Evoluzione e dintorni
Il divenire della vita sulla Terra

3 giugno 2013  |  di  |  Pubblicato in Home page Uniurb, Post Opinion

a cura di Mario Zunino, docente di zoologia

Parlare di evoluzione nel 2013, quando ricorre il centenario della morte di Alfred Russel Wallace, l’uomo che con una lettera di poche pagine, inviata a Londra da una remota isola delle Molucche, stanò Darwin dalla sua pluridecennale esitazione, scatenando una delle più drastiche rivoluzioni del pensiero scientifico moderno, può essere un’impresa ardua per più di un motivo. In prima istanza, perché il termine ricorre oggi con una frequenza impressionante: il 19 maggio di quest’anno, alle sei di sera, uno dei più consultati motori di ricerca in rete riportava 25.700.000 di voci in italiano, 311.000.000 per “evolution” (senza specificare la lingua), 205.000.000 per “évolution” (in francese), 91.100.000 per “evolución” (in spagnolo). In portoghese “evolução” compare 9.330.000 volte; molto distaccato il russo “эволюция” con 3.280.000 voci. Si tratta comunque di numeri imponenti.

Un secondo motivo di difficoltà risiede nel fatto che i campi di applicazione del nostro termine vanno dalla meteorologia all’economia, dalla medicina alla cosmologia, alla linguistica, all’arte, al pensiero umano. E appunto, alla vita, alla cui dinamica Charles Darwin lo applicò per sostituire il più ambiguo “trasmutazione” di Lamarck che aveva utilizzato nei suoi primi scritti.

La connotazione fondamentale sottesa all’uso della parola “evoluzione” in campi almeno in apparenza così diversi, è peraltro abbastanza chiara, e si riferisce al fenomeno del divenire nel tempo, attraverso sequenze di stadi successivi legati da nessi in cui si intrecciano contingenza, casualità e causalità.

Il divenire della vita è comunemente indicato come “evoluzione biologica” – un’espressione fortunata ma in realtà poco felice: la biologia è lo studio della vita, così come la sociologia è lo studio delle società, però nessuno parlerebbe di evoluzione sociologica, bensì di evoluzione sociale. Questo, come direbbe Umberto Eco, è forse tetrapiloctomia, l’arte di spaccare un capello in quattro. Lo è anche, ma non inutile, puntualizzare che l’antonimo di vita non è, come comunemente si ritiene, morte, bensì “non vita”. Può essere morto soltanto ciò che è stato vivo: un ciottolo di granito o la lava di un vulcano non sono “morti”: sono oggetti non viventi, e come tali dobbiamo considerarli, sebbene l’assenza di un attributo, in questo caso, la vita, non sia di per sé un attributo, sufficiente a definire una classe di oggetti.

Gli studiosi della vita peraltro sanno che la vita e la non vita sulla Terra mantengono rapporti indissolubili. Come scrisse uno dei più grandi eretici della biologia del XX secolo, Léon Croizat, “Flesh and Rocks evolve together”, un concetto che pervade il pensiero di scienziati della levatura di Vladimir Vernadskij e di James Lovelock, ma che è presente pur con diverse sfumature già in Wallace e in Darwin. Questo concetto dovrebbe essere ribadito nei confronti delle aree più riduzioniste della biologia contemporanea, che tendono a decontestualizzare i fenomeni che studiano, non contribuendo così quanto potrebbero allo sviluppo delle scienze della vita. Vale ricordare a questo proposito quanto disse molti anni fa, in margine ad un convegno di biologia evoluzionista, una delle più grandi personalità del darwinismo del XX secolo, Francisco J. Ayala: non si è mai visto un frammento di DNA passeggiare nudo per i boschi dell’Oregon.

Le riflessioni sull’evoluzione della vita, sulle problematiche che questa coinvolge, e sul dibattito su tempi, modi e spazi del fenomeno, di cui noi stessi siamo parte, richiederebbero migliaia di pagine oltre a quelle che già sono state scritte, e lo sforzo congiunto di centinaia di pensatori, per tentare di risolvere l’enorme numero di punti di conflitto fra approcci teorici diversi e diversi percorsi esperienziali. In questa sede è forse opportuno sottolinearne almeno uno: sotto l’epigrafe “evoluzione biologica” si raccolgono due grandi classi di fenomeni che coinvolgono la materia vivente e la sua organizzazione nel loro divenire: la discendenza con modificazione di linee genealogiche omogenee – l’anagenesi – e la moltiplicazione delle linee genealogiche – filogenesi o cladogenesi che si voglia. Uno degli esempi forse più vistosi di questa problematica coinvolge i meccanismi di speciazione e la stessa concezione di specie, formulata in termini necessariamente relazionali, di “meccanismi di isolamento intrinseco nei confronti di altre entità omologhe”  da Mayr, Linsley, Usinger e mantenuta, con molte variazioni e qualche importante “distinguo” dalla scuola di pensiero darwinista più ortodossa, versus quella che fa appello a fenomeni non relazionali, ma coesivi all’interno di ciascuna singola specie proposta da Paterson, e alla concezione di specie come “individuo” di Michael Ghiselin e David Hull.  I rapporti tra anagenesi e filogenesi, in termini di adattamento, selezione naturale, selezione sessuale,  segregazione spaziale, sono ancor oggi tutt’altro che chiari.

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