L’Occidente chiama, il Buddhismo risponde
Sui diversi aspetti del processo di diffusione del Buddhismo in Occidente. Un seminario a UniUrb il 2 aprile

20 marzo 2012  |  di  |  Pubblicato in Post Opinion

Esiste una peculiarità nell’incontro tra l’insegnamento del Buddha e l’Occidente. Il Buddhismo, infatti, è una religione la cui diffusione in Occidente non è avvenuta sulla base di una propensione proselitistica degli orientali, ma a partire dall’interesse degli occidentali verso un insegnamento percepito come fonte spirituale in grado di dissetare una cultura disorientata. Il Buddhismo insomma è stato invitato in Occidente. Il seminario “Le risposte del Buddhismo alle domande dell’Occidente”, che si terrà lunedì 2 aprile (Facoltà di Sociologia, Aula C5 dell’Area scientifico didattica Paolo Volponi, via Saffi 15, a partire dalle ore 10), nell’ambito del corso di Storia delle religioni orientali del prof. Mauricio Alberto Marassi, intende affrontare alcuni aspetti di questo incontro con due diverse relazioni.

“Racconto dunque sono: storie di vita della conversione al buddhismo dzogchen

di Maria Alessandra Bianchi

È il luglio 2011 e mi trovo in Toscana, in un centro di ritiro tibetano. È una bella giornata di sole. Di fronte a me c’è Chiara. Accendo il registratore. Come sempre, prima di incominciare un’intervista, ci sono alcuni attimi di imbarazzo. Poi, la prima domanda: “Allora, mi piacerebbe conoscere la sua storia. Quando ha incontrato il buddhismo? Come? E attraverso chi?”. Questo momento si è ripetuto numerose volte, in tempi e scenari uguali e diversi, nel corso di questi ultimi due anni di ricerche sul campo nell’ambito del dottorato in Sociologia delle religioni. Prima e dopo Chiara, altre persone hanno acconsentito di raccontarmi il loro cammino di vita e per questo sono loro debitrice. Il tema del mio intervento nel seminario di studi: “Le risposte del Buddhismo alle domande dell’Occidente”, si concentrerà per l’appunto sulle analisi delle narrazioni dei percorsi biografici di alcune persone che si sono “convertite” allo dzogchen, insegnamento che rientra nell’alveo del buddhismo tibetano. La mia idea è che non c’è solo un uomo che ha una storia da raccontare, come se la storia fosse solo un insieme di parole, creata quando è pronunciata e dissolta quando si pensa di aver detto tutto ciò che c’è da dire. La mia idea è che l’uomo non possa fare a meno di investire continuamente di interpretazione e di senso i fatti di cui è partecipe e testimone, di verbalizzare le sue esperienze. L’uomo è la storia che narra, è la sua biografia. Queste storie, al di là dell’unicità delle vicende personali, presentano modi comuni di narrare le esperienze di vita. Si inseriscono all’interno di un contesto sociale caratterizzato, secondo alcuni autori, dalla crisi dei “grandi racconti”, ovvero grandi sistemi di significazione, come le ideologie politiche o le religioni storiche, i quali fondavano e validavano il senso vissuto dell’esistenza. E di fronte alle domande imprescindibili sul senso della vita, il Buddhismo in alcuni casi ha offerto delle risposte, una nuova visione del mondo, un sistema di riferimento. Stanno quindi prendendo forma nuovi racconti, seppur su più piccola scala, ma pur sempre collettivi. Racconti comuni di vicende individuali attraverso i quali cercherò di rispondere alle domande che mi pongo da tempo: che cosa significa convertirsi e perché alcuni occidentali abbiano aderito al Buddhismo, un’altra religione.

“Come si cura un oikos senza confini? La crisi ambientale dell’Occidente e la risposta buddhista”

di Fabrizio Di Berardino

La crisi ecologica pone oggi l’esigenza di un aggiornamento non solo scientifico-tecnologico, ma anche etico della nostra società. Occorre una ridefinizione dei contorni dell’agire umano nei confronti della realtà non-umana, una volta abbandonata l’ideologia della “lotta contro la natura”, foriera di grossi vantaggi per l’uomo, ma anche di innegabili sventure. Un’approfondita analisi delle cause remote della crisi, avviata negli anni Settanta, ha condotto a ipotizzare che essa avesse radici profonde nella mentalità e nel modo stesso dell’occidentale di pensare la sua relazione col mondo e alcuni hanno voluto intravedere nelle culture d’Oriente una possibile soluzione. Il Buddhismo, in particolare, è stato abbracciato come una religione della ragione e della modernità, volàno di una possibile conversione delle scelte individuali e collettive. Penso ad esempio ad Arne Naess, filosofo norvegese recentemente scomparso. Muovendo dalla comparazione tra pensiero occidentale e buddhismo Mahayana (vedi nota in fondo al testo), Naess doveva pervenire a una lettura del problema del rapporto uomo-ambiente che individua l’origine dello squilibrio in quell’atteggiamento antropocentrico che chiede esclusivamente quale utilità abbiano le cose per noi. Per contrasto, valorizzò quelle forme di pensiero che leggono quel rapporto in termini di interdipendenza, di mutua causalità, negando l’idea per cui il naturale e il sociale siano regni governabili indipendentemente l’uno dall’altro (vedi nota in fondo al testo). Credeva che un contegno rispettoso della natura potesse discendere solo dalla comprensione dell’assenza di tali, netti, confini. Penso poi a Gary Snyder, poeta beat e saggista. Con passione egli denuncia il lato tracotante dell’uomo votato allo sviluppo, per il quale la realtà non-umana appare come un vuoto da riempire o un pieno (di risorse) da svuotare. Ad esso contrappone una visuale vitalistica della natura, in cui sono considerati “vivi” i processi ecosistemici che legano fra loro gli elementi della natura. Dal concetto buddhista di sangha, la comunità di pratica in cui la vita di ciascuno e di tutti si organizza in funzione del percorso di liberazione spirituale, Snyder avrebbe ricavato quello di bioregione: luogo geografico dai tratti ecologici omogenei, sede di una comunità che si ri-definisce in funzione della cura collettiva di quel posto. Una prassi democratica che non esclude dalla vita degli uomini e delle donne le voci dei non-umani.

(Mahayana significa “grande veicolo”. È il termine con cui si è autodefinita quella nuova tendenza religiosa emersa nell’ambito della storia del buddismo indiano nel periodo compreso tra il regno di Asoka, nel III sec. a.C., e il regno di Kaniska, tra il I e il II sec. d.C. Sarà soprattutto il mahayana a trasformare il buddismo in una religione universale vera e propria e a guidare l’espansione di questa religione fuori dal contesto indiano, verso la Cina, l’Estremo Oriente, il Tibet e oggi l’Occidente).

(“Non siamo esterni al resto della natura – scriveva – e pertanto non possiamo trattarla a nostro piacimento senza cambiare anche noi stessi” (Arne Naess, Ecosofia. Ecologia, società e stili di vita, Como, Red, 1994, p. 210).

 

Maria Alessandra Bianchi (dottoranda presso l’Institut d’Etudes Politiques d’Aix-en-Provence)

Fabrizio Di Berardino (sociologo, laureato presso l’Università “Carlo Bo” di Urbino)

 

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