Italo Mancini vent’anni dopo
Una giornata di studi per ricordare il filosofo teologo

28 maggio 2013  |  di  |  Pubblicato in Home page Uniurb, In evidenza (B)

A vent’anni dalla scomparsa di don Italo Mancini, l’Università di Urbino, nella quale egli ha insegnato per 34 anni, intende ricordarlo con una Giornata di Studi caratterizzata da testimonianze di allievi e colleghi e da approfondimenti di aspetti della sua lunga riflessione, in ambito storiografico e in ambito più strettamente teoretico, non ancora sufficientemente indagati.
L’incontro si terrà nel momento in cui si assiste ad una fase di ripresa di studi del suo pensiero in atenei statali ed ecclesiastici e mentre sono in corso di pubblicazione i volumi delle Opere scelte presso l’Editrice Morcelliana di Brescia.

La Giornata di Studi è in programma mercoledì 29 maggio dalle ore 9.30 (Circolo Acli – Centro Universitario, piazza Rinascimento, 7).

Italo Mancini ha insegnato filosofia e filosofia del diritto a Urbino dove ha fondato e diretto l’Istituto Superiore di Scienze Religiose. Come studioso di filosofia, Mancini ha dedicato grande cura a Kant ma la sua avventura culturale più grande è stata quella di aver fatto conoscere in Italia vita e opere di Dietrich Bonhoeffer. Pensatore spregiudicato e creatore di forme logiche innovative, Mancini è stato anche protagonista di battaglie intellettuali e socio-politiche che ne hanno fatto un aperto e appassionato testimone del rinnovamento cristiano. Tra le suo opere Filosofia della religione (1968), il grande e importante studio su Bonhoeffer Teologia, ideologia, utopia (1974), Novecento teologico (1977), Con quale Cristianesimo (1978), Come continuare a credere (1980), e Il pensiero negativo e la nuova destra (1983) Filosofia della prassi (1986).

La Redazione di UniurbPost pubblica un testo scelto dal libro Tre Follie, Camunia Editrice, Milano 1986.

TRE FOLLIE

17 maggio, venerdì

Ho conosciuto e continuo a conoscere nella mia vita tre tipi di follia: una follia crudele, una follia insensata, una follia sublime. Follia crudele è quella dei malati, dei sofferenti per le tante forme di malattia mentale, che dovrebbero fare di questi malati, innocenti e sofferenti, il prossimo nostro. Ho fatto il prete per tanti anni accanto all’ospedale psichiatrico di Mombello, sulla strada tra Milano e Como, con i suoi diecimila reclusi, e so cosa vuol dire essere preda di un pensiero dominante, di un complesso di colpa che non ti lascia, o di una colpa reale ma sentita a dismisura e impressa nel cuore come un gonfiore che ti fa soffocare. So cosa vuol dire l’abbandono della gente, anche dei tuoi cari, la vita controllata, la preghiera che ti pare inascoltata quasi anche che Dio si fosse ritirato, il terrore dell’elettroschok, i sedativi che ti gonfiano e non ti placano. Ho conosciuto suore, come quelle di Maria Bambina, che, pur non comandate, una volta che hanno scelto di vivere in quei luoghi di umanità abbandonata, non li lasciavano più per tutta la vita, e pian piano assimilavano i problemi degli abitatori di quel mondo a tal punto che alla fine parlavano come loro, erano tristi e liete come loro: una simbiosi umana e cristiana legata all’iniziale atto di scelta e di vocazione. Questa follia non mi fa paura, anche se alza il dito accusatore contro di noi.

Quello che mi fa paura è la follia del quotidiano e delle sue immediatezze, di chi si inginocchia di fronte all’inautentico, ai bisogni indotti e crudeli, la follia di quelli che bruciano incenso senza riserva critica davanti a tutti gli idoli, soprattutto a quelli scellerati che intaccano l’osso stesso della vita e creano zone di morte negli spazi del vivere sociale. Non è il caso di criminalizzare nessuno, la responsabilità è di tutti. Peraltro, creando intorno un alone di criminalizzazione non solo si fanno soffrire genitori e familiari innocenti, ma si crea isolamento e solitudine nei soggetti malcapitati. Questa è la follia che non dobbiamo volere, come non si vuole la peste, la fame, la guerra.

C’è infine la follia sublime che guida la vita con la sua logica straordinaria. Come quella di Gesù che accetta la croce per il male degli altri, e  per questo Paolo la chiama scandalo e follia (I Lettera ai Corinzi, I, 23). E’ questa la follia di Francesco, quando dichiara dolce stare con i lebbrosi. E’ la follia dei santi, come il Cottolengo che ha raccolti mostri umani nelle stanze torinesi della pietà, la follia degli eroi, di chi sta nei lebbrosari, di chi lavora in laboratori in cui ne va della salute e della vita. E’ questa la santa follia di chi vive per partecipare, di chi esiste-per-gli-altri (soprattutto se sofferenti, malriusciti o peccatori), di chi ha il coraggio di dire: chi non urla per la pace, per le minoranze ghettizzate, per la dignità della vita non può cantare l’alleluia: divideremmo l’amore di Dio da quello degli uomini, amori che Gesù ha dichiarato inscindibili. Come fai a dire di amare Dio che non vedi se non ami in ogni momento le creature di Dio che ti stanno davanti agli occhi? (I Lettera di Giovanni, 4, 20).

 

 

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