Forme di governo e sistemi elettorali tra teoria e prassi
Riflessioni, proposte e sintesi degli interventi nel convegno di Giurisprudenza

22 marzo 2012  |  di  |  Pubblicato in In evidenza (B)

di Luca Di Majo

Forme di governo e sistemi elettorali tra teoria e prassi è il titolo del convegno che si è svolto venerdì 16 marzo nelle aule della Facoltà di Giurisprudenza e al quale sono intervenuti due illustri studiosi del Diritto costituzionale contemporaneo: il prof. Stefano Ceccanti, senatore della Repubblica in carica e Ordinario di Diritto pubblico comparato presso l’Università di Roma “La Sapienza”, e il prof. Tommaso Edoardo Frosini, anch’egli Ordinario di Diritto pubblico comparato presso l’Università di Napoli “Suor Orsola Benincasa”. A fare gli onori di casa, la prof. Licia Califano, Ordinario di Diritto costituzionale presso l’Università degli Studi di Urbino che ha posto l’attenzione su alcuni “fili rossi” che i relatori hanno poi sviluppato: il ruolo dei partiti all’interno della forma di governo e l’auspicio di un cambiamento della legge elettorale in vigore la quale, forse, non permette al cittadino di esercitare il potere che gli viene riconosciuto dal secondo comma dell’art. 2 Cost.: la sovranità.
Il prof. Frosini ha effettuato una panoramica generale sull’evoluzione dei sistemi elettorali, soffermandosi in particolare sulle due leggi elettorali – n. 276/93 e n. 277/93 (il c.d. “Mattarellum”) , le quali introducevano un sistema “misto” e permettevano agli elettori la possibilità di scelta dei candidati, attraverso una combinazione tra collegi uninominali (maggioritario) e liste corte (proporzionale), in modo da garantire un effetto proiettivo delle forze politiche in Parlamento, fotografia della situazione politica nazionale. Si dirà che l’obiettivo da raggiungere dovrebbe essere un bilanciamento temperato tra due esigenze apparentemente opposte: quella di garantire la democraticità del sistema attraverso un sistema proporzionale “puro”, e quella di orientarsi verso un Governo forte alla luce del mutato rapporto tra gli organi costituzionali causati dall’attuale contesto socio-economico che impone al Governo la necessità di porre in essere scelte rapide ed immediate per adeguare il Paese alla velocità imposta dai mercati. Segue l’analisi della legge n. 270 del 21 dicembre 2005 (la c.d. legge “Calderoli”, meglio conosciuti come “Porcellum”, la quale è da sempre stata considerata gravida di problemi soprattutto per l’introduzione delle liste bloccate che di fatto limitano la possibilità di scelta da parte dell’elettore. Nonostante il prof. Frosini abbia più volte sottolineato la necessità di “restituire agli elettori lo scettro” enfatizzando il loro diritto di voto – e di scelta –, e permettere agli stessi di entrare a far parte effettivamente – da protagonisti – nella forma di governo, conferendo il peso specifico che spetta alla loro scelta, chiude con una provocazione: perchè non mantenere la legge elettorale vigente, che comunque garantisce governi più o meno stabili, ma razionalizzando il metodo delle primarie in modo da garantire si una selezione dei candidati, ma che provenga da chi è titolare del potere sovrano e cioè il popolo e nello specifico gli elettori?

Il senatore e prof. Ceccanti ha successivamente effettuato un’analisi tecnica della legge elettorale attuale, auspicando un rapido cambiamento delle regole che disciplinano il metodo di scelta dei nostri rappresentanti. Secondo quanto affermato dal senatore Ceccanti: “è necessario recuperare la natura propria del voto degli elettori, il quale necessariamente deve proiettarsi non solo nel Parlamento, ma finanche al Governo. Da qui la tendenza ad un rafforzamento del ruolo dell’esecutivo che diverrebbe un vero e proprio “organo governante” piuttosto che mero esecutore delle scelte parlamentari ed “emanazione permanente del Parlamento”, secondo le parole di Leopoldo Elia. L’unica strada per realizzare tale obiettivo – secondo il senatore Ceccanti – sarebbe “smontare” tale sistema elettorale e “rimontarlo” al fine di evitare una “guerra civile tra i partiti”, garantire la governabilità e conferire al Governo – e, di riflesso al Presidente del Consiglio – una piena legittimazione proveniente direttamente dal popolo”.
“Bisogna immaginare – ha continuato il senatore Ceccanti -  un sistema elettorale “più come un trasformatore che a un apparato fotografico”. Le leggi elettorali vigenti oggi in Italia sono sicuramente mal congegnate a causa di un premio di maggioranza mal strutturato: tralasciando la critica alla legge del Senato – sciagurata l’idea di impostare un premio su base regionale che, rischia di consegnarci costantemente una maggioranza diversa da quella che si forma alla Camera –, risulta evidente che la legge per la Camera è “anomala per il fatto di attribuire un premio fisso su base nazionale attraverso lo strumento di un voto a liste in cui i candidati al Parlamento sono indistinguibili per la lunghezza delle liste medesime”. È altrettanto vero, però, che una scelta di un sistema costruito su collegi uninominali, e affiancato da liste corte, potrebbe comportare l’attribuzione di premi impliciti, o impliciti ai partiti più grandi solo al fine di “favorire una scelta diretta dei Governi da parte degli elettori”, così come è accaduto con il “Mattarellum”. Certamente, strutturare un sistema elettorale e, in esso, il premio di maggioranza, è questione ardua e complessa da affrontare: c’è sempre il rischio di incorrere in scelte sconsiderate come è stata quella del 1953 in cui il premio era stato pensato appositamente per garantire la vittoria finale all’unica coalizione che poteva governare. Anche la legge Calderoli che, apparentemente garantisce una piena legittimazione al Governo, ha strutturato un premio di maggioranza che mal si attaglia alla dimensione politico-sociale della nostra forma di governo: se è vero che il premio di coalizione sul piano nazionale comporta l’apparente vantaggio della scelta di un Premier, capo della coalizione uscita vincente dalla tornata elettorale, dall’altro lato ciò porterebbe alla formazione di alleanze costruite per vincere, ma non in grado di governare a causa dei delicati equilibri che spesso si rompono in corso di legislatura, causati dalla notevole distanza ideologica dei partiti che le compongo”.
Secondo il prof. Ceccanti è, dunque, necessario sganciarsi dall’attuale sistema elettorale che, ruotando attorno al maggioritario di coalizione e non di partito, garantisce la vittoria alla coalizione vincente: in tal modo, le coalizioni verrebbero costruite in maniera da includere più partiti possibili per raccogliere il maggior numero di voti. L’obiettivo è, dunque, quello di “destrutturare” il modello vigente e “ristrutturarlo” garantendo un premio di maggioranza al partito uscito più forte dalla tornata elettorale, ma mai alle coalizioni: tale risultato potrebbe essere conseguito in due modi: in maniera implicita, individuando circoscrizioni elettorali di piccole dimensioni, senza prevedere il recupero dei resti, che favorirebbe la sopravvivenza dei partiti minori e che non hanno una forte rappresentanza sul piano nazionale, se non frammentata; in maniera esplicita attraverso un piccolo premio in seggi alla sola lista più votata. Insomma, “maggioritario si, ma di partito”.
Tuttavia ciò potrebbe non bastare per raggiungere i risultati sperati, posto che la riforma del sistema elettorale deve camminare di pari passo con riforme costituzionali correlate ad essa. Il senatore Ceccanti indica quelle più urgenti: l’introduzione della “sfiducia costruttiva” sul modello tedesco e l’approvazione della fiducia a maggioranza semplice; l’attribuzione del potere di revoca e del potere di scioglimento anticipato delle Camere al Presidente del Consiglio dei Ministri.

Dal convegno è emersa una sfida che deve essere raccolta attraverso una riflessione su tutti i temi fin qui esaminati, perché in questi campi si misura il consenso della cittadinanza verso lo Stato, e che l’istanza democratica e partecipativa vuole coerente, snello e limpido nel suo impianto normativo. È chiaro che questi obiettivi non sono di facile realizzazione: ancora una volta spetta alle concrete scelte politiche fissare il corretto e ragionevole punto di equilibrio tra “valori” costituzionali, ricordando che laddove questo punto di equilibrio fosse individuato dalla legge in maniera irragionevole o parziale, l’esistenza di un preciso rilievo costituzionale in questa materia consentirebbe non soltanto un severo monito da parte della dottrina, ma soprattutto un intervento giudiziario della Corte Costituzionale. È, dunque, necessario un confronto acceso e serrato sì da coinvolgere non soltanto i titolari dell’azione esecutiva e legislativa, ma anche gli studiosi del diritto che possono fornire un elevato grado di qualità scientifica attraverso le risposte alle problematiche che in questo articolo sono state formulate. Il clima di relativa tregua politica che sta vivendo l’Italia consiglia un importante periodo di riforme istituzionali: rimandare le riforme alla successiva legislatura è molto rischioso e potrebbe proiettarci indietro, e cioè alla fase antecedente al Governo Monti, dal momento che si andrebbe a votare nel 2013 con la stessa legge elettorale che ha portato alla vittoria l’ultimo Governo Berlusconi. Ciò determinerebbe la formazione di una nuova coalizione vincente nelle urne, ma incapace di governare per i motivi sopra esposti. La politica è dunque chiamata ad effettuare uno sforzo notevole per riformare sé stessa e le istituzioni con senso di responsabilità e tenendo presente come fine ultimo il bene comune del Paese, piuttosto che i soliti interessi di parte.

Luca Di Majo (Dottorando di ricerca in Diritto Costituzionale, Università degli Studi di Bologna “Alma Mater Studiorum”, Dipartimento di Scienze Giuridiche “A. Cicu”)

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