“Ogni volta che si realizza un sogno, la società cambia”
Laura Boldrini inaugura il 508° anno accademico dell'Università di Urbino

29 novembre 2013  |  di  |  Pubblicato in Home page Uniurb, In evidenza (A), Slider

Sono molto lieta di prendere la parola in occasione dell’apertura dell’anno accademico di questa università così antica e prestigiosa. Ringrazio per questo invito il rettore, il prof.  Stefano Pivato, e tutto l’ateneo nelle sue diverse componenti. Ringrazio per la loro presenza anche i numerosi giovani che sono qui intervenuti.


La vostra università ha festeggiato da qualche tempo i cinquecento anni dalla fondazione.  Si tratta di un traguardo di cui andare giustamente orgogliosi e non solo perché testimonia la continuità storica di una grande tradizione di ricerca e di insegnamento.  Una così lunga presenza in questa bellissima città è soprattutto la prova di un profondo radicamento nel territorio e di una costante attenzione per  il contesto in cui opera il vostro ateneo.

E’ questo un patrimonio la cui conservazione e rilancio nel dopoguerra  si deve certo in gran parte all’uomo che fu al vertice di questa università per cinquantaquattro anni: Carlo Bo,  al quale è intitolato l’ateneo. Un personalità straordinariamente anticipatrice  nel comprendere come le istituzioni di alta cultura non debbano restare isolate come  torri d’avorio, ma mettersi in contatto con la realtà che le circonda e anzi fare da volano allo sviluppo economico e sociale della comunità che le ospita.

Laura Boldrini Presidente della Camera dei Deputati inaugura l'A.A. 2013/2014 - Foto di Donatello Trisolino

Laura Boldrini Presidente della Camera dei Deputati inaugura l’A.A. 2013/2014 – Foto di Donatello Trisolino

Carlo Bo è riuscito a realizzare la sua utopia. Ma, a differenza della città immaginaria raffigurata nel celebre dipinto conservato a pochi passi da qui, questa “città ideale” è oggi brulicante di vita e di persone che vivono ad Urbino un’esperienza di crescita umana e culturale indimenticabile. Il vostro Ateneo ha in questi anni continuamente aggiornato e diversificato la sua offerta formativa e ha decisamente puntato sulla ricerca e sulla internazionalizzazione. Sono stati anche affrontati con coraggio i difficili interventi di riforma e razionalizzazione richiesti dalla trasformazione dell’Ateneo in Università statale. Si tratta di scelte che sono oggi premiate dall’aumento delle iscrizioni di nuovi studenti, molti dei quali sono stranieri.

Questo successo mi pare dimostri due cose. In primo luogo, che la tutela e il rilancio della identità del territorio non si ottiene rinchiudendosi nei localismi o nella retorica delle “piccole patrie”.  La via giusta è all’opposto quella di valorizzare al massimo l’apertura verso  una domanda di conoscenza e di cultura potenzialmente globale e che guarda al nostro paese come ad uno dei punti di riferimento mondiali. Questa città e la sua università lo hanno capito da tempo, dimostrando con i fatti di meritare il riconoscimento dell’UNESCO quale patrimonio dell’umanità.

L’altra lezione fondamentale che si può trarre dal “modello Urbino” riguarda i modi di conservazione del nostro patrimonio culturale. Non dobbiamo museificare questo patrimonio, nel senso di separarlo dagli usi della vita civile. La cifra unica del nostro patrimonio artistico e monumentale è anzi proprio quella di porsi in continuità con i contesti urbani e sociali, di  farsi vivere ed abitare dalle persone  e dalle comunità che ogni volta riscoprono il significato di luoghi così carichi di storia e di cultura. Il genio dei romani e poi degli uomini del rinascimento italiano – come sottolinea Hannah Arendt in alcune grandi pagine del suo libro Fra passato e futuro -  ha introdotto nella cultura occidentale l’idea stessa di paesaggio come armonico equilibrio fra rispetto dei contesti ambientali e intervento modificatore dell’uomo.  Mai come quando si è ad Urbino ci si può persuadere della verità di questa lettura della nostra tradizione culturale e civile. “La più intima e vitale qualità di Urbino non è la sua monumentalità, bensì la magistrale, armoniosa compostezza della sua civiltà”. Sono parole tratte dalla relazione alla proposta di legge per la tutela di Urbino presentata alla Camera dei deputati nel 1992 da un grande urbinate: Paolo Volponi.

Prendo qui oggi la parola come Presidente della Camera dei deputati, quale rappresentante di un’istituzione che apparentemente appartiene ad una sfera distinta e lontana da quella della ricerca scientifica e della trasmissione del sapere. Vorrei dedicare qualche considerazione per dimostrare invece che questa distanza non è veramente tale, mettendo in luce il profondo rapporto che collega il Parlamento al mondo della cultura e della conoscenza.

La forza di questo legame deriva dal carattere stesso della nostra storia parlamentare. Il Parlamento italiano è stato ed è tuttora certamente il luogo della politica, l’arena pubblica più importante dove si confrontano  – e talvolta si scontrano – spesso con grande passione i rappresentanti dei partiti e dei movimenti politici di maggioranza e di opposizione.  La costruzione di una democrazia parlamentare è stata una delle maggiori conquiste della lotta per la democrazia nel nostro paese. I padri costituenti ci hanno consegnato un’eredità politica che dobbiamo difendere e fare crescere: l’idea che un paese così conflittuale e complesso come l’Italia non si può governare se non attraverso il libero confronto fra tutte le forze politiche. Troppo spesso questo confronto viene sottovalutato o addirittura schernito come un inutile perdita di tempo o una fiera delle chiacchiere. Di fronte a questi attacchi dobbiamo ribadire con forza il nostro attaccamento alla sacralità delle istituzioni parlamentari che incarnano i valori irrinunciabili del metodo democratico.

Questo non significa ovviamente ritenere che il nostro sistema parlamentare sia perfetto e che non possa essere significativamente migliorato per adeguarlo alle nuove esigenze della nostra epoca. Da anni è infatti aperta una discussione sulle necessarie riforme costituzionali che possono anche riguardare l’attuale assetto del bicameralismo e le modalità di decisione del parlamento.

Per svolgere questo difficile compito il Parlamento ha bisogno di conoscenza. Le assemblee rappresentative non possono intervenire in modo sostanziale nei processi decisionali senza conoscere non solo il merito dei singoli provvedimenti, ma anche il loro inserimento in un ambiente normativo complesso e “multilivello” come quello contemporaneo,  in cui interagiscono istituzioni  regionali, nazionali ed europee.

Oggi i deputati dispongono del supporto di servizi di documentazione molto avanzati che in modo imparziale e sistematico offrono analisi sui profili di carattere normativo e finanziario e sulle questioni di interesse europeo. A queste fonti si affianca l’attività conoscitiva effettuata direttamente dalle commissioni parlamentari attraverso una pluralità di canali, ad esempio con lo svolgimento di indagini sui più importanti temi della legislazione.

Questa ampia attività conoscitiva non è destinata a rimanere confinata nelle aule parlamentari, ma è posta a disposizione di tutti i cittadini. Perché i  parlamenti non possono oggi più proporsi come istituzioni chiuse verso la società civile, come erano le antiche assemblee rappresentative fra il XVIII e XIX secolo.

Oggi, come sappiamo, questo modello è  in crisi. Prevale l’idea alternativa di una conoscenza che si diffonde attraverso strutture a rete aperte che si sviluppano per integrazioni successive e input dal basso.  Anche i parlamenti si stanno adeguando al nuovo paradigma, aprendosi al pluralismo sociale e alla rete dei nuovi saperi. Questa evoluzione è certamente positiva e da incoraggiare, ma fa sentire ancora più forte il bisogno di una bussola per navigare l’immenso mare di informazioni e di domande politiche che emergono dalla rete. Oggi più di ieri è indispensabile saper discernere e valutare. E’ questa esigenza a rendere in questo momento più necessaria l’alleanza fra le assemblee rappresentative e le istituzioni di alta cultura come questa università.

Vi ho parlato fin qui dell’importanza di un raccordo sempre più stretto fra l’istituzione parlamentare e i saperi che l’Università forma. L’ho fatto anche perché penso che questo rapporto sia uno dei modi attraverso i quali la politica deve riacquistare credibilità. Se posso inserire un riferimento personale in una lectio magistralis – definizione che intimorisce – confesso di vivere con disagio, io che nelle istituzioni della politica sono entrata da appena otto mesi, la disinvoltura con la quale “il politico”, nell’immagine corrente, passa, o viene sollecitato dai media a passare, da un argomento all’altro.

La politica, in questa accezione, sarebbe una branca di quella discutibile disciplina che si chiama “tuttologia”. Della quale, per fortuna, non tutti hanno frequentato i corsi. Posso testimoniare infatti con piacere, per l’esperienza di questo avvio di legislatura, che numerosi deputati e deputate sono esperti delle materie sulle quali sono chiamati a legiferare. Il loro lavoro si svolge per lo più in Commissione, ma anche in aula la discussione permette di ascoltare pregevoli dimostazioni di competenza politico-tecnica. Mi colpisce il fatto che quasi mai questi “esperti” siano noti al grande pubblico, alla platea dei talk-show, ai cittadini che la politica la seguono con interesse attraverso i mezzi di informazione. Credo che questa distanza tra competenza e popolarità non faccia bene all’autorevolezza della politica.

Ma c’è un’ultima questione che vorrei affrontare con voi, soprattutto con voi studenti – mi sentirei di aver perso un’occasione, se non lo facessi. Riguarda il senso stesso della vostra scelta di essere qui, di studiare, di investire sulla vostra formazione. Voglio farlo perché, nell’Italia spesso sfiduciata e confusa di oggi, in un Paese che fatica a mostrare prospettive per le quali valga la pena di entusiasmarsi, è forte il rischio di pensare che nulla serva, che ogni spazio sia chiuso, che ci si debba affidare per i propri percorsi alla sorte o – peggio – alle conoscenze, ai rapporti, alle “entrature”. So bene di rappresentare, per motivi anagrafici, una generazione che ai propri figli non sta riuscendo a garantire un avanzamento delle condizioni economiche e sociali.  E che li vede, quei figli, sempre più spesso costretti a cercare all’estero il lavoro e le gratificazioni di una vita non precaria.

Mi è tornato in mente venendo qui – ma forse non è stato solo mio, il pensiero – quel famosissimo discorso che Steve Jobs fece qualche anno fa all’Università di Stanford, parlando a studenti come voi: il suo straordinario “stay hungry, stay foolish”.

Come fare a trasmettere credibilmente almeno un po’  di quell’energia visionaria e creatrice, in un Paese nel quale ogni giorno le statistiche ci rifilano una sfilza di segni “meno”?

Eppure dovete sapere che del vostro studio, della vostra applicazione, della fatica che state facendo in questi anni la nostra Italia ha un grande bisogno. Perché c’è una relazione stretta tra la nostra posizione nelle graduatorie economiche internazionali e le classifiche sui livelli di istruzione. Abbiamo meno università per milione di abitanti rispetto a molti altri Paesi europei; ed abbiamo il più basso numero di ricercatori, i minori indici di investimento per ricerca ed innovazione, il più basso numero di laureati. Siamo ancora intorno ad un magro 20 per cento della popolazione, assai lontano dall’obiettivo assunto con la Commissione Europea di portare questa percentuale al 40, guardando alla popolazione compresa tra i 30 e i 34 anni, entro l’anno 2020.

Ma le statistiche, per fortuna, non dicono tutto, coi loro segni. Non dicono – o non dicono ancora – di quei giovani che mi è capitato di incontrare nei miei viaggi di questi mesi, nei fine-settimana in cui vado in tanti luoghi d’Italia ad ascoltare i problemi e le richieste dei cittadini. E’ stata una delle esperienze per me  più belle: l’energia dei giovani che, nonostante tutto, continuano a crederci; che mi incrociano in aeroporto, dove stanno prendendo il volo per andare nel Paese straniero nel quale conseguono il master, e mi parlano dei progetti che hanno per il ritorno. Quei giovani che hanno un curriculum già prestigioso, costruito nelle migliori università internazionali, e scelgono di tornare qui perché sentono di aver da giocare carte importanti per sé e per la comunità nella quale sono rientrati. Per salutarvi ho scelto le parole di uno di loro: Luca, astrofisico catanese, che dopo Oxford, Varsavia e Pechino è tornato a fare impresa d’avanguardia nell’entroterra siciliano.

“Non dico che sia facile. Chiunque tenti di realizzare un progetto incontra delle difficoltà. Per quanto ci si possa impegnare, per quanto si possa essere animati da nobili sentimenti, s’incontreranno sempre dei problemi lungo il percorso. Inoltre, tanto più il progetto è ambizioso, tanto più complesse sono tali difficoltà. Questa è una realtà con cui tutti devono fare i conti, non importa che vivano in Sicilia, in California o in Cina. Ma sono convinto che la migliore strategia per superare gli ostacoli sia la passione. Chi lavora ogni giorno per realizzare il proprio sogno non si lamenta di essere costretto a muoversi in un percorso ad ostacoli, invece si adopera per superarli. Chi lavora con passione è sempre propositivo, mai distruttivo; non cerca pretesti per interrompere il proprio lavoro, cerca invece motivazioni per continuarlo: modelli, non alibi.

Questo mondo appartiene a quei sognatori capaci di realizzare i propri sogni. Ogni volta che si realizza un sogno, la società cambia. Rinunciare ai propri sogni equivale a lasciare che siano gli altri a decidere le sorti del mondo nel quale viviamo. Imprenditori, professori, politici, sognatori, vi chiamo tutti a raccolta: iniziamo a costruirlo noi questo ecosistema di qualità, questo network di eccellenze che possa generare innovazione ed attrarre nuovi talenti. Non abbiate paura di sognare.”

Questo messaggio di Luca è anche il mio.

Vi ringrazio.

Comments are closed.

Seguici su Twitter…

Social Media

Guida ai servizi

University of Urbino su LinkedIn


UniurbPost - Online Magazine dell'Università di Urbino Carlo Bo 2017 © Tutti i diritti sono riservati
UniurbPost | Online Magazine dell'Università degli Studi di Urbino Carlo Bo
Direttore responsabile | Direttore editoriale
Credits → Registrazione presso il Tribunale di Urbino n. 231 del 14 luglio 2011