Riscaldamento globale
L’indagine di Uniurb, pubblicata dalla rivista Nature, svela incognite interessanti

13 aprile 2012  |  di  |  Pubblicato in In evidenza (B), Slider

 

L’Università di Urbino ha contributo a un’importante ricerca sulle dinamiche di riscaldamento globale causate da eccesso di CO2 nel passato geologico.

Secondo la ricerca, pubblicata questa settimana dalla rivista Nature, lo scioglimento del permafrost polare sarebbe il responsabile di alcuni episodi di riscaldamento globale estremo avvenuti più di 50 milioni di anni fa.

La scoperta è stata possibile grazie a una collaborazione interdisciplinare tra scienziati con diverse competenze su modelli vegetazionali e climatici, geochimica isotopica e permafrost guidati da Rob DeConto (University of Massachusetts, Amherst) in collaborazione con l’Università di Urbino (Simone Galeotti), Yale University, University of Sheffield, University of Colorado e Penn State University. 

I ricercatori hanno analizzato una serie di episodi di estremo riscaldamento globale avvenuti tra 56 e 50 milioni di anni fa a seguito del rilascio in atmosfera di ingenti quantità di gas serra (anidride carbonica e metano). Il rilascio di carbonio nell’atmosfera causò l’acidificazione degli oceani e l’innalzamento delle temperature medie globali fino a 5°C nel giro di poche migliaia di anni e fu innescato da variazioni periodiche della geometria orbitale della Terra, le stesse responsabili dell’alternanza delle più recenti Ere Glaciali.

Sino a oggi si riteneva che la fonte di carbonio fosse da rintracciarsi nel metano intrappolato nei fondali oceanici sotto forma di gas idrati, ma gli esperti ora pensano che il carbonio sia stato in realtà rilasciato dai suoli ghiacciati delle regioni polari, più sensibili al riscaldamento globale.

I dati paleoclimatici ottenuti e i modelli mostrano che il rilascio di massicce quantità di carbonio immagazzinato nel permafrost provocò l’innalzamento delle temperature e l’acidificazione oceanica amplificando il cambiamento climatico già in corso.

Per costruire il nuovo modello, il team di ricercatori ha utilizzato un “orologio astronomico” di alta precisione ricavato da una successione rocciosa dell’Italia centrale. Gli episodi di riscaldamento sono legati a fasi in cui l’orbita della Terra intorno al sole era molto eccentrica e l’asse terrestre molto inclinato. Questa configurazione astronomica portò a importanti variazioni della stagionalità, particolarmente alle alte latitudini, causando lo scioglimento del permafrost e il rilascio di metano.

Le quantità di carbonio in gioco negli scenari fossili erano maggiori di quelle attuali ma lo studio implica che i depositi ricchi di carbonio ora intrappolati nel permafrost delle regioni polari sono vulnerabili al riscaldamento climatico causato dall’uomo attraverso l’uso dei combustibili fossili per la generazione di energia e, a lungo termine, potrebbero provocare una notevole amplificazione dell’aumento delle temperature.

Simone Galeotti del Dipartimento di Scienze della Terra, della Vita e dell’Ambiente (Università di Urbino) ha partecipato alla ricerca identificando le fasi orbitali degli eventi di riscaldamento: «Le fasi di super-caldo analizzate rappresentano un esperimento naturale di alterazione del ciclo del carbonio con innalzamento delle concentrazioni di gas serra, in questo caso indotte da una forzante astronomica, cioè da variazioni della geometria orbitale del Pianeta. Lo studio identifica le fonti di carbonio sufficienti a spiegare le estreme fasi di riscaldamento osservate in ambienti continentali polari. Il nocciolo della questione riguarda l’estrema vulnerabilità degli enormi serbatoi di carbonio intrappolati nei suoli ghiacciati alle alte latitudini. Il graduale aumento delle temperature medie del Pianeta è, infatti, notoriamente amplificato nelle aree polari, un meccanismo in atto anche oggi nel trend di graduale riscaldamento globale del Pianeta».

Rob DeConto (University of Massachusetts, Amherst) aggiunge: «Dinamiche simili sono in atto oggi. Il riscaldamento climatico globale sta degradando il permafrost delle regioni Polari artiche, liberando il carbonio e il metano intrappolato nei suoli ghiacciati e immettendolo in atmosfera. Questo meccanismo può solo esacerbare il riscaldamento futuro. La ricerca mostra che il carbonio oggi immagazzinato nelle regioni artiche è vulnerabile al riscaldamento. Il riscaldamento causa lo scioglimento del permafrost e la decomposizione della materia organica che rilascia gas serra nell’atmosfera assecondando un meccanismo di auto-amplificazione».


Pubblicazione su Nature: http://www.nature.com/nature/journal/v484/n7392/abs/nature10929.html

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