“La lealtà e il coraggio”
Il ricordo di Paolo Borsellino

21 gennaio 2013  |  di  |  Pubblicato in In evidenza (B)

«La più grande paura della mafia è che si parli di lei»: con questa frase Alessandro Bondi, docente di diritto penale dell’Università di Urbino, ha aperto la conferenza Mafia e Antimafia organizzata sabato scorso dal Movimento Agende rosse Marche e dagli studenti del Dipartimento di Scienze Giuridiche, per ricordare il settantatreesimo anniversario della nascita di Paolo Borsellino.

Ma non è facile, oggi, parlare di mafia. Ce lo ha ricordato Pippo Giordano nel suo commuoversi di fronte al ricordo del giudice Giovanni Falcone; ce lo ha mostrato il magistrato Piergiorgio Morosini nel ricordare l’onestà intellettuale di Borsellino con le parole «La lealtà e il coraggio di portare avanti le proprie idee anche quando si è soli» e quando, agli interventi del pubblico, ha chiesto di essere esonerato dal rispondere a domande che violavano la segretezza necessaria al suo lavoro e a quello di chi, ogni giorno, rischia la propria vita combattendo il crimine; ce lo ha ricordato infine Pino Finocchiaro nel raccontarci la parte che la stampa dovrebbe avere su questo tema così controverso.

Abbiamo rivolto una domanda a ciascuno dei relatori per sintetizzare il loro contributo.

Ad  Alessandro Bondi:
La mafia è sì, un’organizzazione criminale, con radici politiche e cellule militari, ma è anche qualcosa di più: è soprattutto un atteggiamento, un anti-modello di comportamento civile. Perché il professionista spesso sceglie la mafia? Come si possono educare i cittadini alla legalità?
«La mafia, certo, è un atteggiamento. La sua più grande paura è la luce dei riflettori. Non dobbiamo pensare alla mafia solo come una “coppola e una rivoltella”, la mafia è anche una giacca, una cravatta; ha un appoggio anche nel professionista, nell’impresa. La mafia ha un grosso problema: la gestione del denaro. Come sosteneva Falcone: “follow the money”. Dal denaro possiamo arrivare ad individuare alcuni aspetti mafiosi. Ma la mafia non è neppure solo questo: essa è nelle istituzioni, è trattativa, una sorta di contro-potere. Dunque dobbiamo essere attenti, dobbiamo essere presenti, soprattutto a cominciare dai ragazzi, ed è questo il senso di questa manifestazione».

Le studentesse di Scienze Giuridiche promotrici dell'evento

Le studentesse di Scienze Giuridiche promotrici dell’evento curato dal Movimento Agende Rosse Marche

A Pippo Giordano, ex ispettore della Dia, autore del volume “Il sopravvissuto”:
In una sua dichiarazione su Socialsicilia.it se la prende con l’ipocrisia di quel teatrino mediatico che è la commemorazione della morte di Falcone e Borsellino, che, terminata, viene accantonata fino all’anno successivo. Questo atteggiamento, secondo lei, è semplice indifferenza o “complicità”?
«È un misto di indifferenza e complicità. La manifestazione fine a se stessa non basta: serve ricordare la morte di queste grandi persone (che ho avuto la fortuna di conoscere personalmente) come quella di tanti altri magistrati e membri delle forze dell’ordine. Anche la manifestazione di oggi, qui all’Università, è importante: infatti credo che con queste testimonianze ciò che conti sia tracciare un percorso di legalità per le nuove generazioni, affinché comprendano pienamente ciò che è stato».

A Piergiorgio Morosini, ex segretario nazionale di Magistratura Democratica, Gip di Palermo e Gup nel processo sulla Trattativa Stato-Mafia:
La mafia, di certo, deve la sua sopravvivenza alle proprie qualità politiche ed imprenditoriali. Alla luce di questo crede che la legislazione italiana sia sufficientemente efficace per contrastare le realtà mafiose all’interno della politica, oltre a quelle più concretamente militanti e “militari”?
«Sul contrasto alla criminalità organizzata, abbiamo una legislazione molto avanzata, invidiata in tutto il mondo. Al momento però, siamo scoperti su alcuni versanti, come quelli del riciclaggio e della corruzione. Le novità proprio in materia di corruzione, anche recenti, sono state sotto questo profilo un’occasione perduta. Mancano infatti ancora delle norme efficaci a livello investigativo; mi riferisco ad esempio al test di integrità o all’utilizzo di collaboratori di giustizia anche in questo ambito. Auspico quindi che la prossima realtà parlamentare si dimostri particolarmente sensibile sotto questo profilo».

A Pino Finocchiaro, giornalista catanese, redattore e conduttore di Rai News 24, autore del libro “La mafia grigia”, Editori Internazionali Riuniti, 2012:
I media raccontano ancora la mafia di Totò Riina e Bernardo Provenzano.  Come va raccontata invece dai professionisti dell’informazione? Quanto è difficile fare il giornalista in Sicilia, e in Italia?
«Ci sono due tipi di mafia diversi e complementari. C’è una “cupola” che governa la mafia “militare”, ma sappiamo che esiste una sorta di ‘sovrastruttura’ (se mi passa il termine sociologico) che dirige anche questa “cupol”. Io parlo, nei miei servizi, di “colletti bianchi”, quindi mafiosi che sono anche professionisti: medici, architetti, ecc. È necessario che il giornalismo si occupi anche di questa realtà che ancora non conosciamo.
Per la seconda domanda, io credo che la più grande difficoltà di un giornalista in Italia sia che l’agenda del nostro lavoro viene gestita dagli editori, e così è sempre stato».

a cura di Matteo Giunta e Elisa Crocetti della Redazione Studenti

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