Scienza e medicina, una collaborazione possibile
L’oncologo di Urbino Daniele Spada: “un vantaggio sia per l’ospedale che per l’università”

22 ottobre 2013  |  di  |  Pubblicato in Home page Uniurb, Università

Risale a marzo di questo anno la notizia di due studiosi dell’Università di Urbino che hanno individuato nel “maltolo”, la possibilità di sviluppare una nuova classe di molecole con spiccata attività antineoplastica. La scoperta ha suscitato ampie speranze  e aperto una grande dibattito nella ricerca di nuove strategie terapeutiche contro il cancro. E’ evidente che passerà tempo prima della reale applicazione sui malati, se e quando avverrà, ma  come reagiscono a queste notizie coloro che ogni giorno si trovano in relazione con gli ammalati e come le gestiscono? Quali vie percorre l’informazione scientifica?

Lo abbiamo chiesto al dott. Daniele Spada, oncologo dell’Ospedale di Urbino.

Il dottore Daniele Spada, oncologo dell'Opsedale di Urbino

Il dottore Daniele Spada, oncologo dell’Opsedale di Urbino

I malati reagiscono con ansia, chiedendo rapidamente di poter utilizzare la cura “miracolosa”, restando delusi dall’impossibilità di poterla ricevere. L’informazione scientifica, e più in generale la cultura scientifica, in questo momento è quanto mai deficitaria in Italia. La scienza è fatta di informazioni rigorose, di verifica delle fonti (che nella stampa generalista spesso manca e nei nuovi media neanche si cerca di avere), cautela e costante verifica dei risultati non solo dal proprio gruppo di ricerca ma anche da parte di tutti gli appartenenti alla comunità scientifica. E’ questa la forza del metodo sperimentale: può sembrare lento, farraginoso e spesso poco romantico, ma è condiviso come l’unico sistema che garantisce l’imparzialità. E tiene lontano cialtroni e improvvisatori. 

Che rapporti ha l’Ospedale di Urbino con l’Università? Si potrebbe fare di più?

Si può sempre fare di più!! In questo momento che io sappia sono pochi, con il nostro reparto sporadici, sicuramente se si trovassero dei modi per instaurare delle collaborazioni questo potrebbe essere un vantaggio sia per l’università che per l’ospedale. La crisi forse serve anche a questo, ci obbliga a cercare nuove strade, nuove soluzioni.

Ogni giorno si registrano passi avanti. Si può ormai smettere di associare il cancro alla parola “incurabile”?

Si può e si deve. Oggi nel mondo “oncologico” si vive un momento di grande fermento, abbiamo scoperto che quando colpiamo le “drive mutations” responsabili del cancro riusciamo ad ottenere dei risultati strabilianti (il gene dell’EGFR o ALK nel polmone o HER-2 nella mammella solo per citare i più noti), e questo- insieme anche ai percorsi di screening (attivi e ampiamente funzionanti) nel nostro territorio- ci ha consentito di fare notevoli passi avanti. Moltissimo rimane da fare ma tanti sono i risultati ottenuti. Vorrei sottolineare che si “cura” sempre: curare è l’atto medico in sé, “mi faccio carico di te”. La guarigione è altro. Per essere precisi, non è mai il medico che guarisce ma la natura o chi per essa.

Molti ricercatori lamentano la scarsità di risorse. L’Italia com’è messa sotto questo aspetto? Quali sono le vie per attrarre investimenti?

L’Italia destina meno dell’1% del PIL agli investimenti per la ricerca scientifica, tutta la ricerca, non solo quella medica (dalla fisica alla matematica, le ricerche storiche e letterarie e cosi via), è quindi messa molto male. I ricercatori sono pochi e mal pagati e la selezione non avviene quasi mai per meritocrazia ma spesso per “trascinamento” e non c’è un vero controllo sul valore delle ricerche scientifiche proposte, se sono portate a termine e con che risultati. Per poter quindi attrarre risorse (sia pubbliche che private) si deve cambiare mentalità. Faccio un esempio riallacciandomi a quello che dicevo prima: noi oggi abbiamo la necessità selezionare i pazienti per poter fornire loro il farmaco più efficace con il minor numero di effetti collaterali; perché non creare dei progetti di ricerca in questa direzione? Iniziando in maniera semplice, per esempio anche con piccoli studi retrospettivi ma ben condotti e di una numerosità adeguata. Ciò potrebbe essere inoltre il punto di partenza per poi coinvolgere anche le case farmaceutiche private ed estendere lo studio. Le faccio un altro esempio: a Urbino esistono sia corsi di Psicologia che di Filosofia; perché non immaginare dei percorsi di counselling per operatori e pazienti?

E’ vero, in Italia sono tempi difficili ma dalla crisi non si esce lamentandosi o ripetendo le azioni o le dinamiche che non funzionavano prima, si esce utilizzando la creatività.

Nelle piccole realtà come Urbino si pensa che le sinergie nell’ambiente scientifico siano più facili. E’ così? Secondo lei come si potrebbe migliorarle?

Per quel che riguarda la mia esperienza direi di no, creare delle sinergie non è risultato più facile. Le cose si potrebbero migliorare cercando di mettersi ognuno nei panni dell’altro ed entrando nell’idea che due realtà piccole, come lo sono l’Università di Urbino e l’Ospedale sono destinate a scomparire se non trovano un modo di collaborare e quindi creare delle particolarità, delle “unicità” tali da poter sopravvivere in una realtà che si è fatta altamente competitiva. 

Comments are closed.

Seguici su Twitter…

Social Media

Guida ai servizi

University of Urbino su LinkedIn


UniurbPost - Online Magazine dell'Università di Urbino Carlo Bo 2017 © Tutti i diritti sono riservati
UniurbPost | Online Magazine dell'Università degli Studi di Urbino Carlo Bo
Direttore responsabile | Direttore editoriale
Credits → Registrazione presso il Tribunale di Urbino n. 231 del 14 luglio 2011