I Silenzi di Carlo Bo
Il ricordo del Rettore Stefano Pivato

3 Febbraio 2011  |  di  |  Pubblicato in In evidenza (B), Slider  |  1 Comment

Il Rettore Stefano Pivato, durante la Santa Messa celebrata in suffragio di  Carlo Bo il 25 gennaio 2011 nel Duomo di Urbino, coglie in un aspetto unico e comune la figura umana e intellettuale di uno dei più insigni teorici e critici letterari del Novecento italiano.
“In altre sedi sarà ricordata la figura e l’opera di Carlo Bo: tutto ciò che Bo ha fatto per la città e per l’Università. Il suo contributo alla cultura italiana. Credo che la gratitudine che ciascuno di noi si porta dentro non sarà mai bastevole per ringraziare chi ha indirizzato i destini della città e dell’Università che porta il nome di Carlo Bo. Che porta orgogliosamente il nome di Carlo Bo.
Io vorrei, proprio perché mi sembra la sede più appropriata, svolgere una breve riflessione su uno dei tratti più caratteristici della complessa personalità di Carlo Bo: quello dei suoi silenzi”.

Carlo Bo, Palazzo Ducale — Foto di Paolo Bianchi (© Università di Urbino - Vietata la riproduzione)

Carlo Bo, Palazzo Ducale — © Università di Urbino - Vietata la riproduzione


Gianfranco Ravasi in occasione del conferimento del Premio Fabriano riferì un aforisma di Carlo Bo, fondatore del Premio Fabriano: “Il sapiente non rompe mai il silenzio se non per dire cose più importanti del silenzio”.
Giovanni Raboni secondo il quale Carlo Bo: “Parlava pochissimo. Tutte le sue frasi erano come dei brevissimi telegrammi: “Telefona”, “Ci vediamo domani”, una concisione che metteva in soggezione chi non lo conosceva, ma a volte in una battuta fulminante commentava un episodio divertendo i presenti”.
Leone Piccioni ricorda: «Mai mi è capitato di stare tanto bene insieme ad un amico maestro, conversando pur con tanti spazi muti, con tanti silenzi: potevi dialogare con Bo parlando solo tu e ponendo domande d’ogni tipo: Carlo rispondeva con un’occhiata meglio che altri con un lungo discorso. Quando eravamo in tanti nel giro di un’ampia conversazione capivi subito, pur dal silenzio, che si divertiva o s’annoiava. Interveniva di rado, ma quando lo faceva andava a segno con ironia anche se quasi sempre ovattata e caritatevole.
Nelle giurie di premi – ricorda ancora Leone Piccioni – quando tutti si combattono e si aggrediscono, Bo imperturbabile diceva solo i nomi che aveva scelto, per i quali avrebbe votato senza dichiarazioni amplificate: diceva “Zanzotto”, oppure “Brandi” e ancora “Cattaneo” e così via. Lo ricordo a un premio Viareggio: Sapegno gli rimproverava questi monosillabi: “Possibile – diceva – che mentre noi si discute tanto, tu non riesca mai a fare più di un nome? “E ti dirò – replicava Bo – che certe volte mi pare superfluo anche questo”.

Piero Bargellini: “bue muto delle discussioni redazionali”.
Il poeta spagnolo Jorge Guillén, nella sua dedica del 1961: “A Carlo Bo, tan en alto en la palabra como en el silenzio”.
Continua il Rettore: “Vorrei però concludere questa breve rassegna sul silenzio di Bo con un episodio che risale al 18 luglio 1984 allorché il presidente della Repubblica Sandro Pertini nomina Senatori a vita Carlo Bo e Norberto Bobbio “per alti meriti culturali”.
Quando, per diminuire gli sprechi della casta e per eliminare istituzioni o funzioni dello Stato ormai datate, alcuni parlamentari, propongono l’abolizione dei senatori a vita, questo è il laconico commento di Carlo Bo: “Alla fine, c’è già qualcuno che pensa ogni tanto ad abolire i senatori a vita: la morte”.
Ho parlato di aneddotica ma con la consapevolezza che dietro quei silenzi (così datati in un periodo in cui il rumore assorda ogni cosa) c’è ben altro.
Il mio augurio è che qualche studioso si soffermi sulla dimensione del silenzio di Carlo Bo. Forse è una dimensione puramente caratteriale; o forse da collocare in quella estetica del silenzio indagata negli anni Sessanta da Susan Sontag; o forse ancora in una categoria che è quella della spiritualità del silenzio.
Nelle conversazioni, nell’immaginario e nel ricordo quello del silenzio è certamente uno dei temi più vivi che riguardano Carlo Bo. L’ho voluto ricordare in questa sede perché mi piacerebbe che la riflessione su una delle più complesse personalità del Novecento affrontasse quel fare silenzioso così in contrasto – in apparente contrasto – con quella operosità che ha creato questa realtà (l’università e la città) che tocchiamo ogni giorno con mano”.


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