Sindacati, partiti e movimenti nella crisi
Un seminario il 24 e 25 ottobre a Palazzo Battiferri

22 ottobre 2013  |  di  |  Pubblicato in Eventi, Home page Uniurb

Il declino delle tradizionali istituzioni della rappresentanza politica e sociale e la diffusione di inedite forme di partecipazione sollecitano domande radicali. Siamo in presenza di una fisiologica tensione tra Stato e società civile, tra istituzioni e movimenti? O, viceversa, siamo di fronte a pratiche democratiche destinate a ‘soppiantare’ partiti e sindacati?

Questi alcuni degli interrogativi con i quali si confronteranno vari protagonisti della vita politica, sindacale ed istituzionale italiana nel seminario “Sindacati, partiti e movimenti nella crisi”, organizzato dal Dipartimento di Giurisprudenza (DIGIUR) dell’Università di Urbino e dal Sindacato Pensionati italiani (SPI-CGIL).

Il seminario si svolgerà nel pomeriggio del 24 e nella mattinata del 25 ottobre presso Palazzo Battiferri (Aula Rossa) e sarà aperto dai saluti del Magnifico Rettore Stefano Pivato. Sono previste due sessioni di lavoro: la prima intitolata Teoria e pratica della rappresentanza con relazioni di Antonio Cantaro (Università di Urbino) e Riccardo Terzi (Segretario nazionale SPI-CGIL); la seconda L’Europa e il ‘caso italiano’, con le relazioni di Mimmo Carrieri (Università di Roma La Sapienza) e Mario Dogliani (Università di Torino) Il seminario  si concluderà con l’intervento del Segretario generale dello SPI-CGIL Carla Cantone.

Per approfondire i temi che verranno affrontati nel seminario abbiamo intervistato il prof. Antonio Cantaro.

Professore, da dove nasce l’idea del seminario su Sindacati, partiti e movimenti nella crisi, che si terrà ad Urbino il prossimo 24 e 25 ottobre?

Il seminario intende rispondere ad interrogativi inquietanti sul destino della politica e dei movimenti, non solo quello sindacale, nel secolo, da poco cominciato, che taluni leggono già come un “secolo antipolitico”. Un secolo segnato dal confuso e inestricabile alternarsi di governi populisti e di governi tecnocratici.. A noi, in particolare, interessa circoscrivere il tema alla fase più recente. E, in particolare, misurare quanto la crisi finanziaria ed economica che ha investito nell’ultimo quinquennio Stati Uniti ed Europa abbia ulteriormente logorato l’autorità delle tradizionali istituzioni della rappresentanza politica e sociale e aperto nuovi spazi e possibilità di azione a movimenti e culture di tipo populista e a soluzioni di governo di tipo tecnocratico.

Come giudica l’attuale situazione politico-sociale in Europa. Dove ci porteranno le misure di austerity?

Secondo alcuni la crisi dei debiti sovrani, le politiche di austerità approntate per farvi fronte, la prolungata recessione che ne è seguita, avrebbero rinfocolato le istanze di tipo populista e queste sarebbero destinate ad esplodere in occasione delle elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo. Secondo altri, l’allarme pur se giustificato è eccessivo. Confortati anche dal recente esito delle elezioni tedesche, viene sottolineata la capacità di tenuta di quelle classi dirigenti che non cedono alle sirene del populismo e portano avanti politiche di razionalizzazione della spesa pubblica e del welfare che accrescono la competitività del sistema economico nel suo complesso: “riforme strutturali” che solo governi tecnocratici, rispettosi delle cogenti leggi della globalizzazione e del vincolo estero, sono in grado di realizzare…

Lei condivide queste analisi?

No! Io penso che una parte della classe dirigente italiana sottovaluti le ragioni profonde che hanno alimentato nell’ultimo ventennio il populismo italiano (il berlusconismo, l’anti-berlusconismo e, da ultimo, il grillismo) e che oggi, sotto le ceneri di una devastante crisi sociale, quelle ragioni trovino nuovo e, persino, più forte alimento…

Ci spieghi meglio questo punto.

Intendo dire che il “populismo italiano” costituisce non solo la forma politica che ha preso nel nostro Paese la crisi delle tradizionali istituzioni della rappresentanza (partiti, assemblee elettive e, in misura minore, sindacati e movimenti), ma anche il tentativo di fornire una risposta a tale crisi: di colmare lo spazio lasciato vuoto dal declino delle grandi narrazioni del ‘900 e dallo smarrimento provocato dalle inedite fratture che le società liquide e post-ideologiche pongono alla politica, alla democrazia, alle sue classi dirigenti.

Relegare il “populismo italiano” in una dimensione ‘irrazionale’, ‘emozionale’, ‘impolitica’ è una forma di autoassoluzione dei cattivi eredi della politica del novecento. Fare seriamente i conti con la politica populista è una condizione essenziale per restituire centralità alle istituzioni della rappresentanza, per ridare corpo ad una declinazione non populista di popolo.

 

 

 

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