C’è vita nella “Città ideale”
L'originale studio del paleontologo Rodolfo Coccioni

22 gennaio 2013  |  di  |  Pubblicato in Tempo Libero

La “Città ideale” di Urbino è uno dei dipinti più ricchi di significati, simboli ed enigmi della storia dell’arte. Eseguito tra il 1480 e il 1490 e custodito nel Palazzo Ducale che dal 1912 ospita la Galleria Nazionale delle Marche, può apparire un insieme di spazi vuoti che durante la contemplazione si riempiono di figure nascoste a un primo sguardo distratto. E all’occhio attento di Rodolfo Coccioni, professore ordinario di Paleontologia e Paleoecologia dell’Ateneo, la presenza di due uccelli sul primo cornicione del palazzo a destra del quadro ha suscitato interrogativi cui dare risposta.

Città ideale - dipinto conservato alla Galleria Nazionale delle Marche a Palazzo Ducale da sempre di incerta attribruzione

Città ideale – dipinto conservato nella Galleria Nazionale delle Marche a Palazzo Ducale da sempre di incerta attribuzione

 docente di Paleontologia e Paleoecologia, Università degli Studi di urbino Carlo Bo

Rodolfo Coccioni, docente di Paleontologia e Paleoecologia, Università degli Studi di Urbino Carlo Bo

Professore, di quale genere di uccelli si tratta?
«La colomba (o piccione)  (famiglia Columbidae sottofamiglia Columbinae, genere Columba) e la tortora (famiglia Columbidae, sottofamiglia Columbinae, genere Streptopelia) sono due uccelli diversi. In particolare la tortora ha un aspetto più slanciato. La mia analisi scientifica porta a concludere che si tratta di tortore domestiche (Streptopelia risoria Linneus, 1758)».

E in un’opera così importante la scelta delle tortore quali allegorie richiama?
«La colomba dello Spirito Santo è uno dei simboli più diffusi nell’iconografia cristiana. Nell’antico testamento la colomba compare con una pluralità di sfumature simboliche. Animale dalla natura dolce e mite, è stato un simbolo di innocenza e purezza. L’immagine della colomba con un ramo d’ulivo in bocca è infatti diventata il simbolo della pace. Nei Vangeli la colomba viene vista scendere dal cielo durante il Battesimo di Cristo. Per questo inizialmente l’animale venne associato al battesimo. Nei codici miniati del V e VI secolo cessa di essere univocamente collegata al battesimo e assume il ruolo di simbolo dello Spirito Santo in episodi come l’Annunciazione o le raffigurazioni della Trinità. In seguito la colomba acquisisce un significato ancora più ampio, arrivando a contraddistinguere tutte le azioni divine nell’umanità. Più in generale, i simboli allegorici della colomba, ma anche della tortora, sono  amore, pace, purezza, innocenza, ingenuità».

Il particolare della Città ideale preso in esame dal prof. Coccioni

Il particolare della Città ideale preso in esame dal prof. Coccioni

Dei topoi così importanti non possono essere presenti solo nella Città Ideale.
«No di certo. Tutto il Rinascimento Italiano è ricco di colombe e tortore. Per restare alle opere più celebri, la Circoncisione del Trittico degli Uffizi di Andrea Mantegna, dove san Giuseppe porta in offerta due tortore bianche, necessarie al rito di purificazione di Maria. Oppure la Camera degli sposi o camera picta del Palazzo Ducale di Mantova sempre di Mantegna, dove alla tortora si accompagna il motto “Vrai amor non se chiange”. Un ruolo importante la colomba lo ricopre nel Ritratto di Giuliano de’ Medici di Washington  di Sandro Botticelli. Qui, in primo piano, una cornice lapidea che lo isola, su cui è poggiata su un rametto secco, allusione alla morte, una colomba, simbolo di fedeltà coniugale. La novità è la tortora in primo piano che suggerisce una maggiore introspezione psicologica. Anche in questo caso la mia analisi scientifica indica che si tratta di una tortora comune (Streptopelia turtur Linneus, 1758). Un altro celebre pittore cui non sfuggì questa simbologia fu Lorenzo Lotto: nella sua Natività (1523) la coppia di tortore che sta  appollaiata su di un bastone all’ingresso della capanna rappresenta l’emblema della Chiesa nei suoi rapporti  con il suo Sposo divino, testimonianza di fedeltà».

Edera su un cornicione dalla Città ideale

Edera su un cornicione dalla Città ideale

Ma nella Città ideale ha un ruolo importante anche la vita vegetale.
«Certamente: la presenza nella tavola dipinta di diverse piante è ben nota. Su alcune di esse è stata applicata, in vaso, l’arte topiaria, impiegata frequentemente nei giardini costruiti tra il XV e il XVIII secolo. Tra le piante possiamo riconoscere rappresentanti delle magnoliopside (Bosso, Buxus, o Alloro, Laurus, o Ligustro, Ligustrum) ), il garofano (Dianthus) e l’edera (Hedera). Il bosso, in particolare, è simbolo d’immortalità ovvero della perpetua reviviscenza della natura (perchè sempreverde, il che spiega la sua presenza nei cimiteri e nelle opere funebri insieme a cipressi e tassi  ed era per questo sacro agli dei inferi e alla dea madre Cibele), ma anche di amore, fecondità e morte allo stesso tempo (la pianta era  stata anche consacrata ad Afrodite), di fermezza, perseveranza, solidità e stoicismo (per la sua durezza e compattezza) e di fede nella salvezza divina (gli antichi Cristiani lo usavano a guisa di palme per commemorare, nella domenica delle Palme, la Passione e la Resurrezione del Salvatore; si veda anche San Girolamo nello studio di Antonello da Messina). Il garofano (il nome scientifico deriva dai termini greci “dios”, divino, e “anthos”, fiore, quindi fiore degli dei)  rappresenta il simbolo della dignità, della virtù e della nobiltà. L’edera, infine, è simbolo di immortalità (sempreverde), di fedeltà, amore ed amicizia (per la sua caratteristica di attaccarsi in modo indissolubile)».

La definizione di “enigmatica” assegnata alla Città Ideale è stata rimarcata anche nell’introduzione al catalogo della mostra dello scorso anno: “La tavola dipinta con la Città ideale nella Galleria Nazionale delle Marche costituisce uno dei più affascinanti enigmi del Rinascimento italiano. Non se ne conoscono né la funzione né l’autore, eppure essa appare come un compendio di arte, scienza e speculazione filosofica”.
«Siamo d’accordo ma oltre all’architettura dipinta nella Città ideale di Urbino c’è secondo me anche una rete, un intreccio di simboli pittorici che ben si inquadrano nel contesto umano e storico della corte urbinate. Teniamo conto delle date e di altre considerazioni: Duca Federico da Montefeltro: 1422-1482. Duchessa Battista Sforza: 1446-1472. Guidobaldo: 1472-1508. Luciano Laurana a Urbino: 1466-1472. Piero della Francesca a Urbino: dal 1469 al 1472. Francesco di Giorgio Martini a Urbino: 1475-1476, anche se la sua presenza è documentata dal maggio 1477. Pala di Brera di Piero della Francesca: 1472 Città ideale di Urbino: databile tra il 1480 e il 1490. Possibili autori: Piero della Francesca, Luciano Laurana, Francesco di Giorgio Martini, Giuliano di Sangallo e Leon Battista Alberti (sarebbe la sua unica opera pittorica). Come non pensare che nella Città ideale di Urbino l’artista avesse voluto in qualche modo fare riferimento alla corte urbinate? Quindi come non pensare che le tue tortore rappresentino simbolicamente l’amore coniugale e la fedeltà tra il Duca e la Duchessa? E per di più che le piante raffigurate nella tavola dipinta siano, nel loro complesso, simboli di nobiltà, virtù, immortalità, amore, fedeltà, morte, fermezza, perseveranza e fede nella salvezza divina? Chiunque sia stato l’autore della  Città ideale di Urbino doveva certamente avere un singolare e spiccato senso della simbologia pittorica. Come non pensare quindi al Piero della Francesca della Pala di Brera, della Madonna di Senigallia e della Madonna col Bambino e quattro angeli

E così, ogni giorno di più, tra le pieghe della sua storia, dietro le porte dei suoi palazzi, sulle incisioni murarie, nelle cripte segrete, Urbino si mostra una città nella quale ogni enigma si rivela senza risolversi e anzi ne solleva di nuovi, come un labirinto nel quale la ricerca dell’uscita conduce soltanto alla follia.

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