“La lingua parla attraverso i suoi ricordi”
Incontro con il poeta cileno Mario Meléndez

14 marzo 2012  |  di  |  Pubblicato in Eventi

Venerdì, 29 marzo, alle ore 11, nell’ambito di un ciclo di conferenze e seminari previsti nel corso di Letteratura italiana contemporanea, Mario Meléndez parlerà della poesia latinoamericana della seconda metà del Novecento e leggerà suoi testi (in lingua e in traduzione), nell’Aula del Parnaso di Palazzo Veterani (Via Veterani 36). L’incontro è aperto a tutti.
Per l’occasione ho preparato una scheda critica di presentazione del poeta, cui segue un suo testo (in originale e in versione italiana), trascelto da una silloge che sta per vedere la luce sull’almanacco 2012 di poesia contemporanea «Punto» (puntoacapo editore).

Mario Meléndez è nato a Linares, in Cile, nel 1971. Da diversi anni vive e lavora nel campo del giornalismo e dell’editoria a Città del Messico, dove ha trovato una nuova “patria”, più grande della precedente, allargata alle diverse componenti culturali che fondano e formano l’anima latino-americana. Sarebbe riduttivo, nel rintracciare le radici della poesia di Meléndez, limitarsi a ricordare la grande poesia cilena del Novecento, a cominciare da Gabriela Mistral e Pablo Neruda. Sia questi autori, sia altri – forse meno noti da noi, ma ugualmente importanti come Vicente Huidobro, Nicanor Parra, Gonzalo Rojas o Roberto Bolaño (quest’ultimo approdato in Europa soprattutto per i suoi romanzi), nati in Cile, e vissuti fra America ed Europa – sembrano difatti rappresentare, di là dalle rispettive differenze di poetica e di stile (si pensi all’“antipoesia” di Parra o all’infrarealismo di Bolaño), un esempio di Tradizione che cerca nel confronto fra paradigmi politici nazionali diversi, persino opposti, nuove istanze referenziali per raccontare la realtà, e renderne conto in un mondo nel quale si accorciano le distanze spazio-temporali, ma si accentuano quelle sociali ed economiche. In tal senso il mondo dell’America latina costituisce un mondo a metà strada, fra il Primo e il Terzo, che raccoglie un’identità antica e difficile. Paesi diversi per struttura politica e territoriale (dall’Argentina al Nicaragua, dal Cile a Cuba…), ma accomunati da una lingua e, quindi, da una storia culturale che puntano direttamente all’ibridazione, al melting pot, non già in senso post-moderno, ma per una sorta di istinto culturale, così come è avvenuto nell’incontro difficile e doloroso fra gli europei colonizzatori e i nativi amerindi.
La poesia di Meléndez si situa, pertanto, alla confluenza di molteplici spinte ideali e spirituali. Si avverte, dietro la sua lingua, l’ombra non di una nazione, ma di un continente, che ha bisogno di parlare di sé. Diversamente da quanto accade nella lettura di un poeta europeo, in cui la determinazione del luogo appare spesso irrinunciabile per comprendere la sua opera, nei versi di Meléndez quello che conta è la certezza che quel luogo sia un “altrove” – sia esso esistente ma a un passo dal fantastico, sia fantastico ma da qualche parte esistente – così come accade nei romanzi di Amado e di García Márquez. E conta, inoltre, l’“autenticità” delle rivelazioni che giungono al lettore, coinvolgendolo nel testo, la passione con cui la parola poetica viene spesa e pronunciata (anche fisicamente: Meléndez è uno straordinario interprete dei suoi testi). La poesia, insomma, non è valutata sulla base di invisibili coefficienti tecnici di innovazione formale, ma affronta immediatamente le attese del lettore, convogliando il groviglio di certezze e dubbi in una lingua “inaudita” per la sua chiarezza cristallina, sospinta talora da un realismo magico (che ci riporta a maestri intramontabili come Jacques Prévert e Paul Eluard), talora da una ironia lirica e surreale (per cui non è facile rintracciare una tradizione fuori dal grande alveo della poesia ispano-americana, da Antonio Machado a Ernesto Cardenal). La limpidezza è la dote che un critico di Meléndez, Xavier Oquendo Troncoso, ha messo bene in evidenza, definendola come «espresión directa», «direccionalidad del discurso», e si risolve in un «rasgo [tratto] dúctil y diáfano que ayuda a que su discurso sea directo, casi a lo antipoético, es decir, desusar aquellas imágenes crípticas para asumir, inclusive, el lugar común, como un recurso nuevo y establecido que asombre». Ed essa è tanto forte da connotare il ritmo con una purezza assoluta del senso, dettandone i battiti, il respiro, le cesure, le pause, e accogliendo in una luce nuova l’ampio orizzonte tematico: dalla vita privata alla riflessione sulla poesia, dalle questioni sociali alla riscrittura della parola evangelica, dalla contemplazione dei ricordi al duro confronto con la morte, che il poeta ritrova, durante il soggiorno messicano, come il pensiero abissale, nascosto ma mai definitivamente rimosso, dell’antica cultura amerindia.
Entro tali coordinate mi pare che vada collocata la poesia di Mario Meléndez, autore già di diverse raccolte, quali, per ricordare, Vuelo subteráneo, Talca, 2002; Poesia desdoblada, Mosquito, Santiago, 1995 (da cui abbiamo selezionato Porque en mi casa ocurre de todo), El circo de papel, Linajes Editores, Ciudad de México, 2008 (da cui abbiamo selezionato El barco del adiós), El circo de papel, Linajes Editores, Ciudad de México, 2008 (qui presente con Apuntes para una leyenda), Apuntes para una legenda, El Golem, Ciudad del México, 2009 (donde Fragmentos de un sueño e Paráfrasis sopra un poema envenenado), e infine La muerte tiene los días contados, Laberinto, Ciudad de México, 2010 (in questa scelta presente con La muerte brilla por su ausencia e La lingua habla a traves de sus recuerdos); senza dimenticare la sua ricerca nella poesia contemporanea (ricordiamo l’antologia Tábanos. 13 poetas chilenos, Ed. de Medianoche, Zacatecas, 2010, che potrebbe servire a chiunque voglia avvicinarsi alla giovane poesia cilena).


LA LENGUA HABLA A TRAVES DE SUS RECUERDOS

No tiene pelos en la lengua porque no tiene lengua
se la arrancaron
como a esos bueyes que surten los mataderos
y llevan polvo en las axilas

Pero la lengua habla a través de sus recuerdos
se comunica en el idioma de los muertos
a quienes tanto debemos
se hace entender a cucharadas
como esos árboles que mueven las ramas
para decir presente

La lengua habla aunque se llene de hormigas
aunque se pudra y ya no sea la misma
sigue cantando o ladrando o haciéndose a un lado
para que se oigan más fuertes los gritos del silencio


LA LINGUA PARLA ATTRAVERSO I SUOI RICORDI

Non ha peli sulla lingua perché non ha una lingua
gliela strapparono
come a quei buoi che riforniscono i mattatoi
e hanno la polvere sotto le ascelle

Ma la lingua parla attraverso i suoi ricordi
comunica nell’idioma dei morti
cui dobbiamo tanto
si fa capire a piccoli sorsi
come quegli alberi che muovono i rami
per dire ci siamo

La lingua parla anche se si riempie di formiche
anche se imputridisce e non è già la stessa
continua a cantare o a latrare o a farsi da parte
perché si odano più forti le grida del silenzio

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