di noi non lo sa). Lo strumento è sempre con noi, per lo più inattivo ma a disposizione, basta metterlo in funzione».

Molti dicono che l’emozione è sempre nuova, come se fosse la prima.

«E’ vero. Succede perché la sorpresa c’è sempre. Prima di tutto la sensazione di vivere la musica “dall’interno”, ascoltando le risonanze e le armonie come da dentro uno strumento. E poi c’è il piacere della partecipazione, quando si canta con amici e colleghi, ascoltandosi e magari conoscendosi nuovamente nel divertimento e nel buon umore».

Varie umanità si sono dunque fuse nell’insieme eufonico del Coro 1506, capace di unire ruoli e generazioni diverse in un comune entusiasmo, che ha coinvolto anche il giovanissimo studente Davide Bianchi:

«Cantare nel coro è stata un’esperienza molto bella! E’ stupendo il brivido che si prova nel sentire tutte le voci perfettamente amalgamate che vibrano come un’unica corda. Spero che il progetto prosegua e che aderisca anche un maggior numero di studenti».

Com’è stato l’impatto col pubblico?

«L’applauso del pubblico è una gratificazione enorme per il lavoro che si è fatto nel costruire i brani e un incentivo a dare sempre il meglio, quindi per il futuro spero vivamente che si riescano a trovare altre situazioni per permettere al coro di esibirsi».

Con simili premesse… gaudeamus in perpetuum.

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