Wikileaks
Tra giornalismo e partecipazione dal basso

22 gennaio 2011  |  di  |  Pubblicato in Post Opinion, Slider  |  2 Comments

Molte cose sono state dette e scritte sul caso Wikileaks e molte si diranno nei prossimi giorni, penso all’incontro di Urbino e a quello di Roma.

Per limitare il campo di osservazione possiamo concentrarci su un particolare punto di vista che ha a che fare con la relazione fra il giornalismo e la realtà dei cablogrammi messi a disposizione da Wikileaks. Cinque testate internazionali hanno pubblicato in modo coordinato le principali notizie che emergevano dalle migliaia di documenti riservati della diplomazia americana finiti nella dropbox del sito – che garantisce l’anonimato della fonte. News immediatamente rilanciate ed approfondite da blog e social network ,che hanno visto in Rete moltiplicarsi un rumore informativo di fondo sulle diverse realtà che emergevano dai cablogrammi. Si è così imposta all’opinione pubblica una “verità” che è propagata con velocità ed alta penetrazione a cui hanno partecipato non solo il sistema dei media mainstream, con il suo apparato di produzione e diffusione, ma molti singoli lettori/utenti, che hanno contribuito alla diffusione dei contenuti anche attingendo direttamente nelle pagine del sito Wikileaks, esplorando, ad esempio, quei cablogrammi che riguardavano più da vicino la propria realtà locale – basta guardare il canale Twitter italiano dedicato – o filtrando attraverso le proprie competenze ed interessi, contribuendo così a costruire un affresco a mosaico immediatamente visibile attraverso il sistema della relazioni sociali che è la vera spina dorsale della Rete.

Evening Workspace — Foto di the tartanpodcast

Evening Workspace — Foto di the tartanpodcast

Ovviamente questo tipo di costruzione e propagazione delle notizie apre ad una serie di quesiti che hanno a che fare con l’attendibilità delle fonti, con problematiche deontologiche del giornalismo …  ma anche con il mutamento del contesto di riferimento per la produzione e diffusione delle notizie che vede una partecipazione attiva e diversa dei cittadini, non più concepibili solo come terminale ultimo del processo.

Per tale motivo non possiamo pensare semplicemente a Wikileaks come strumento del giornalismo, né possiamo confondere la sua funzione con quella di “gola profonda” della network society. In realtà ci troviamo di fronte ad un data base prodotto anonimamente, pubblicato integralmente senza filtri particolari né selezioni e a un’esposizione in pubblico di contenuti con gradi di segretezza e privatezza  diversi. Non si tratta quindi solo di rendere accessibile e trasparente la comunicazione diplomatica, cioè ciò che per sua natura e linguaggio è ufficialmente non trasparente e si fonda sulla distinzione tra backstage e faccia pubblica. Ma più in profondità siamo di fronte ad un metodo che propone, anche in modo radicale, di fondare sulla trasparenza i contenuti, a partire dall’impossibilità costitutiva di tenere celati quei contenuti che hanno la forma digitale.

Due tendenze si associano. Da una parte l’estremizzazione dell’ambizione open data in campo Open Government, in pratica la convinzione che ogni attività di governi e amministrazioni deve essere aperta e disponibile “per favorire azioni efficaci e garantire un controllo pubblico sull’ operato”, il che comporta nella sua versione più radicale una opposizione “alla ragione di stato e alle considerazioni di sicurezza nazionale, che tendono a legittimare il segreto di stato esteso”. Dall’altra ci troviamo di fronte al riconoscimento di uno statuto diverso rispetto alle esigenze di riservatezza dei contenuti digitali che sono da intendersi come “pubblici” in quanto potenzialmente “pubblicabili”.

Sì, perché al di là del privilegio strategico di anticipare alcuni contenuti ai media, Wikileaks rende, come abbiamo detto, “diffusa” l’interpretazione e l’analisi dei contenuti. Come scrivono sul sito di condivisione “cablegate” invitando alla condivisione:

Pick out interesting events and tell others about them. Use twitter, reddit, mail whatever suits your audience best.

Vale la pena di leggere anche i Groups to contact for comment per capire la portata di collaborazione e condivisione grassroot.

Resta però una domanda che dobbiamo farci: non sarà che ai processi di “intellettualizzazione diffusa”, a questa volontà di condivisione in Rete e di partecipazione online corrisponda un rovescio della medaglia dato dal fatto che tutta la volontà di trasparenza si esaurisca proprio dentro la Rete e che il sentirsi parte di una comunità in modi automatizzati dalle connessioni online allenti la volontà di sentirsi responsabili in prima persona?

È ovviamente impossibile generalizzare. Al momento possiamo osservare alcuni casi, come quello recente della Tunisia, e il ruolo che social network come Facebook o Twitter, blog e cellulari e anche Wikileaks hanno avuto rispetto agli accadimenti.

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