“Conservare le opere d’arte recuperando il legame con l’ambiente ”
La rivoluzione da attuare per salvare il patrimonio artistico italiano. Intervista a Bruno Zanardi

14 gennaio 2014  |  di  |  Pubblicato in Fuori Urbino, Home page Uniurb

Occhi sempre più puntati sul patrimonio artistico italiano, spesso dallo sguardo concupiscente. E Urbino innegabilmente obiettivo privilegiato, per la sua storia, per la sua architettura, per gli artisti che qui hanno lavorato e vissuto, per l’essere un caso unico in Italia, avendo mantenuto intatto il paesaggio in cui si trova: sostanzialmente ancora quello di Federico da Montefeltro. Per la presenza della Galleria Nazionale delle Marche e delle sua collezioni. Ma anche per quella di docenti come Bruno Zanardi, uno dei più noti restauratori italiani (ha lavorato sulla Colonna Traiana, l’Ara Pacis, gli affreschi e i mosaici del Sancta Sanctorum al Laterano,gli affreschi della Basilica di Assisi, ecc.) autore di libri importanti di teoria e storia del restauro e sull’organizzazione del lavoro nel cantiere artistico medievale, tanto da essere l’unico italiano chiamato a lavorare nel “Companion to Giotto” della Cambridge University

Il professore Bruno Zanardi con la sua inseparabile Wanda

Il professore Bruno Zanardi con la sua inseparabile Wanda

Professor Zanardi, le strategie di tutela e valorizzazione dei beni culturali italiani sono fuori dal tempo. Basti l’assenza, nel 2014, in piena era dell’informatica, d’un catalogo del patrimonio artistico.

Infatti. Un’assenza che contraddice uno dei principi che stanno alla base di qualsiasi impresa scientifica che voglia avere un destino. Delimitare l’ambito dell’universo che si vuole esplorare.

Vale a dire?

Che se si vuole affrontare in modo razionale e coerente il problema della tutela dei beni culturali, ci si deve arrendere all’evidenza che nessuna soluzione è possibile fintanto che non si individuano con la massima precisione i termini reali in cui quel problema si pone. Il che significa rinunciare una volta per tutte a credere che l’arte, come diceva Benedetto Croce, è qualcosa che “tutti sanno che cosa sia”, perciò tutti possono interessarsene. Quello che oggi accade in Italia e che spiega l’assenza del catalogo.

Tanti danni, ma nessuno paga. Nel libro “Un patrimonio artistico senza” (Milano, Skira, 2013) però lei prova a distinguere il grano dal loglio.

Le faccio due esempi. Uno, virtuoso, perché esistono anche funzionari bravissimi. Gino Famiglietti, soprintendente del Molise, ha ricevuto lettere con minacce di morte da parte della camorra che voleva riempire di pale eoliche il sito archeologico di Sepino, come lui ha impedito accadesse. Un eroe borghese, insomma. L’altro, non virtuoso, Renèe Codello, soprintendente di Venezia, che da anni non fa nulla per impedire il passaggio delle navi da crociera dentro la città. Come invece avrebbe dovuto fare ex lege, almeno stando a Italia Nostra, che l’ha denunciata per aver violato gli artt. 10 e 28 del Codice dei beni culturali: questo almeno si legge nel sito internet “patrimoniosos”, per intenderci quello realizzato da Salvatore Settis. Denuncia, peraltro, italicamente priva di alcun effetto. Le navi infatti passano ancora per la città in spregio a quiete, rispetto e culto che si dovrebbe all’arte del passato e provocando onde d’urto terribili per il fragilissimo patrimonio edile, monumentale e non, della città.

L’aspetto forse più interessante del suo libro sono le molte proposte in positivo che contiene. Ce ne dica una, la principale.

Attuare una rivoluzione copernicana del settore, mettendo al centro dell’intero sistema della tutela la conservazione del patrimonio artistico in rapporto all’ambiente. Operare cioè la salvaguardia e la cura di quel meraviglioso rapporto tra opere d’arte storiche e paesaggio che rende il patrimonio artistico italiano unico al mondo.

Un tipo di tutela che non si fa perché?

Per due ragioni essenziali. Perché così operando si toccano gli interessi della speculazione edilizia, sempre vincenti nel nostro Paese, indipendentemente dal colore dei governi e delle amministrazioni regionali e locali. E perché far tutela in questa direzione comporterebbe una radicale riforma dell’amministrazione pubblica preposta, a cominciare dalla formazione di soprintendenti e restauratori.

Settis dice che la fonte di ogni male è stata definire i “beni culturali il nostro petrolio”. E’ d’accordo? Non pensa che con la cultura l’Italia possa mangiare e pure bene?

Qui si torna a quanto dicevo prima. Che la valorizzazione del nostro patrimonio storico e artistico coincide con la valorizzazione dell’ambiente. Il resto, biglietti del museo, far vedere i quadri dei depositi, eccetera, sono banalità dilettantesche.

Perché?

Perché nei Musei va pochissima gente che certo non aumenterebbe di numero se si esponessero le opere dei depositi. Opere sempre minori, tipo tavole di Pietro Sparapane da Norcia o tele di Ascensidonio Spacca detto “Il fantino”, per fare due nomi di pittori realmente esistiti. Né credo che l’Arabia saudita o la Cina siano interessate a ricevere opere del genere da mettere in mostra.

Mentre per mangiare e bere?

Per mangiare e bere bisogna rifarsi innanzitutto e economie sostenibili che tutelino l’ambiente. Dall’industria, all’agricoltura, al turismo. Una volta riportato il Paese a una situazione di stabilità socio-ambientale (anche intervenendo su ordine pubblico e certezza del diritto, a cominciare dalla rapidità dei giudizi), si potrebbe fare in modo che l’Italia tornasse a essere il luogo della produzione culturale dell’Occidente. Ad esempio, divenire sede di grandi scuole universitarie internazionali aperte a docenti e allievi stranieri…

Quindi rottamando le attuali nostre università generaliste?

Esattamente.

Nel quadro generale, cosa si potrebbe fare per far essere Urbino un’isola felice?

L’ho già detto. Fare di Urbino un Campus internazionale con insegnamenti limitati a poche materie, abbandonando a sé stesso il resto. Ad esempio, favorire quelle che già adesso sono eccellenze. La Biochimica o la Fisica. Ma anche, visto il lavoro a cui mi dedico da una vita, si potrebbe organizzare a Urbino un grande Festival internazionale della Storia dell’arte.

Pensa che l’amicizia con Vittorio Sgarbi possa essere importante per la città di Urbino?

Conosco Vittorio da vent’anni e, pur avendo entrambi caratteri non facili, da sempre ci lega un rapporto di stima e di rispetto reciproci. E penso che, se Urbino è la sede perfetta per un Festival internazionale della Storia dell’Arte, Sgarbi è la persona perfetta per organizzarlo.

Comments are closed.

Seguici su Twitter…

Social Media

Guida ai servizi

University of Urbino su LinkedIn


UniurbPost - Online Magazine dell'Università di Urbino Carlo Bo 2017 © Tutti i diritti sono riservati
UniurbPost | Online Magazine dell'Università degli Studi di Urbino Carlo Bo
Direttore responsabile | Direttore editoriale
Credits → Registrazione presso il Tribunale di Urbino n. 231 del 14 luglio 2011