I Giacobiti a Urbino, un segreto rivelato
di Tommaso di Carpegna Falconieri

20 dicembre 2013  |  di  |  Pubblicato in Eventi, Home page Uniurb

Le case antiche raccontano antiche storie, e il nostro Palazzo Ducale ne custodisce di straordinarie. Tra queste, una è stata riscoperta dallo studioso britannico Edward Corp, che ha pubblicato un libro di cui esce in questi giorni l’edizione italiana.

Correva l’anno 1717 – poco meno di tre secoli fa – quando un re con l’intera sua corte giunse prima a Pesaro e poi a Urbino, dove si trattenne per più di un anno. Il re era il giovane e sfortunato Giacomo III Stuart, detto anche «il Vecchio Pretendente», che visse tutta la vita in esilio poiché la sua famiglia era stata scacciata durante la «Gloriosa Rivoluzione» del 1688-89 che avrebbe portato sul trono d’Inghilterra, Scozia e Irlanda i sovrani della casa di Hannover. La sua corte, di oltre ottanta persone, andò a occupare gran parte del Palazzo Ducale di Urbino. Era formata da gran signori inglesi e scozzesi, da cuochi, stallieri e lacchè; erano solo uomini, perché le donne erano state lasciate in Francia. Gli aristocratici, coperti di abiti sontuosi e alte parrucche, vissero per lunghi mesi eseguendo complicati cerimoniali nelle vaste sale del palazzo, ascoltando musica, facendo passeggiate nei dintorni e partecipando ai ricevimenti organizzati dalle famiglie di Urbino, ben protetti dalle guardie svizzere del papa.

Alexis-Simon Belle, Giacomo III, 1712 (Rettorato dell'Università degli Studi di Urbino Carlo Bo)

Alexis-Simon Belle, Giacomo III, 1712 (Rettorato dell’Università degli Studi di Urbino Carlo Bo)

Passarono gli anni e i secoli, e la memoria delle decine e decine di inglesi e scozzesi che si erano aggirati per Urbino e che vi avevano tenuto corte bandita per oltre un anno svanì. Prima del libro di Corp, il ricordo di questa vicenda si era cristallizzato soltanto nel nome di un camerino a stucchi dorati, noto infatti come la «stanza del re d’Inghilterra». Inoltre, a ben cercare, qualcuno si sarebbe potuto imbattere nella lapide di uno scozzese morto a Urbino, lapide che ancora si conserva nell’albergo San Domenico, oppure nei ritratti di re Giacomo che stanno nell’Oratorio di San Giuseppe e in Rettorato. Ma chi era re Giacomo III d’Inghilterra, perché si trovava in esilio e perché gli fu data ospitalità nel Palazzo Ducale? Per quanto tempo visse nel palazzo, e davvero occupò solamente una camera così piccola e modesta? Era accompagnato da altre persone provenienti dalla Gran Bretagna? Quale impatto ebbe sulla città la presenza del re e della corte? Fino ad oggi, nessuno era più in grado di dirlo. Dopo avere eseguito una accurata ricerca in molti archivi britannici e italiani (tra cui quelli della nostra Università), Edward Corp ha dunque scritto un saggio che ci permette di riscoprire un episodio tanto sconosciuto quanto affascinante della storia italiana.

Tommaso Di Carpegna Falconieri al Premio Frontino edizione 2013 dove è stato premiato

Tommaso di Carpegna Falconieri al Premio Frontino edizione 2013 dove è stato premiato

Le ragioni che mi hanno spinto ad avvicinarmi al suo libro e a curarne l’edizione nella nostra lingua sono diverse, ma ne dirò due. Vi è, prima di tutto, l’interesse per la storia di Urbino, che si arricchisce di un nuovo capitolo. Una storia, si badi, che non è “locale”, poiché essa (prendo le parole dalla Presentazione di Stefano Pivato) «si espande fino a comprendere l’intero palazzo, poi la città e ancora l’Italia e l’Europa, in una vicenda che pose Urbino, in quanto sede della corte britannica in esilio, al centro di un fitto intreccio di relazioni internazionali». Inoltre, di questa storia mi incuriosiva la dimensione “controfattuale”. La restaurazione di un re di casa Stuart rimase infatti una possibilità aperta per molti anni e di essa non si poté decretare l’esito finale – disastroso per gli Stuart – fino alla battaglia di Culloden nel 1746. La storia della corte a Urbino è intessuta dei sogni sognati nelle grandi sale del Palazzo Ducale, in uno scenario che diviene interamente comprensibile solo nel mondo girato all’inverso. Questa piccola società di naufraghi fu tenacemente rivolta al raggiungimento di un ideale superiore, il ritorno del loro Master in patria come sovrano regnante. I cortigiani riverivano Giacomo III che, in quel piccolo mondo al contempo reale e controfattuale, era il re. «What if», dunque: cosa sarebbe accaduto se il re (o il pretendente, a seconda del punto di vista) fosse riuscito a rientrare trionfalmente in Inghilterra? Questo non accadde, ma gli uomini che vissero in quegli anni intorno a lui spesero l’intera loro esistenza ed energia per far sì che accadesse. Essi non sognarono solamente, ma tentarono di realizzare questa possibilità. La loro storia, dunque, è una storia vissuta interamente all’interno della dimensione del possibile. Una storia tutta «fatta con i se».

Ricordo di avere letto da ragazzo un poemetto di Tonino Guerra, che spero prima o poi di ritrovare. Tonino Guerra narrava di una grande sala in un castello, «il camerone delle voci». Questa sala aveva una qualità: se ti mettevi a dire qualcosa in un angolo, dopo un po’ le parole le andavi a raccogliere dall’altra parte. Di tanto in tanto, però, le parole si andavano a fermare tra le alte volte del soffitto e vi rimanevano sospese, come delle stalattiti. Solo dopo molto tempo sgocciolavano giù e si potevano nuovamente udire. Lo so bene dove sta quel camerone (anche se oggi non lo dirò); di certo, il libro di Edward Corp ci ha restituito alcune di quelle antiche parole, pronunciate a Urbino poco meno di tre secoli fa.

 

Edward Corp, I giacobiti a Urbino, 1717-1718. La corte in esilio di Giacomo III re d’Inghilterra, edizione italiana a cura di Tommaso di Carpegna Falconieri, Bologna, il Mulino, 2013. Il libro sarà distribuito dal 9 gennaio 2014.

Scheda editoriale

 

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