“La letteratura va a un altro passo”
Ricordo di Antonio Tabucchi

13 aprile 2012  |  di  |  Pubblicato in Post Opinion

Uno dei miei ricordi più vivi di Tabucchi è un’intervista in francese che egli rilasciò molti anni fa a Lovanio, cui io assistetti giovanissimo, e che riascoltai con attenzione in macchina, in viaggio per Kortrijk, insieme a Franco Musarra che ne era stato l’artefice. Ascoltando dal vivo Tabucchi mi sembrava di entrare finalmente nel segreto di alcuni suoi romanzi che avevo letto e che mi avevano lasciato la nostalgia di qualcosa che non capivo bene (una sorta di saudade…). Mi soggiogava il respiro trattenuto della sua conversazione, l’elegante semplicità delle risposte, condite di storie e citazioni. Era il 1994, anno della (ir)resistibile ascesa, pardon discesa in campo, di Berlusconi, e da poco Tabucchi aveva pubblicato Sostiene Pereira, un romanzo storico ambientato nei primi anni della dittatura salazarista in Portogallo, che era anche una sottile riflessione su alcuni cattivi presentimenti della vecchia Europa post-Maastricht. Un romanzo che suscitò – come si ricorderà – non poche polemiche (il dottor Pereira fu accusato sulle pagine de Il Giornale di essere un “pre-comunista”), così attirando l’attenzione dei media, e finendo per favorire il lancio del libro e della sua trasposizione cinematografica, curata da Roberto Faenza.

Sono tornato qualche anno fa a leggere con nuova passione Tabucchi grazie a una bella intervista rilasciata dallo scrittore a Marco Alloni (Una realtà parallela. Dialogo con Antonio Tabucchi, Adv, Lugano, 2008, ora ripubblicata con il titolo Saudade di Libertà, Aliberti, Reggio Emilia, 2011). Inossidabile compagno degli anni universitari urbinati, con il quale fondai nel 1991 “Profili Letterari”, un semestrale di letteratura contemporanea (durato fino al 1995), Marco Alloni da una quindicina d’anni vive al Cairo, ma ha girato il mondo – dal Messico alla Siria – da reporter e da scrittore (esordì giovanissimo, nel 1990, con un romanzo poetico, affabulante, viscerale, La luna nella Senna, vincendo il premio Grinzane-Cavour). Al Cairo lavora da giornalista per la Radio della Svizzera Italiana, ha messo su famiglia, e scrive storie, cui auguro presto di incontrare un editore importante. Nella sua attività di giornalista culturale ha incontrato alcuni fra i maggiori intellettuali, pensatori e scrittori italiani di questi anni (Magris, Ben Jalloun, Giorello, Hack, Galimberti, Fouad Allam, Luzzatto, Fuksas, Caselli, Colombo, Caracciolo, Flores D’Arcais, Ravera, Augias, Travaglio, ecc.) intervistandoli e redigendo piccoli e densi volumetti. L’intervista a Tabucchi è, a mio parere, fra le più belle. Un’intervista breve, ma studiata per anni (fra letture, articoli, conferenza in Egitto e in Italia), e girata in un solo pomeriggio (nella casa dello scrittore, a Vecchiano), così come esige lo stile intramontabile del giornalismo americano. E il bello è che essa non pretende di restituire un’immagine a tutto tondo di Tabucchi, bensì un ritratto vivace, sfaccettato e puntuale sul senso della scrittura, sull’impegno e il lavoro che impone un mestiere – quello di ‘romanziere’ – oggi sempre più soggetto a gusti e profitti editoriali.

Che cosa importa sapere di uno scrittore, all’indomani della sua scomparsa? Senz’altro che il suo lascito indelebile sia un’opera capace di resistere e vincere il tempo. Ma in che modo lo scrittore difende il suo mestiere, e una certa idea di letteratura, non solo dall’eventuale oblio, ma anche – soprattutto – dal feticismo consumistico dell’industria culturale? Ascoltiamo Tabucchi:

«Lo scrittore deve rispondere a quello che sente, mai costringersi a scrivere quello che non sente. Tutto è narrabile. Tutto ha legittimità di essere narrato. Poiché tutto ciò che esiste merita di essere narrato.»

Una dichiarazione di fede non solo nel presente, ma anche nella possibilità di trasformarlo e migliorarlo, senza rinunciare alla certezza che quello che facciamo ha un senso, immaginando qualcosa di meglio per un paese che ha dissipato per anni la sua credibilità (soprattutto in politica). Il motivo ‘patriottico’, valorizzato sin dal primo romanzo, Piazza d’Italia (1978), si è negli anni legato a molti altri temi che hanno ampliato l’orizzonte europeo entro il quale va collocata l’opera di Tabucchi. È singolare che l’autore di riferimento più importante per Tabucchi sia Pessoa, uno scrittore portoghese, a riprova di come il baricentro della tradizione letteraria con cui un autore italiano del pieno Novecento fa i conti si sia spostato dal suo paese all’Europa. L’insegnamento di Pessoa si avverte in questa frase (rilasciata nell’intervista):

«L’autenticità di un testo letterario consiste nell’evitare soprattutto ogni progettualità… L’autenticità di uno scrittore è questo: la sincerità con se stesso.»

Ma come! Il poeta-fingitore di Pessoa insegna a mirare all’autenticità? Sì, in quanto ci rende consapevoli di una più ardua e ostinata saggezza del vivere/scrivere, che ci impone di usare le “maschere” con consapevolezza, non per nascondersi, ma per dare un volto alle nostre molteplici identità, per riconoscere le nostre profonde, a volte contraddittorie, tensioni. Una saggezza asistematica ma non disordinata, leggera ma non evanescente. Stralciando dall’intervista, ecco un piccolo saggio di passi da manuale:

«È bene temere la perfezione, altrimenti si rischia di fare un bucato troppo bianco, e la letteratura clean non ha nessun interesse: la vita è imperfetta, spesso è sporca e deve lasciare qualche macchia sulla camicia»

«Un libro, spesso, quasi sempre, è più grande di noi»

«Diffido di una certa letteratura che vorrebbe portare la verità, fra l’altro i risultati sono quasi sempre mediocri. La funzione della letteratura è insinuare dei dubbi, ad affermare la verità ci pensano i teologi e i politici: la “loro” verità naturalmente, quella che gli conviene»

«La letteratura è sempre un di più rispetto a ciò che c’è, e in quanto tale è un’altra realtà. Essa aggiunge un qualcosa che prima non esisteva»

«Si prendeva un cubo e lo si stendeva su un foglio, tutte le sue facce erano lì, visibili su quel foglio. La letteratura fa la stessa cosa. Lei mi obietterà che quello non è più un cubo, è l’idea di un cubo. Ma la letteratura non è la vita, è l’idea che ne abbiamo»

«Si scrive perché si ha paura della morte? È possibile. O non si scrive piuttosto perché si ha paura di vivere? Anche questo è possibile…»

 «La letteratura è un gioco che somiglia a quello dei bambini. Di una terribile serietà. Perché quando un bambino gioca mette tutto in gioco. Prende una pietruzza e seduto sul gradino di casa, mentre scende la sera, reggendo la pietruzza sul palmo della mano dice che quella pietruzza è il mondo. Sottolineo: non lo pensa soltanto, ma lo dice, perché è solo quando lo dice che il sortilegio si avvera e la pietruzza diventa mondo: è il patto assoluto…»

Pillole di saggezza? No, è Tabucchi. Lo stesso scrittore che ascoltavo nell’altra intervista, quasi vent’anni fa, a Lovanio. Con il suo umore, la sua malinconia, il suo buon senso. Da scrittore non smetteva mai la veste dell’uomo, da uomo non smetteva di essere uno scrittore. Negli anni, però, mi sembra sia cresciuta la sua preoccupazione nei confronti non solo del genere umano, ma anche della letteratura.

L’ultimo capitolo dell’intervista rilasciata ad Alloni ha un titolo emblematico: La letteratura va a un altro passo. Pensiero dominante, logiche editoriali. Ne prendo un pezzo e lo faccio mio, per il titolo di questo intervento. Si tratta di difendere la letteratura dal mercato, dagli spazi e dalle icone del commercio culturale: media, televisione, giornali, best-seller, eventi, festival ecc. La letteratura non corre i cento metri – sostiene Tabucchi –, semmai fa la maratona. Ha bisogno di tempo. Un tempo fuori dall’ordinario. Il valore dei libri si misura dopo anni, occorre attendere, armarsi di pazienza. Imparare a riconoscere «la verità di un attimo, un attimo dopo introvabile» (commenta Alloni alla fine dell’intervista) che solo uno scrittore sa evocare e fermare per sempre sulla pagina.

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