Il conflitto intergenerazionale nelle politiche del governo
Editoriale di Antonio Cantaro

4 maggio 2012  |  di  |  Pubblicato in Editoriale

Sosterrò tre cose elementari ma, mi auguro, non banali. La prima è che le politiche per i giovani del governo sono sostenute da una ideologia e da una retorica certamente ambiziose. La seconda è che sta diventando crescente la distanza tra questa ambizione e la realtà concreta, in primo luogo l’esperienza e i sentimenti dei giovani. La terza è che questo scarto crescente tra retorica e realtà rischia di diventare un vero e proprio corto circuito che può travolgere l’immagine di Monti […].Questo è un problema assai serio, anzi serissimo. Monti non è Berlusconi. La sua eventuale caduta non è una liberazione.

Il suo esperimento è il tentativo di una parte della borghesia italiana di parlare in prima persona del Paese, al Paese, per il Paese. Se viene meno il consenso a Monti non torneranno in campo né la Prima né la Seconda Repubblica, se non in forme morbose e degenerate. Affinché ciò non avvenga è necessario che, accanto alla narrazione neo-liberale e neo-borghese di Monti, si faccia strada un’altra narrazione neo-laburista e neo-democratica […]

Il Premier ha in questi mesi continuamente ed enfaticamente rivendicato all’azione  del governo la funzione di rappresentare politicamente gli interessi dei giovani, di far pesare il loro “fiato innovatore”. Quale è la rappresentazione che sostiene questa ambiziosa pretesa? E’ la rappresentazione di un Paese soffocato dagli egoismi corporativi e dalla miopia dei padri […]

Il cuore della narrazione montiana della questione giovanile è, insomma, l’esistenza di quel conflitto distributivo tra le generazioni che un certo filone della sociologia contemporanea dipinge come il conflitto per eccellenza dell’ epoca post-moderna. L’argomento è da tempo largamente propagandato dai media con numeri impressionanti. Su ogni giovane pesano 80 mila euro di debito pubblico e 250 mila euro di debito pensionistico […].

Con questo sottofondo di cifre e di umori flirtano i provvedimenti varati in questi mesi dall’esecutivo. Raffigurati tutti come espressione di una politica che interviene nel presente con lo sguardo rivolto al futuro.  Si tratti di taxi, farmacie e notai. Si tratti di snellimento delle procedure, ricerca scientifica o quant’altro.

E’, comunque, la riforma previdenziale ad essere assunta come ‘manifesto’ di un approccio “di lungo periodo” in ordine alle “stella polare” del riequilibro tra generazioni.

La necessità della riforma non è, secondo il governo, “esclusivamente dettata dagli impegni esterni che il Paese deve rispettare”, né solo dalla insostenibilità del debito previdenziale prospettico. La riforma è “il primo tassello di una più ampia riforma del mercato del lavoro destinata ad estendere gli ammortizzatori sociali ad un universo più ampio di giovani e di lavoratori […]

Sono ormai passati oltre 150 giorni dalla nascita dell’esecutivo. Non è ancora il momento  di sentenze definitive. Ma è il tempo giusto per lanciare un allarme sulla crescente distanza tra la narrazione del governo e la realtà: Tra provvedimenti raffigurati come utili alla crescita e un paese sempre più povero di salari e stipendi, di consumi, di risparmio, di domanda di lavoro, tanto per i giovani inoccupati e precari quanto per gli adulti disoccupati […].

E’ necessario un discorso di verità […]. La narrazione del governo e la sua politica sono reticenti […]. Una narrazione onesta dovrebbe rivolgersi agli italiani a partire dalla realtà che essi vedono e vivono quotidianamente […]. Una narrazione onesta dovrebbe dire che la politica della Merkel e le regole del cosiddetto fiscal compact sono alla lunga insostenibili. Ciò che vale per la Germania non può valere per la restante e più fragile parte di Europa: non possiamo affidare le nostre uniche possibilità di crescita alle esportazioni con l’esclusione di qualsiasi apporto della domanda interna. Una narrazione onesta dovrebbe capovolgere la lettura che Monti dà del modello tedesco. Il successo di questo paese sta nell’aver costruito un’economia dell’offerta fondata su un apparato produttivo forte che nella stabilità finanziaria non vede un valore o una virtù, ma più semplicemente un ingrediente della propria competitività. Questa continua a dipendere da un sistema formativo di prima qualità, dall’ininterrotto sostegno finanziario dato alla ricerca e all’innovazione, dalle prestazioni eccellenti delle sue istituzioni pubbliche. Una narrazione onesta dovrebbe dire che queste sono le politiche per i giovani e per la crescita che noi dovremmo fare. E che non riusciamo a farle perché siamo stati costretti a devolvere porzioni sempre più ampie di sovranità nazionale in cambio di condizioni di credito meno catastrofiche […].

Una narrazione onesta non è ancora una politica alternativa. E’ il presupposto indispensabile su cui costruire una rinascita dell’Italia. Questa non può che fondarsi sulla valorizzazione dei punti di forza della nostra storia. Sul coinvolgimento delle grandi rappresentanze del lavoro nelle strategie aziendali, su un tessuto molecolare associato e reticolare di produttori, su una densa partecipazione democratica alle grandi scelte di sistema: sul rifiuto, insomma, di una visione meramente finanziaria dello sviluppo […].

L’articolo che vi proponiamo è uno stralcio della Relazione per la Consulta programmatica dello Spi-Cgil  (Roma 11 aprile 2012).

Antonio Cantaro, ordinario di Diritto costituzionale presso la Facoltà di Sociologia

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