“La politica deve progettare per cambiare affinché le cose mutino realmente”
Il Rettore Stefano Pivato ha aperto il 508° Anno Accademico dell’Università degli Studi di Urbino Carlo Bo

29 novembre 2013  |  di  |  Pubblicato in Editoriale, Home page Uniurb, Slider

Il mio benvenuto alle autorità civili, militari e religiose, ai rettori ospiti, ai docenti, ai ricercatori, al personale tecnico-amministrativo, ai lavoratori precari, alle studentesse e agli studenti, alle signore e ai signori presenti. Un benvenuto del tutto particolare alla Signora Presidente della Camera, onorevole Laura Boldrini, che quest’anno ci ha voluto onorare della sua presenza. Una presenza non nuova nel nostro ateneo poiché qualche anno fa ella partecipò a Pesaro, presso la sede di Lingue e civiltà orientali, a un seminario sulla emigrazione.

Laura Boldrini Presidente della Camera dei Deputati inaugura l'A.A. 2013/2014 - Foto di Donatello Trisolino

Laura Boldrini Presidente della Camera dei Deputati inaugura l’A.A. 2013/2014 – Foto di Donatello Trisolino

 

Abbiamo fortemente chiesto e voluto la partecipazione della Presidente della Camera perché ci è parso utile riflettere quest’anno sul ruolo che l’università potrebbe e dovrebbe svolgere per lo sviluppo del Paese e su come la politica da anni tenda invece a penalizzare e marginalizzare tale ruolo, preoccupata del contenimento dei costi piuttosto che dell’efficacia e dei ritorni della spesa, sottovalutando il ruolo della cultura e del sapere per lo sviluppo del Paese. Rischiano di essere drammatici gli effetti del vuoto della politica, che ha delegato alle regole della finanza l’andamento di un settore vitale per il nostro paese come quello dell’Università, della ricerca, dell’istruzione e della cultura.

L’ateneo di Urbino ha recentemente attraversato uno dei periodi più difficili della sua storia secolare. Con la statalizzazione, con incisivi interventi di razionalizzazione, con grandi sacrifici e con grande impegno e disponibilità da parte di tutto il personale, è riuscito a superare una situazione che rischiava di penalizzare in maniera pesante l’ateneo, la città e gli studenti, nonostante un finanziamento da parte dello stato fortemente sottodimensionato rispetto ai parametri applicati al sistema universitario.

Nello scorso decennio c’era, ed era palpabile fra la gente e nell’opinione pubblica, la sensazione di un progressivo e inesorabile declino di Urbino e della sua Università. Ora il quadro è profondamente cambiato. Il calo degli studenti, che faceva temere scenari apocalittici, si è arrestato ed è intervenuta una significativa e consolidata svolta. In controtendenza con i dati a livello nazionale, l’ateneo di Urbino, dal 2009, ha registrato un aumento costante delle immatricolazioni

Questo aumento si è associato a un drastico calo, quasi il 60%, degli studenti fuori corso. Erano 5136 nel 2009, sono 2197 nel 2013 con una diminuzione  di quasi il 60%.

L’aumento delle immatricolazioni e il calo dei fuoricorso hanno determinato una crescita della percentuale degli studenti frequentanti. La città, come non si vedeva da anni, è tornata a popolarsi e a vivacizzare una vita sociale da tempo spenta. L’università é sede della ricerca e dello studio ma deve essere anche il luogo di una comunità solidale nella quale i lavoratori dell’ateneo crescono assieme agli studenti e ai cittadini. Nell’Università si matura il diritto di cittadinanza.

Anche nella situazione economica dell’Ateneo è intervenuto un netto miglioramento.

Il risultato di gestione è passato da meno 10,3 milioni nel 2009, a più 5 Ml. nel 2011 e a più 5,7 Ml. nel 2012.

Non disponiamo ancora del consuntivo del 2013, ma anche quest’anno l’equilibrio economico sarà salvaguardato. Il risultato di amministrazione, che esprime il saldo cumulato negli anni tra utili e deficit, al 31/12/2012 risulta attivo per 7,4 Ml. L’indebitamento si è fortemente ridotto. Tutto questo nonostante il sottofinanziamento statale, prima evidenziato.

Il risanamento economico e il rispetto dei parametri definiti dal ministero hanno consentito, dopo anni di stasi quasi completa, di poter riprendere a effettuare chiamate di docenti, a bandire nuovi concorsi, al superamento, in accordo con le organizzazioni sindacali, delle situazioni di precariato.

Contestualmente al conseguimento di questi risultati, sono stati attuati importanti processi di rinnovamento nell’assetto dell’Ateneo a seguito della riforma Gelmini, nell’offerta didattica, nel sistema della contabilità. Mi piace poi ricordare, fra i risultati conseguiti in questi ultimi mesi, i progressi compiuti nella informatizzazione del nostro ateneo: dalla procedura di immatricolazione e di verbalizzazione degli esami on line, alla estensione del wireless ai nostri campus in collaborazione con l’Ente Regionale per il diritto allo studio. Vorrei infine ricordare la definizione di un piano di sviluppo immobiliare che sarà presentato nei prossimi giorni ed il crescente impegno per dare sostanza alla terza missione dell’università.

Certo, rimangono problemi e debolezze. La ricerca in primo luogo. I dati ANVUR, l’agenzia del sistema di valutazione del sistema universitario, pur se riferiti al periodo (2004-2010) di più profonda crisi del nostro Ateneo e siano assoggettabili a diverse valutazioni critiche di natura metodologica, evidenziano la necessità di una inversione di rotta. Rimane anche, fra le criticità, il problema della manutenzione di quello che va considerato come il patrimonio e il valore aggiunto più prezioso della nostra realtà: i collegi universitari.

Ho voluto richiamare questi dati per evidenziare che Urbino ha saputo realizzare in questi anni un positivo percorso di contenimento della spesa e di qualificazione dei servizi, con grandi sacrifici da parte del personale (fortemente calato a fronte di più gravosi compiti) e con la collaborazione degli studenti.  Abbiamo fatto la nostra parte, come altri Atenei in Italia. Ma gli sforzi che gli Atenei italiani stanno facendo per rispondere meglio alle esigenze del Paese e ai parametri di valutazione internazionali rischiano di essere vanificati dalla sottovalutazione e dalla penalizzazione di questo importantissimo comparto dell’economia del Paese che emerge dalle scelte, e talvolta anche dalle dichiarazioni, delle forze politiche.

Non è un problema che riguarda Urbino ma l’intero sistema universitario, l’intero sistema dell’istruzione.

Le università stanno da anni subendo un attacco concentrico. Non so se voluto o frutto di un disinteresse generale da parte della politica. Nel senso comune degli italiani sta maturando l’opinione di una marginalità dell’istruzione e della cultura, dell’inutilità della laurea. Da anni la figura del docente di ogni ordine e grado sta subendo una svalutazione sociale e morale. È, più in generale, un attacco rivolto ai saperi.

Si tenta di ridurre il ruolo della conoscenza e quindi anche di marginalizzare chi è portatore di sapere. Non è una difesa corporativa dell’università e del suo ruolo: è la semplice presa d’atto di una situazione radiografata anche dagli osservatori internazionali. Perché, come ci ha insegnato Gramsci nella sua invettiva contro gli «indifferenti», vogliamo evitare «piagnistei» e chiedere conto a chi governa «di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto».  Qualche giorno fa uno dei maggiori quotidiani nazionali sosteneva che l’Italia aveva un numero di Università troppo elevato: oltre 400. Non so quale fosse la fonte di informazione dell’autorevole quotidiano che forniva un dato spudoratamente falso. In realtà, basta andare sul sito del MIUR per verificare che gli atenei italiani – privati e telematiche incluse – sono poco meno di 100: l’Italia è – statistiche alla mano – una delle nazioni con un numero relativamente basso di università per milione di abitanti.

Secondo i dati forniti dalla Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) su 26 nazioni considerate, solo 5 hanno un rapporto studenti/docenti superiore a quello italiano. La nostra nazione risulta essere quart’ultima tra i paesi OCSE per numero di docenti universitari rapportato agli studenti. Se invece ci riferiamo alla percentuale di docenti e ricercatori universitari sul totale degli occupati, è ancora l’OCSE a dirci che nel 2007 eravamo terzultimi su 20 nazioni considerate. In Italia meno di un lavoratore su cinque è laureato. In Gran Bretagna sono più del doppio. Pochi laureati, sottoccupati, che svolgono mansioni diverse e inferiori rispetto al titolo di studio universitario, soprattutto nei settori umanistici. Secondo il rapporto Unioncamere 2013 meno di un occupato su cinque (il 18,7%), compreso nella fascia tra i 15 e i 64 anni, vanta una laurea, meno della metà del Regno Unito (39,9%), al di sotto del 35,2% della Francia. Rispetto alla Germania c’è un abisso di oltre dieci punti (28,9%). Non dimentichiamo poi che gli studenti devono fare i conti con le più alte tasse universitarie in Europa dopo Regno Unito e Paesi Bassi, mentre siamo tra gli ultimi come percentuale di beneficiari di interventi a sostegno del diritto allo studio.

Alla luce di questi dati siamo, Signora Presidente, un paese «fuori corso». L’attuale crisi ha certamente risvolti drammatici per ciò che riguarda l’economia. Ma il paese sta precipitando in una altrettanto grave carestia di valori, di idee, di ideali e di conoscenza. In questo scenario la scuola e l’università devono svolgere un compito attivo per lo sviluppo della conoscenza e la diffusione del sapere, per l’affermazione di valori positivi, per la formazione di competenze funzionali alla crescita economica e sociale del paese. Credo che in questa direzione la politica possa e debba esercitare un ruolo di primo piano.  Martha Nussbaum, nel  bel saggio intitolato Non per profitto, sostiene che «le democrazie hanno bisogno della cultura perché il problema non è l’economia, ma il pregiudizio politico nei confronti del sapere». Mentre il mondo globalizzato diviene più complesso, vengono prosciugati gli strumenti e ridotte le risorse per interpretarlo, con l’istruzione a pagarne le conseguenze peggiori.

Finora, però, si è andati in senso contrario. Vari esempi si possono fare. Consideriamo la legge 240. Quella legge è stata definita una riforma. Riformare, secondo l’etimologia più corrente, significa rinnovare. Ebbene quella riforma, alla luce della sua applicazione, non ha dato vita a un rinnovamento del ruolo dell’Università né rappresenta la base per lo stimolo e il sostegno di percorsi virtuosi di valorizzazione delle potenzialità esistenti. Piuttosto quella riforma coincide con un’opera di complicazione che rischia di soffocare il sistema universitario. La sua applicazione ha assorbito moltissime risorse di tempo e di attenzione, ma la sensazione è stata quella di girare a vuoto, di dovere forzatamente realizzare cambiamenti inutili e incapaci di incidere sui problemi veri. Di qui una generalizzata frustrazione in quanti nell’Università vivono e lavorano. Di quanti nell’Università e nel sapere ci credono. Ma molti altri esempi possono essere portati. Siamo quasi alla fine dell’anno e non sappiamo ancora la quota di finanziamento statale che ci sarà assegnato per l’anno in corso. L’università è continuamente gravata da crescenti obblighi burocratici che rallentano tutti i processi amministrativi e distolgono risorse dai compiti istituzionali. Le possibilità di turnover rimangono limitate, in una logica di ulteriore riduzione del personale e cambiano in continuazione, impedendo una efficace pianificazione. Ripetuti tagli vengono annunciati e poi anche realizzati. I tentativi dell’attuale ministro di operare qualche correzione continuano a essere in larga parte vanificati. Se volessimo proprio trarre una morale da questo lungo elenco di criticità, non potremmo che rifarci all’icastica battuta di Italo Calvino per cui «Viviamo in un Paese dove si verificano sempre le cause e non gli effetti». Dimenticando che è la conoscenza, e dunque il luogo della conoscenza rappresentato dall’Università, a favorire la libertà di pensiero e di parola, il confronto culturale, la formazione e l’autonomia del giudizio.

La politica é giunta a un punto tale che per rivendicarne la nobiltà è stato necessario associarla a un aggettivo: la «bella» politica. Quasi che la politica tout-court fosse diventata una bad company del consorzio civile. Credo che compito e dovere della politica, di qualunque segno, sia quello di progettare per cambiare perché le cose mutino realmente.

Con questo auspicio, oggi, 29 novembre 2013, dichiaro aperto il 508° Anno Accademico dell’Università degli Studi di Urbino Carlo Bo.

Stefano Pivato

 

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