Sullo stato di salute della lingua italiana
Lectio Magistralis di Andrea Camilleri. Oggi all'Università di Urbino

15 novembre 2012  |  di  |  Pubblicato in In evidenza (A), Slider

Magnifico Rettore, Membri del Senato accademico e del Consiglio di Amministrazione, Studenti, Signore e Signori,

La mia non sarà una lectio e men che mai magistralis, ma solo una breve riflessione, formulata nei modi più semplici e colloquiali, da condividere con voi sullo stato di salute della lingua italiana.

La faccio in questa sede e in questa occasione perché le considero le più giuste e appropriate.

Dirò subito che a me la nostra lingua non sembra star molto bene e che non si faccia niente per curarla sicché le sue condizioni di salute peggiorano col trascorrere del tempo.

Dirò, fuor di metafora, quale a me appare essere il suo male e il perché del mio timore.

Sullo stato di salute della Lingua italiana — Andrea Camilleri con a fianco il Rettore Stefano Pivato e Monica Guerritore

Sullo stato di salute della Lingua italiana — Andrea Camilleri con a fianco il Rettore Stefano Pivato e Monica Guerritore

Qualche mese addietro il Presidente del Consiglio, il senatore Monti, ebbe ad affermare solennemente che egli e il suo Governo, attraverso le severe misure restrittive imposte agli italiani, avevano salvato il nostro paese dalla colonizzazione, vale a dire dalla cessione all’Europa di parte della nostra sovranità nazionale. Intendendo naturalmente sovranità economico-finanziaria e non territoriale.

Premesso che lo stesso Monti ha dovuto ammettere di avere agito con brutalità a seguito dell’eredità fallimentare che gli è stata lasciata e della crisi dell’euro, mi auguro che realmente sia stato così, e me lo auguro soprattutto per tutti coloro che hanno perduto il lavoro, per i giovani senza più futuro, per coloro che non hanno né lavoro né pensione, per le famiglie

ridotte alla povertà, per i milioni di disoccupati forzati. Ma il Presidente del Consiglio, certamente in totale buonafede, è il primo a collaborare ad una più sottile e pericolosa e devastante forma di colonizzazione, quella della lingua italiana da parte di lingue straniere.

Alcuni anni addietro, che già eravamo cittadini europei, il Presidente dell’Accademia dei Lincei scrisse un preoccupato intervento sul nostro più diffuso quotidiano nel quale proponeva l’introduzione di un nuovo articolo nella nostra Costituzione, articolo che dichiarasse la lingua italiana quale lingua ufficiale ed unica della nostra Repubblica. Subito dopo Mario Luzi, con uno scritto sullo stesso giornale, si schierò a favore del Presidente dell’Accademia. Molti, e io tra essi, intervennero ironizzando: ci pareva una proposta inutile, che sfondasse una porta aperta.

Non erano scritte in lingua italiana tutte le nostre leggi? Non era scritta in italiano la Costituzione? In Parlamento i deputati che rappresentavano territori e popolazioni bilingue non parlavano in italiano? Non si insegnava l’italiano nelle scuole di ogni ordine e grado? Tempo dopo, incontrandomi, Mario Luzi mi spiegò a lungo come la preoccupazione sua e del Presidente dei Lincei nascesse dal timore che la lingua italiana, se non fortemente supportata, correva il rischio di diventare, in Europa, una lingua di secondo ordine.

E’ da tempo che vado facendo ammenda, perché ho dovuto riconoscere che avevano perfettamente ragione. Infatti, da qualche anno a questa parte, la traduzione in italiano di tutti gli atti dell’Unione Europea è stata abolita. L’obbligatorietà della traduzione rimane per l’inglese, il francese e il tedesco.

E questo senza che nessun politico italiano vigorosamente protestasse, pur essendo l’Italia uno dei paesi fondatori dell’Unione Europea.

Se all’estero la nostra lingua è tenuta in scarsa considerazione, da noi la nostra lingua viene quotidianamente sempre più vilipesa e indebolita da una sorta di servitù volontaria e di assoggettamento inerte alla progressiva colonizzazione alla quale ci sottoponiamo privilegiando l’uso di parole inglesi. E c’è di più.

Un esempio per tutti. Mi è capitato di far parte, quale membro italiano, della giuria internazionale del Premio Italia annualmente indetto dalla Rai con sede a Venezia. Ebbene, il regolamento della giuria prevedeva come lingua ufficiale dei giurati quella inglese, senza la presenza di interpreti.

Sicché uno svedese, un russo, un francese e un giapponese e un italiano ci trovammo costretti ad arrangiarci in una lingua che solo il rappresentante della BBC padroneggiava brillantemente.

Va da sé che la lingua ufficiale, in Francia, del Festival di Cannes è il francese, la lingua ufficiale in Germania del Festival di Berlino è il tedesco.

E il Presidente del Consiglio, parlando di spread o di spending rewiew è il primo a dare il cattivo esempio. Monti però non fa che continuare una pessima abitudine dei nostri politici, basterà ricordare parole come “election day”, “devolution”,“premier” e via di questo passo. Oppure creando orrende parole derivate tipo “resettare”. Tutti segni, a mio parere, non solo di autosudditanza ma soprattutto di un sostanziale provincialismo.

Piccola digressione. Il provincialismo italiano, antico nostro vizio, ha due forme. Una è l’esaltazione della provincia come centro dell’universo. E valgano i primi due versi di una poesia di Malaparte, “Val più un rutto del tuo pievano / che l’America e la sua boria”…,per dirne tutta la grettezza. L’altra forma è quella di credersi e di dimostrarsi non provinciali privilegiando aprioristicamente tutto ciò che non è italiano. Quante volte ho sentito la frase: “io non leggo romanzi italiani” o più frequentemente, “io non vado a vedere film italiani”. Finita la digressione.

Se poi si passa dalla politica al vivere quotidiano, l’invasione anglosassone appare tanto estesa da rendersi pericolosa. Provatevi a saltare da un canale televisivo all’altro (mi sono ben guardato dal dire “fare zapping”), vedrete che il novanta per cento dei titoli dei film o addirittura di alcune rubriche, sono in inglese. La stessa lingua parlano le riviste italiane di moda, di architettura, di tecniche varie. I discorsi della gente comune che capti per strada e persino al mercato sono spesso infarciti di parole straniere. In quasi tutta la strumentistica prodotta in Italia i sistemi di funzionamento sono identificati con parole inglesi.

Il problema, noto con un certo piacere, comincia ad essere avvertito. Sempre sul “Corriere della Sera”, così scrive Sergio Romano in data 28 ottobre di quest’anno: “Per attirare studenti stranieri le Università offrono corsi d’inglese. Per essere comprese dai mercati le aziende scrivono i loro bilanci in inglese. Per vendere i loro prodotti, assumere nuovo personale e lanciare messaggi pubblicitari, parlano inglese. Per comunicare al mondo i risultati delle loro ricerche, gli scienziati scrivono i loro articoli in inglese. Persino le segreterie e i centralini telefonici rispondono in inglese e chiedono di lasciare messaggi ‘after the bip’. Non vi è dubbio: questo stato di cose regala ai popoli di lingua inglese un incomparabile vantaggio e a tutti gli altri un considerevole svantaggio”. Fin qui Romano. Tra i vantaggi, sarebbe utile ricordare che avendo la Gran Bretagna risparmiato 18 miliardi di euro con l’abolizione dell’insegnamento delle lingue straniere in gran parte delle sue scuole, ne ha guadagnati, al momento, 350, sempre miliardi, attraverso l’insegnamento dell’inglese in Europa.

E a proposito d’Europa, una piccolissima parentesi: è questa l’Europa che noi italiani, sottomessi al volere economico della Germania e dominati linguisticamente dagli inglesi, abbiamo così a lungo sognato? Chiusa la parentesi, torno all’argomento che mi interessa.

E’ così che muoiono le lingue. Quasi senza accorgersene.

La lingua più forte opera una continua ma tenace infiltrazione finché non perviene a una totale sostituzione, diventa predominante.

Rispondendo a un lettore che gli scrive se non rafforzi l’Europa l’adozione di una lingua comune, Beppe Severgnini, nella sua rubrica “Italians” dell’inserto del “Corriere” del 28 settembre di quest’anno, afferma testualmente che “l’inglese è già, di fatto, la lingua comune europea”. Due giorni dopo, sullo stesso giornale, appariva una lapidaria risposta di Alberto Arbasino: “brand, trend, teen, in, look, out, thriller, noir, cool…Brrr!”

Come a dire che se la lingua europea dev’essere la lingua inglese, che in Italia sia quella italiana. E che l’esser costretti a parlare un’altra lingua non significa necessariamente doverla sostituire una volta per tutte alla propria.

A questo punto non vorrei che si cadesse in un equivoco e mi si scambiasse per un sostenitore dell’autarchia della lingua di fascistica memoria. Quando il celebre brano jazz “Saint Louis blues” diventava “Tristezze di san Luigi”, il cognac “Arzente” e i cognomi della Osiris o di Rascel si dovevano mutare in Osiri e Rascele.

Benvenuto Terracini sosteneva, e a ragione, che ogni lingua nazionale è centripeta, cioè a dire che si mantiene viva e si rinnova con continui apporti che dalla periferia vanno al centro. Un amico russo, molto più grande di me, andatosene via nel 1918 dalla sua patria e tornatovi per un breve soggiorno nel 1960, mi confidò, al suo rientro in Italia, che aveva incontrato molte difficoltà a capire il russo che si parlava a Mosca, tanto era infarcito di parole e di locuzioni operaie e contadine che una volta non avrebbero mai ottenuto cittadinanza nei vocabolari. Ma erano sempre e comunque parole russe, non provenienti da lingue straniere.

In sostanza, la lingua nazionale può essere raffigurata come un grande, frondoso albero la cui linfa vitale viene risucchiata attraverso le radici sotterranee che si estendono per tutto il paese. E’ soprattutto dal suo stesso terreno, dal suo stesso humus, che l’albero trae forza e vigore.

Se però il dosaggio e l’equilibrio tra tutte le componenti che formano quel particolare terreno, quell’ unico humus, vengono alterati attraverso l’immissione di altre componenti totalmente estranee, esse finiscono con l’essere così nocive che le radici, esattamente come avviene in natura, tendono a rinsecchire, a non trasmettere più linfa vitale. Da quel momento l’albero comincia a morire.

Se comincia a morire la nostra lingua, è la nostra stessa identità nazionale che viene messa in pericolo.

E’ stata la lingua italiana, non dimentichiamolo mai, prima ancora della volontà politica e della necessità storica, a darci il senso dell’appartenenza, del comun sentire.

Nella biblioteca di un mio bisnonno, vissuto nel più profondo sud borbonico, c’erano “La Divina commedia”, l’ “Orlando furioso” e i “Promessi sposi” tutti in edizione pre-unitaria. E’ stata quella lingua a farlo sentire italiano prima assai di poterlo diventare a tutti gli effetti.

Una lingua formatasi attraverso un processo di assorbimento da parte di un dialetto, il toscano, vuoi dal primigenio volgare vuoi da altri dialetti.

Dante non esitava a riconoscere il fondamentale apporto dei poeti “dialettali” della grande scuola siciliana, e ricordiamoci che è stato il siciliano Jacopo da Lentini l’inventore di quella perfetta macchina metrica che è il sonetto. E in Boccaccio, in certe novelle geograficamente ambientate fuor da Firenze, non si coglie qua e là un’eco di quel  dialetto parlato dove la novella si colloca?

Perché da noi è avvenuta, almeno fino a una certa data, una felice coesistenza tra lingua nazionale e dialetti. Il padovano del Ruzante, il milanese di Carlo Porta, il veneziano di Goldoni, il romano di Belli, il napoletano di Di Giacomo, il siciliano dell’abate Meli hanno prodotto opere d’altissimo valore letterario che hanno arricchito la nostra lingua.

La guerra che subito dopo l’Unità d’Italia si cominciò a combattere più o meno scopertamente contro i dialetti, e che raggiunse il suo apice negli anni del fascismo, è stata un’insensata opera di autodistruzione di un immenso patrimonio. Si è scioccamente visto il dialetto come un nemico della lingua nazionale, mentre invece esso ne era il principale donatore di sangue.

Oggi paghiamo lo scotto di quell’errore. Abbiamo abbattuto le barriere e quei varchi sono rimasti pericolosamente senza difesa.

La mia riflessione termina qui. Coll’augurio di non dover lasciare ai miei nipoti non solo un paese dal difficile avvenire ma anche un paese la cui lingua ha davanti a sé un incerto destino.

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