Produttività, l’Italia è ferma da vent’anni
Sul rapporto Istat interviene l’economista Mario Pianta. Analisi ripresa anche dai più importanti quotidiani della Cina

26 novembre 2012  |  di  |  Pubblicato in In evidenza (B), Slider

A seguito del rapporto Istat secondo cui la produttività italiana è ferma da vent’anni, divulgata dai media nazionali e internazionali, UniurbPost ha interpellato l’economista Mario Pianta.

L’economista dell’Università di Urbino è stato intervistato anche dall’agenzia stampa cinese Xinhua News Agency, per domandargli la ricetta anti-crisi.

L’intervista è stata ripresa da alcuni tra i più influenti quotidiani cinesi in lingua inglese fra i quali big5.xinhuanet, Chinadaily, Shangaydaily.

Prof. Mario Pianta

Prof. Mario Pianta

Secondo il prof. Pianta, le cause della crisi italiana sono determinate da quattro debolezze, che si sono fatte sempre più gravi: la struttura produttiva, le dimensioni troppo piccole delle imprese, l’assenza di investimenti, la mancanza d’innovazione.

L’Italia ha bisogno di politiche coraggiose per stimolare la produttività.

Mario Pianta è professore di Politica economica all’Università di Urbino e fa parte del Centro Linceo Interdisciplinare “Beniamino Segre” dell’Accademia Nazionale dei Lincei. È stato fellow all’European University Institute, alla London School of Economics, all’Université de Paris 1 Panthéon-Sorbonne e alla Columbia University ed è tra i fondatori della campagna “Sbilanciamoci!” sulle alternative di politica economica.

Il suo ultimo lavoro editoriale è Nove su dieci. Perché stiamo (quasi) tutti peggio di 10 anni fa (Laterza)

La Redazione di UniurbPost pubblica a seguire il contributo del prof. Mario Pianta.


La produttività sparita

di Mario Pianta

“I recenti dati Istat che mostrano una produttività ferma in Italia per trent’anni – più 0,5% l’anno tra 1992 e 2011 – mettono a fuoco un problema chiave del paese. La produttività del lavoro è il valore di quanto produce in media ciascun lavoratore occupato, utilizzando i capitali, le tecnologie, i modelli organizzativi presenti nelle imprese. Dopo il 2000 succede in Italia qualcosa che non si era mai visto: la produttività diminuisce. Per l’insieme dell’economia la caduta è dello 0,5% l’anno tra il 2000 e il 2009; per l’industria manifatturiera i dati tra il 2000 e il 2007 registrano una diminuzione dello 0,07% l’anno e per i servizi la diminuzione è dell’1,4% l’anno, un vero e proprio crollo. Che cosa è successo? Il valore aggiunto è cresciuto pochissimo (1,6% l’anno) mentre l’occupazione – precaria – aumentava del 3%.

In Germania la produttività dell’industria manifatturiera nello stesso periodo è cresciuta del 3,3% l’anno e nei servizi aumenta dell’1%. Se nel 2000 – prima dell’arrivo dell’euro – la manifattura italiana e tedesca avevano livelli analoghi di prodotto per addetto – 53 mila contro 55 euro l’anno a prezzi 2000 -, nel 2007 il livello del nostro paese è lievemente diminuito, mentre la produttività media tedesca è salita a 68 mila euro, a prezzi costanti, un balzo del 25%.

E’ in questa dinamica della produttività che sta la radice della divergenza tra la Germania – e i paesi del “centro” dell’Unione – e l’Italia, che ha portato alla crisi europea. Una dinamica che ha le sue radici in quattro debolezze, che si sono fatte sempre più gravi: la struttura produttiva, le dimensioni troppo piccole delle imprese, l’assenza di investimenti, la mancanza d’innovazione.

1. La struttura di un sistema produttivo influenza direttamente le sue possibilità di crescita. In Europa, la crescita media della produttività del lavoro nell’industria tradizionale (alimentari, tessile, calzature, legno, prodotti in metallo) è appena un terzo di quella del resto della manifattura. I redditi sono più alti nelle attività in cui conoscenze, capitali, qualifiche del lavoro, potere di mercato e crescita della domanda sono più elevate. Ma nell’industria italiana i settori tradizionali pesano per il 46% degli occupati – e sono stati relativamente stabili – contro il 31% della Germania. E’ come una corsa tra una bicicletta e una moto.

2. L’Italia ha il record negativo della dimensione d’impresa. L’84% delle 510 mila imprese italiane ha meno di 9 addetti e un altro 15% ha tra 10 e 49 addetti. Le imprese con più di 250 addetti sono 1400 in Italia e 4000 in Germania. La piccola dimensione delle imprese italiane impedisce di raggiungere economie di scala, entrare in settori avanzati, ottenere efficienza. Non sono bastate le reti d’imprese e i distretti industriali per recuperare dinamismo; molte piccole imprese si trovano ora integrate in modo subalterno nei sistemi di produzione internazionale governati dalle grandi imprese tedesche e di altri paesi; altre hanno tentato di riprodurre il modello del decentramento che riduce i costi delocalizzando la produzione nei paesi dell’Est e del Mediterraneo. In entrambi i casi le prospettive per investimenti, crescita e occupazione in Italia sono assai modeste e, dopo il 2008, la crisi ha colpito in modo particolare proprio questi sistemi produttivi.

3. Un altro paradosso italiano è la coesistenza di alti profitti e bassi investimenti. In Italia il rapporto tra profitti lordi delle imprese (non finanziarie) e valore aggiunto è il più elevato tra i maggiori paesi europei – oltre il 40% anche nell’anno di crisi 2009, contro il 30% in Francia – ma gli investimenti fissi sono appena il 22% del valore aggiunto. Gli investimenti in macchinari – quelli che alimentano le capacità produttive – sono diminuiti negli ultimi dieci anni del 9,8% e, se li rapportiamo alla popolazione, la caduta è stata del 14,5%, mentre si sono gonfiati gli investimenti immobiliari. Anziché reinvestire i profitti in nuove attività e investimenti, sempre più capitali escono dalle imprese attraverso una gestione finanziaria che da un lato ha fatto ricorso al debito con le banche (in tempi di bassi tassi d’interesse) o a emissioni di azioni per le società quotate in Borsa per disporre di liquidità, e dall’altro l’ha utilizzata per arricchire i proprietari attraverso dividendi agli azionisti, “super bonus” ai manager e operazioni finanziarie. Questo trasferimento di risorse – dell’ordine di centinaia di miliardi – ha sottratto possibilità di crescita alle imprese e ha alimentato le attività della finanza, della speculazione, delle rendite.

4. L’innovazione, purtroppo, non è di casa in Italia. Le attività innovative documentate dall’Istat mostrano che circa il 30% delle imprese italiane ha introdotto nel 2008 un’innovazione di prodotto o di processo, mentre la media dell’Europa a 15 è vicina al 40%. Non solo si innova meno in Italia, ma prevale l’adozione di nuovi processi (con acquisti dall’esterno di macchinari, in genere destinati a sostituire lavoratori), piuttosto che la capacità di realizzare, con risorse interne, nuovi prodotti in grado di espandere produzione e occupazione. E sono le imprese che realizzano nuovi prodotti quelle che riescono a vendere a prezzi maggiori, con meno concorrenza, a distribuire salari e profitti più alti.

Si tratta di temi che all’Università di Urbino studiamo da anni, con progetti di ricerca internazionali e strette collaborazioni con l’Istat. I risultati – oltre che nelle pubblicazioni internazionali disponibili sui nostri siti – sono presentati nel mio ultimo libro, “Nove su Nove su dieci. Perché stiamo (quasi) tutti peggio di 10 anni fa (Laterza, 2012, www.novesudieci.org). E la settimana scorsa ne abbiamo discusso al seminario del Dipartimento di Economia, Società e Politica del 14 novembre “Europa, Italia. La crisi, le politiche” con relazioni di Diamanti, Ceccarini, Pianta, Travaglini, Calcagnini, Cantaro, Favaretto, Giannelli, Alfieri”.

 

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