Impressioni d’anima cittadina
Ancora pochi giorni per vistare la mostra dello stampatore d’arte Marcello Tiboni

28 agosto 2013  |  di  |  Pubblicato in Fuori Urbino, Home page Uniurb, Slider

Tra i termini più abusati per definire il rapporto di una città con i suoi abitanti c’è quello di identità. Concetto spesso sfuggente, talvolta tirato capziosamente per la giacca allo scopo di giustificare operazioni dal valore altrimenti dubitabile o per creare ex novo una coesione artificiosa in luoghi senza storia. Verrebbe da paragonarla al coraggio manzoniano,  chi non ce l’ha non se la può dare. Per questo chi ha la fortuna di possederla farebbe male a perderla.

L’identità può essere legata a sincronie più o meno occasionali, come un evento che coinvolge una comunità in una particolare occasione. Ma il vero riconoscimento avviene quando quella comunità, in modo più o meno esplicito e consapevole, si riconosce in quelle rappresentazioni e sente di rivendicarle come proprie.

Si tratta di topoi preziosi, fondamentali, che trasmettono senso di appartenenza e svolgono la funzione di collante sociale. Eppure vengono spesso colpevolmente trascurati, considerandoli nella migliore delle ipotesi un dato ormai acquisito che non serve ribadire. Grave errore: il filo che lega i processi identitari, una volta spezzato, può essere impossibile da riannodare.

Questo temono a ragione uomini come Marcello Tiboni, che della stampa d’arte ha fatto motivo di vita prima ancora che di lavoro. Lo si percepisce immediatamente, ascoltandolo mentre descrive gli antichi torchi settecenteschi, perfettamente funzionanti, in mostra in questi giorni (dal 17 al 31 agosto) nelle sale del Castellare di Palazzo Ducale che gli sono accanto fin dai tempi in cui mise in piedi la Stamperia Santa Chiara. Urbino, era il 1970, viveva la florida stagione di grandi maestri come Carnevali, Piacesi, Bruscaglia, Franci, Valentini, Castellani, Ceci, che avrebbero contribuito a diffondere e rinnovare nel mondo il nome di Urbino come luogo di un’arte che ha saputo evolversi nel tempo raccogliendo il mecenatismo federiciano facendone cosa viva, rinnovata nella contemporaneità.

Marcello Tiboni, stampatore d'arte

Marcello Tiboni, stampatore d’arte

«Qui è rappresentata la mia vita, ma non solo la mia» ci dice accalorato Tiboni «E’ la storia dell’arte calcografica e incisoria di Urbino. Un trait-d’union con i fasti passati che non si può lasciar morire. Per questo, ora che a 66 anni sono andato in pensione dopo 45 anni di attività, vorrei rendere testimonianza a questi maestri della Scuola dell’Arte urbinate».

Questi torchi da dove provengono?

«Il primo lo recuperammo a Milano, da Valerio Volpini, un altro personaggio al quale Urbino deve molto, riportandolo fortunosamente a bordo di una ‘500. Si era alla fine degli anni ’60, quando creammo la Stamperia Posterula, per trasferirci in seguito in sedi più adeguate con il nome di Stamperia Santa Chiara. Nello stesso periodo venni chiamato da Renato Bruscaglia a insegnare tecnica di incisione all’Accademia di Belle Arti, trasmettendo quest’arte antica alle nuove generazioni».

Ma ora qual è la salute di questa tradizione?

«Debole. Mi sembra che questa parte fondamentale della storia di Urbino si stia perdendo e sento il dovere di impedirlo. Per questo, i nostri laboratori al Sasso  sono a disposizione di chi vuole esercitarsi a queste tecniche, che potrebbero perdersi presto e per sempre».

Ma la sua attività al servizio degli artisti è terminata?

«Fortunatamente ancora no. In questo periodo sto lavorando a due progetti di Mimmo Paladino e di Yannis Kounellis. Poche preziose copie destinate a un pubblico internazionale appassionato di stampe d’arte, che certamente ha dei costi ma riveste un valore ancora riconosciuto. Perciò…» è l’appello appassionato dello stampatore urbinate «spero che questa città possa trovare presto gli spazi adeguati a questi torchi e agli strumenti che ribadiscono il ruolo fondamentale di Urbino nell’arte contemporanea italiana».

Una passione che Marcello Tiboni condivide in famiglia: negli stessi luoghi espone sua moglie Geraldina Garattoni. Disegni a matita su carta e stoffa dal grande formato che pur si coniugano a un’estrema cura dei dettagli, della forma, con una mano accurata i cui ritratti morbidi fanno da degno accompagnamento all’intero apparato espositivo. Lasciandolo, ci si sente coinvolti dal dovere di impedire che tutto questo se ne vada nel tempo. Un giorno potrebbe essere impossibile ritrovare il capo di una identità ormai irrimediabilmente perduta.

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