La memoria del tempo
L’ippocampo, dove si formano e si fermano i ricordi

28 maggio 2013  |  di  |  Pubblicato in Home page Uniurb, Post Opinion

a cura di Riccardo Cuppini, docente di Fisiologia umana, direttore del Dipartimento di Scienze della Terra, della Vita e dell’Ambiente e delegato per il Rettore all’Alta Formazione

Quando la ricerca scientifica è in grado di generare consapevolmente cambiamenti nelle chiavi di lettura del mondo, allora la ricerca fa cultura. E’ questo il felice paradosso della ricerca: più si scende in profondità nello studio del dettaglio, più si raggiunge una comprensione profonda e inclusiva del mondo.

E’ così che lo studio di un particolarissimo fenomeno (la neurogenesi adulta) presente in una parte (l’ippocampo) del cervello dei mammiferi compreso l’uomo, apre la mente a riflessioni che investono la struttura profonda della realtà per come la conosciamo e del tempo in particolare.

Il tempo appare talmente connaturato con la realtà, che è difficile immaginare una realtà senza tempo; l’idea di eternità sembra più un’invenzione consolatoria per sconfiggere l’angoscia che genera l’avvicinarsi della scomparsa propria e dei propri cari che una reale possibilità. Scrive Kant: “Il tempo non è un concetto empirico, ricavato dall’esperienza … è una rappresentazione necessaria, che sta alla base di tutte le intuizioni …. Il tempo dunque è dato a priori. Soltanto in esso è possibile qualsiasi realtà dei fenomeni”. Dunque, sembrerebbe che il tempo, per qualche motivo sconosciuto sia dentro la realtà, ne sia condizione, e, fortunatamente e misteriosamente, sia anche dentro la nostra mente, che, grazie a questa conformità, può conoscere la realtà.

Ma la fisica e la psicologia dello sviluppo del novecento mettono in discussione questo quadro di apparente naturalezza. La relatività ci dice che il tempo è deformabile; la cosmologia, nella versione big bang, suggerisce che il tempo esista da molto, ma forse non da sempre. Sull’altro versante la psicologia dello sviluppo insegna che la capacità di leggere la temporalità del mondo non è innata, ma è frutto delle esperienze fatte nei primi anni di vita e che solo a 8-10 anni il bambino la raggiunge.

Alla luce di queste considerazioni, sembra che non avesse tutti i torti Agostino d’Ippona che, intorno al 400, argomentava sul fatto che il tempo non ha una sua realtà (“passato e futuro non esistono e il presente, se rimanesse sempre presente e non tramontasse nel passato, non sarebbe tempo, ma eternità”) e che il senso del tempo emerge alla nostra coscienza nella misura in cui il presente diventa passato e lo possiamo guardare con gli occhi della memoria. Per poter ordinare i ricordi in una serie temporale, le tracce mnestiche devono possedere un’etichettatura codificante la loro distanza temporale. Questo aspetto della memoria si può definire memoria del tempo.

A questo punto scatta la curiosità del neurofisiologo. Di cosa sono fatte queste etichette che, nel nostro cervello, permettono di ordinare i ricordi lungo un’asse e di generare, per astrazione, il senso del tempo?

Nel cervello c’è una regione, l’ippocampo, che, pur non essendo la sede dei ricordi, è necessaria per la loro formazione. Le tracce mnestiche sono scritte dall’ippocampo in forma di connessioni fra neuroni di ampie aree della corteccia cerebrale. Sebbene ci fossero indicazioni fin dagli anni ’60, solo vent’anni fa è stato dimostrato con certezza che, nel cervello di un individuo adulto, l’ippocampo è sede di un processo di continua produzione di nuovi neuroni che dura per tutta la vita dell’individuo. La scoperta è stata sorprendente non solo perché violava un dogma della neurobiologia, ma probabilmente anche per la difficoltà psicologica ad accettare che la sede della nostra identità fosse così apparentemente instabile.

I nuovi neuroni che si aggiungono ogni giorno nell’ippocampo sostituendo quelli che muoiono stabiliscono connessioni diverse dai precedenti, creando così circuiti ogni volta inediti. Questo fa sì che le tracce mnestiche che si formano oggi siano un po’ diverse (interessino neuroni diversi) da quelle che si sono formate ieri e siano ancora più diverse da quelle che si sono formate un mese fa. La differenza starebbe nella sovrapposizione dei pattern di neuroni codificanti i ricordi: passando il tempo, con la sostituzione dei neuroni ippocampali con i nuovi nati, i pattern codificanti i ricordi diventano sempre meno sovrapposti.

Tornando al problema del nostro rapporto con il tempo, le neuroscienze, in particolare la continua produzione di nuovi neuroni che avviene nell’ippocampo, permette di concepire una possibile modalità della nascita in noi del senso del tempo: la struttura temporale del mondo sorgerebbe dal nostro sguardo, in questo momento presente, sui ricordi. La constatazione che i ricordi sono dotati di etichette che ne permettono un ordinamento fa nascere in noi l’idea di tempo. Dunque, se vivessimo in un mondo senza tempo, eterno, e, in un esperimento immaginario, inserissimo nel cervello di una persona-cavia, mediante una chiavetta USB, ricordi con etichette che ne permettessero l’ordinamento, avremmo la consapevolezza (falsa) di essere nel tempo. E se, al contrario, a una persona che vive nel tempo, togliessimo tutti i ricordi con le loro etichette temporali, quella persona uscirebbe dal tempo, vivrebbe l’eterno presente.

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La memoria del tempo è il titolo della lezione che terrà il prof Riccardo Cuppini il 29 maggio all’interno del ciclo di seminari sull’Alta Formazione. Per visionare il programma delle lezioni cliccla qui

 

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