Il saluto del Rettore portato nella conferenza tenuta da Salvatore Settis

3 febbraio 2011  |  di  |  Pubblicato in Editoriale

“Credo sarebbe retorico presentare Salvatore Settis noto al pubblico degli studiosi e anche grande pubblico per i suoi interventi di carattere civile sui grandi media nazionali attraverso la citazione della sua bibliografia.  Archeologo, storico dell’arte, già direttore della Scuola Normale, del Getty Research Institute di Los Angeles, autore di numerosi libri, a me piace presentarlo come testimone civile di una battaglia che ha al centro dell’attenzione il valore morale della indignazione per un paese che rimuove la sua memoria nei confronti di un patrimonio culturale che non ha eguali al mondo.

Conferenza Prof. Salvatore Stettis - Tutela del patrimonio culturale e identità nazionale

Conferenza Prof. Salvatore Stettis - Tutela del patrimonio culturale e identità nazionale

Il luogo dove oggi si svolge questa iniziativa ha un significato simbolico. Senza scomodare la memoria su ciò che questa sala e quest’edificio hanno rappresentato nei secoli faccio semplicemente notare che riflettere sulla cultura, sul patrimonio artistico al di fuori delle aule  universitarie significa portare al centro dell’attenzione un problema che riguarda certo l’Università come luogo del sapere ma, più complessivamente, tutti i luoghi del sapere. Ritrovarci qui oggi significa rimarcare la “non separatezza” dell’università dal suo territorio e dai suoi simboli più rappresentativi. La generazione “senza futuro” non sta purtroppo solo all’interno dell’Università ma sta in una crisi più complessiva che è di natura economica, sociale, culturale, etica senza precedenti.

Salvatore Settis nel suo ultimo libro (Paesaggio, Costituzione, Cemento) ci ricorda come riflettere sul paesaggio significa aprire una battaglia politica, morale e culturale di grande respiro, che riguarda tutti, in particolare i più giovani e le generazioni future. “Il paesaggio è il grande malato d’Italia” (queste le prime parole di Settis). Direi, e non credo di forzare il pensiero dell’autore, che il patrimonio artistico e la cultura in generale sono i grandi malati d’Italia.

Pochi giorni fa il Cardinale Gianfranco Ravasi, aprendo le celebrazioni per il Centenario della nascita di Carlo Bo, ricorreva a un sostantivo per descrivere lo stato della nostra cultura. Parlava di “squallore”. Pronunciata da uno dei più attenti osservatori della vita nazionale (un personaggio misurato e di estrema prudenza) la parola “squallore” dice molto a chi come noi (come tutti noi presenti in questa sala) opera quotidianamente nel mondo della cultura. Così come dice molto anche il costante richiamo all’art. 9 della nostra costituzione (la repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico artistico della Nazione). Un richiamo ideale al quale fa costantemente riferimento la protesta giovanile sul tema dell’Università.

Da qui, da oggi, l’Università di Urbino vuole iniziare una riflessione. Non è un luogo retorico ma il richiamo a un dovere morale che pone al centro della propria attenzione l’identità culturale del nostro paese chiamato a interrogarsi sui propri destini dopo 150 anni di storia unitaria. E’ fuor di dubbio che uno degli elementi che caratterizza e contrassegna la nostra storia unitaria è proprio quello della cultura. E’ il nostro patrimonio più prezioso. E allora cominciamo a riflettere proprio sullo “stato dell’arte”. Riflettere su questi temi significa oltretutto – prendo ancora a prestito le conclusioni dell’ultimo libro di Salvatore Settis – “Vedere il bene comune come il fondamento della democrazia, della libertà e dell’uguaglianza, rivendicare il pubblico interesse, cioè i diritti delle generazioni future”.

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