Giornata pascoliana urbinate il 12 dicembre
Salvatore Ritrovato indaga l’attualità di Pascoli a 100 anni dalla morte

11 dicembre 2012  |  di  |  Pubblicato in Fuori Urbino

La ormai glaciale – non già “ventosa” – Urbino ricorda Giovanni Pascoli nel centenario della sua morte, in un memorabile mercoledì dicembrino diviso tra teatro, cinema, arte e poesia. La Giornata è realizzata dall’Università degli Studi di Urbino, in collaborazione con l’I.I.S. “Raffaello”, e il patrocinio del Comune di Urbino e dell’Accademia Raffaello. Ma la promozione e coordinazione è affidata al professor Salvatore Ritrovato, docente di Letteratura Italiana nonché fervente sostenitore del poeta di San Mauro. Gli rivolgiamo qualche domanda.

Il prof. Salvatore Ritrovato

Il prof. Salvatore Ritrovato

Professor Ritrovato, perché una giornata urbinate per Giovanni Pascoli?
Una “Giornata” era doverosa. Urbino ha dato molto al bambino Pascoli (ma pochi lo sanno), e Pascoli ha ricambiato degnamente la città di Urbino dedicandole alcune delle sue poesie più belle. L’occasione del centenario e, in particolare, il progetto di un ciclo di convegni itineranti dall’Emilia alla Romagna, promosso dal prof. Marco Veglia (Università di Bologna), mi hanno dato agio di concretizzare un programma che si svolge in tre tempi: teatro e arte, letteratura, cinema; e di avanzare, lungo un nuovo crinale interpretativo della critica pascoliana, un’idea più complessa della sua poesia, che tenga conto, per esempio, non solo dei temi canonici (dal “nido” al “fanciullino”), ma percepisca la stretta correlazione che passa fra l’opera nel suo farsi e compiersi, secondo una precisa intentio autoriale, e la vita nel suo disfarsi, nel suo restare incompiuta. Si tratta di una antinomia ben presente nell’animo di Pascoli, che cerca, da poeta ‘classico’, in qualche modo di nasconderla o addirittura di rimuoverla, ma intanto, come dimostra il ricco archivio conservato, ne resta assediato. In tal senso la filologia presta un servizio straordinario perché non si ferma ad attestare la lezione ‘corretta’, nella volontà ultima dell’autore, ma si presta a ricostruire versioni e varianti di un testo entro un percorso di inquietudini irrisolte, anzi irrisolvibili.

Quanto, più in generale, Urbino e, quindi, il suo paesaggio è stata fonte d’ispirazione per il giovane Pascoli?
Quantificare l’ispirazione che Urbino ha avuto nella poesia di Pascoli sarebbe riduttivo. Poco, in rapporto alla mole dell’opera. Intorno al Novecento, fra la pubblicazione dei Poemetti (1897) e dei Canti di Castelvecchio (1903) il poeta aveva in animo di raccogliere i diversi testi dedicati ai ricordi di Urbino in un volume dal titolo Canti di Urbino. Non ne fece nulla, e le ragioni sono diverse, e personalmente ne trovo interessante una, secondo la quale, fra Castelvecchio e San Mauro (per cui Pascoli stava scrivendo un ciclo di poesie molto belle, noto come Ritorno a San Mauro), Urbino non aveva scampo, rappresentava un tempo prezioso e irripetibile, ma anche chiuso, sigillato. Urbino si lega con un doppio filo alla memoria dell’infanzia: a un periodo spensierato e stimolante di apprendimento, gioco, scoperta; ma anche alla fine imprevista e traumatica del “romanzo di formazione”. Era il 1867 e Pascoli aveva 12 anni quando apprese della morte del padre, che lui e i suoi fratelli stavano aspettando a Urbino per cominciare le vacanze estive. Come si imprime tutto questo nella memoria pascoliana? Ecco, questo è il compito del critico, che si dovrà avvalere pertanto di una rigorosa conoscenza filologica dei testi. Urbino, insomma, non è solo il “vento” ma anche il “cielo”, e non fu solo latino e greco (materie nelle quali il poeta eccelleva) ma anche botanica, ornitologia, astronomia (materie di cui era appassionato p. Alessandro Serpieri, straordinaria figura di educatore e Rettore del Collegio negli anni in cui alunno Zvanî).

Pascoli studente universitario

Pascoli studente universitario

Come situa l’opera pascoliana nel Novecento italiano?
Se il Novecento va inteso come un “secolo breve”, allora Pascoli ne resta fuori anche anagraficamente. Egli muore nel 1912, due anni prima che scoppi la I guerra mondiale, la quale segna la fine delle illusioni del secolo precedente. Ma l’Italia, come si sa, ha molte anomalie, e io credo che questi criteri di misurazione cronologica vadano relativizzati. Se è indubbio che Pascoli ha molti tratti e caratteri del poeta ‘classico’, è pur vero che ha dato una spinta fondamentale alle nuove regole della poesia moderna, non tanto sul piano formale, quanto su quello dei contenuti psichici, nella raffigurazione di un soggetto che, a differenza di quello carducciano e dannunziano, non pretende di circoscrivere un paradigma etico-estetico, anzi ne denuncia sia pure involontariamente le insufficienze, l’inadeguatezza, in una chiave talmente pessimistica, a volte, che non concede alibi a letture altrimenti orientate. Esito, senza dubbio, della dolorosa vicenda privata, che Pascoli supera a suo modo, edificando un nido di carta nel quale riprendere il filo spezzato di una “felicità” negata e dileggiata, e costruendo una poetica ‘fanciullesca’ in cui egli può ritrovare un punto di vista straniante, capace di rovesciare dimensioni e proporzioni. In tal senso siamo davanti a un uomo del Novecento, cui i poeti successivi hanno attinto non solo per studiarne e assimilarne il talento, ma anche per capire se stessi, la loro poesia. E questo lo comprese un grande scrittore come Pasolini, che terminò i suoi studi universitari a Bologna, proprio con una tesi su Pascoli.

Quali testi di Pascoli indicherebbe come ancora dotati di una linfa vitale per i poeti a venire?
Uno su tutti L’aquilone, sul quale sono previsti ben tre interventi nel pomeriggio della Giornata. Una poesia eccezionale, fra le più belle di tutti i tempi per l’equilibrio e l’agilità dei motivi che si compongono, dal presente al passato e viceversa, fotografando quel sentimento della memoria che Proust, anni dopo, avrebbe sviluppato nel suo romanzo. Ma non bisogna restringere Pascoli alla scoperta della “memoria involontaria”. La modernità della sua poesia consiste nella forza dell’argomentazione lirica, sia nei testi costruiti intorno a un’immagine, a un odore, a un suono (si pensi all’Assiuolo, al Chiù, al Lampo, al Vischio, al Fringuello ecc.), sia nei testi che si distendono in lasse, terzine, o in sequenze di altre forme metriche dando vita a dei poemetti narrativi, che affrescano una vera e propria opera-mondo, tanto più unica e ricca, anche se non idilliaca, quanto più oggi avvertita come definitivamente perduta, irrecuperabile persino sul piano antropologico. Vorrei però segnalare una poesia delle Myricae, sicuramente non molto nota, ma che ebbe, per qualche anno, una funzione importante, come poesia d’apertura della raccolta (II ed.), prima de Il giorno dei morti. Si intitola Gloria, ed è un dialogo, in forma di ballata piccola, fra Belacqua, un personaggio dantesco, punito nel Purgatorio fra i pigri, e una voce anonima, fuori campo:
«Al santo monte non verrai, Belacqua?»
«Io non verrò. L’andare su che porta?
Lungi è la Gloria, e piedi e mani vuole;
e là non s’apre che al pregar la porta,
e qui star dietro il sasso a me non duole,
ed ascoltare le cicale al sole,
e le rane che gracidano. Acqua, acqua!»

Dichiarazione di modestia in apertura di libro? Può darsi. Sicuramente, il primo pensiero di Pascoli, nella composizione di Myricae, andò non al culto dei morti, ma a “quel che resta” della poesia, e quindi a quel “poco” di cui può accontentarsi un poeta (starsene all’ombra, ascoltare le cicale al sole, le rane che gracidano…). Pigrizia? o non, piuttosto, saggezza?

Macchina da scrivere di Giovanni Pascoli

Macchina da scrivere di Giovanni Pascoli

Che cosa pensa della ripresa heaneyana de L’aquilone?
Non mi ha sorpreso che Heaney, il più grande poeta oggi vivente sia arrivato, dopo Virgilio e Dante, a Pascoli: questi non poteva mancare nelle corde di un autore che ha vissuto in prima persona quanto dicevo pocanzi, cioè il tramonto antropologico di una civiltà. Pascoli, però, ci è ancora dentro: cittadino, sì, ma con un sentimento ‘rurale’ del mondo. La sua poesia trabocca di stagioni, i sensi captano tutto ciò che sa di campagna, il cielo notturno verso cui egli volge lo sguardo è sempre trapunto di costellazioni, galassie, in cui l’occhio può perdersi. Di fronte a un autore così lontano e insieme così fresco, Heaney non ha avuto dubbi nello scegliere la poesia che gli consentiva di arrivare direttamente al cuore del suo secolo, il Novecento, e lo ha fatto non traducendo ma riscrivendo, operazione più difficile e rischiosa, cioè trasfigurando i personaggi che vivono nei versi di Pascoli, rivivendoli in una occasione esistenziale affatto nuova, eppure affine, contigua con l’originale. Non poteva darsi omaggio più attento e intenso.

di Alberto Fraccacreta (Redazione Studenti)

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