Narrazione Pensiero. Comunità narrative
Chiude il mese dell’Alta formazione con i seminari del 19 e 20 giugno

17 giugno 2013  |  di  |  Pubblicato in Home page Uniurb, In evidenza (B)

a cura di Maria Paola Mittica, docente di Filosofia del diritto

Cos’è una narrazione? Senza avventurarci nella lunga e complessa storia di questa categoria, possiamo dire che il concetto di narrazione diviene trasversale nelle scienze umane a partire dalla seconda metà del 1900, fino a maturarsi in una definizione che osserva la narrazione come: “il processo di strutturazione di un racconto che si realizza come pratica sociale in cui due o più persone mettono in comune una storia” (1), dove, in altre parole, l’atto del narrare è una pratica inscrivibile in modo esclusivo nel contesto della relazione tra un narratore e il suo pubblico o interlocutore.

L’attitudine alla narrazione è una qualità di una specifica forma del pensiero, vale a dire del pensiero “narrativo” (2).

Gli psicologi della cultura, che considerano il pensiero nel suo complesso come un prodotto culturale e sociale, (3) ritengono infatti che la cultura influenzi la formazione di diversi tipi di pensiero: quello paradigmatico, e per l’appunto quello narrativo. Mentre il pensiero paradigmatico viene ascritto al ragionamento scientifico classico, quello narrativo è una forma del pensiero che si manifesta nelle prime fasi dello sviluppo cognitivo con tre precise caratteristiche: (1) è un modo di pensare al sociale, tanto che la sua referenza è costituita dagli eventi sociali; (2) si genera a partire dalle interazioni sociali – vale a dire che la struttura narrativa è insita nell’interazione sociale, prima ancora di trovare espressione linguistica; e (3) allo stesso tempo genera vita sociale, nella prospettiva in cui la vita sociale è considerata un contesto di tipo interpretativo e in certa misura anche il risultato di costruzioni narrative.

Il pensiero narrativo è dunque il luogo eletto dell’elaborazione simbolica della dimensione relazionale. Il che ne conferma la manifestazione nelle pratiche sociali e/o narrative.

Queste semplici tesi di partenza conducono di per sé all’idea che le pratiche narrative siano alle origini della comunità. La tesi, largamente condivisa, viene convalidata essenzialmente prendendo in causa l’evidente qualità narrativa dei contenuti della memoria collettiva su cui ogni comunità fonda la propria identità e l’individuo sociale trova collocazione e proiezione. È attraverso la ricezione e la rievocazione di storie che appartengono alla memoria collettiva che si rinsaldano l’identità collettiva e il senso di appartenenza, offrendo sul piano emotivo e interpretativo anche la capacità di interpretare i bisogni e gli scopi presenti.

Che le pratiche narrative siano alle origini della comunità, tuttavia, lo si comprende anche grazie alla caratteristica delle storie di essere “messe in comune”. Le pratiche narrative non si prestano infatti a essere ridotte a un semplice scambio comunicativo. Raccontare a un altro significa farlo partecipe di un’elaborazione personale di eventi dell’esperienza o di storie della memoria collettiva a lui specificatamente dirette. Secondo Jedlowski, il racconto è un “dono”, un munus che vive della disponibilità di chi narra ma anche di chi ascolta, e si volge in potenza perciò a rinsaldare legami esistenti e/o a crearne di nuovi, in virtù della propria qualità di “obbligazione” fondata sulla reciprocità (4).

L’essere comunità e il perpetuarsi come tale si realizza dunque attraverso racconti, mediante i quali si condividono le stesse storie, in riferimento a un immaginario comune. Questa condivisione tuttavia non può essere assunta in modo aproblematico. Intanto non possiamo pensare alla cultura in termini di “mono-cultura”. È evidente che il mettere in comune storie è una pratica relazionale che si svolge al livello delle diverse e plurime appartenenze dei soggetti interagenti. Lo stesso soggetto può essere parte di diversi gruppi, caratterizzati ciascuno da una propria cultura e da una memoria comune “locali”. Dalla prospettiva inversa, diverse culture possono entrare anche in forte contrasto, provocando dissonanze tanto al livello dell’individuo sociale quanto nel più ampio contesto della memoria collettiva. A ciò si aggiunge il fatto che il racconto di una storia è anche frutto di reinterpretazione e adattamento dei contenuti secondo la funzione dettata dal contesto specifico della relazione sociale in cui si svolge, e che spesso si tratta di storie che recano in sé un forte potenziale innovativo ma anche immaginativo e creativo. Le comunità narrative sono in altre parole di per sé instabili, organismi in continuo movimento: «comunità “lasche” e dai confini mobili» (5).

Il testo narrativo

La narrazione produce un testo narrativo, vale a dire un racconto, che può essere definito  come: uno strumento flessibile per interpretare e parlare della realtà, ovvero di Sé e del mondo. Si tratta di uno strumento flessibile perché impiega materiali simbolici preesistenti nella cultura in modo elastico a seconda delle finalità a cui è diretto; che è volto a interpretare, nel senso che tende a stabilire un ordine di significati attraverso un racconto “comprensibile” e “credibile” di eventi, in cui le azioni dei vari personaggi coinvolti si svolgono secondo una sequenza temporale e in uno spazio determinati, che contribuisce alla comprensione della realtà, a dare un senso al Sé e al mondo; per parlare ovvero interagire con gli altri, con la possibilità di stipulare nuovi significati e proiettarsi in un tempo futuro.

Senza racconti non saremmo in grado di utilizzare le diverse prospettive temporali. Sono le storie ad articolare il tempo. Dall’eterno presente, in cui si va svolgendo la nostra vita, riusciamo a conoscere l’esperienza passata e recuperare il tempo del vissuto costruendo una memoria individuale e sociale. Grazie a testi prodotti da pratiche narrative possiamo compensare così la nostra finitudine (6) ma anche prefigurare un’alternativa alla realtà ordinaria del quotidiano, a immaginare il possibile e a costruire il nuovo. Senza le storie, d’altra parte, non riusciremmo a gestire nemmeno il nostro presente, perché privi dello strumento principale attraverso cui rielaboriamo progressivamente l’esperienza, costruendo un’identità personale coerente, culturalmente collocata, individuando un equilibrio sulla base di  significati e regole riconoscibili e condivisibili. La stessa vita sociale non avrebbe “senso”.

Certamente i testi narrativi si avvalgono di molteplici forme di materiali simbolici. Sarebbe erroneo limitare il linguaggio della narrazione al piano della forma linguistica e/o della comunicazione verbale. Non si parla, non si racconta anche attraverso la musica? la pittura? Il cinema? La fotografia? La narrazione è un processo che può svolgersi attraverso ogni genere della produzione culturale.

Se nella sede del seminario ci si limita a considerare i racconti discesi da narrazioni che si servono del mezzo linguistico è soltanto perché il rapporto preso in analisi è quello tra società e costruzione narrativa sotto lo specifico versante delle convergenze (e divergenze) tra scienze sociali e letterature, e all’interno di questa più ampia cornice il rapporto tra narrazione e diritto.

I tipi di testi narrativi che ricadono in questo rapporto hanno sovente la struttura di un racconto letterario in cui è possibile distinguere: una “storia”, in cui si rispecchia un ordine cronologico e logico degli eventi, che è l’oggetto del racconto; e un “discorso” che è il racconto della storia considerato nel suo sviluppo. Si tratta di una dicotomia che si ritrova nella narratologia russa, francese, americana (7) e caratterizza molti generi di narrazione: dai miti, alle favole, alla deposizione di un testimone processuale, al romanzo, a un racconto breve, al dispositivo di una sentenza, a un testo teatrale, a una storia di vita raccontata nel corso di una rilevazione empirica adoprata con tecniche di sociologia qualitativa.

Il nostro mondo, inteso sia come universo di senso, sia come universo normativo, si scompone e ricompone continuamente attraverso una fitta rete di combinazioni narrative che ci raccontano e attraverso cui raccontiamo. E non potremmo accedervi, darne interpretazione e orientare di conseguenza i nostri comportamenti se non vi partecipassimo come narratori e personaggi (*).

 

(1)   P. Jedlowski, Storie comuni. La narrazione nella vita quotidiana, Milano, BrunoMondadori 2000.

(2)   A. Smorti, Il pensiero narrativo. Costruzione di storie e sviluppo della conoscenza sociale, Firenze, Giunti 1994.

(3)   Com’è noto, il funzionamento del pensiero viene osservato nella psicologia culturale all’interno del  rapporto tra mente e cultura. È la cultura a plasmare la vita e la mente dell’uomo, a dare significato all’azione inserendo gli stati intenzionali profondi in un sistema interpretativo. Viene sposata in tal senso la lezione geertziana in uno dei suoi assunti principali, ovvero che non esiste qualcosa come la “natura umana” indipendentemente dalla cultura. Cfr. per tutti J. S. Bruner, La ricerca del significato. Per una psicologia culturale [1990], Milano, Bollati Boringhieri 2006, p. 47; C. Geertz, Antropologia intepretativa [1983], Bologna, Il Mulino 1988.

(4)   P. Jedlowski, Il racconto come dimora. Heimat e le memorie d’Europa, Milano, Bollati Boringhieri 2009, p. 34. La proiezione della comunità a partire da una struttura del legame solidale sintetizzabile nellìespressione “cum-munus” è esplicitamente riferita a R. Esposito, Communitas. Origine e destino della comunità, Torino, Einaudi 1998.

(5)   Ivi, p. 38.

(6)   R. Ceserani e A. Bernardelli, Il testo narrativo, Bologna, Il Mulino 2005.

(7)    Rispettivamente come: fabula/intreccio; histoire/récit; story/discourse-plot. Vale la pena precisare la tesi di Peter Brooks, il quale individua nel “discorso”, ovvero in questo testo che si va compiendo durante il processo narrativo, la trama che si svolge, rispetto alla quale il plot è il motore. Cfr. P. Brooks, Trame. Intenzionalità e progetto nel discorso narrativo (1984), Torino, Einaudi 1995.

(*) Il testo qui riportato è tratto da M. Paola Mittica, diritto e Costruzione narrativa. La             connessione tra diritto e letteratura. Spunti per una riflessione, Tigor rivistatigor.scfor.units.it, 1, 2010 pp. 14-23. Sull’Orestea osservata dalla prospettiva proposta si rimanda per un’introduzione a M. Paola Mittica, Raccontando il possibile. Eschilo e le narrazioni giuridiche, Giuffrè, Milano 2006.

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