La nuova mutazione antropologica
Editoriale a cura di Paolo Ercolani, numero di marzo UniurbPost

10 marzo 2014  |  di  |  Pubblicato in Editoriale, Home page Uniurb

Coloro che sono nati a partire dal 1995 oggi hanno all’incirca dai vent’anni in giù. Si tratta di quella che è stata definita «net-generation» o «generazione dei nativi digitali». Ragazzi e ragazze che, a differenza delle persone poco o molto più adulte di loro, sono nati e cresciuti con la tecnologia digitale come fedele compagna di ogni aspetto della vita.

Non a caso è proprio a partire da quella data simbolica e convenzionale, il 1995 appunto (in cui comparve il software «windows 95», in grado di rendere facile per tutti l’uso dei terminali e quindi iniziare la diffusione capillare dei computer nelle case), che si parla di una rivoluzione di tale portata da costituire un vero e proprio cambio di paradigma: ci si lasciava alle spalle la vecchia «società industrializzata», per entrare, sospinti da un vento impetuoso e incontenibile, nella «società in rete» (volendo ricorrere alla celebre espressione di Manuel Castells).

Tanto nel «vecchio mondo» la comunicazione era principalmente «unidirezionale» (gli «old media» veicolavano dei contenuti diretti a un «pubblico» che poteva soltanto decidere di recepirli o ignorarli), quanto nel «nuovo mondo» la comunicazione si presenta come «interattiva»: gli utenti interagiscono con i nuovi media fino a deciderne e modificarne i contenuti; questi nuovi media interagiscono fra loro, poiché utilizzano un linguaggio binario comune (un file digitale posso leggerlo, ascoltarlo e vederlo su diversi dispositivi); le persone interagiscono fra di loro con possibilità incredibilmente potenziate, grazie a una tecnologia che consente di superare le barriere spazio-temporali, permettendo a ciascuno di comunicare con chiunque altro, abitante di qualunque parte del pianeta e in un qualunque momento del giorno.

Senza contare la straordinaria mole di informazioni reperibili in Rete, pressoché a disposizione di tutti e perfettamente in grado, attraverso un banale motore di ricerca e pochi secondi di pazienza, di rendere questi «tutti» informati praticamente su ogni aspetto dello scibile umano.

Queste ed altre indubitabili e straordinarie potenzialità offerte dalle nuove tecnologie potrebbero far parlare, e in alcuni casi è stato così, di un «mondo perfetto». Talmente perfetto, possiamo dire, da spingere un numero sempre crescente di giovani e giovanissimi a preferire la frequentazione della vita «virtuale», per tanti aspetti semplificata, divertente e piena di possibilità infinite, rispetto alle asperità, alle difficoltà e alle responsabilità della vita reale.

Ora, premesso che decido volutamente di mettere da parte i tanti e oggettivi aspetti magnifici delle nuova tecnologia digitale, sui quali è persino superfluo insistere, credo sia opportuno concentrarsi su quegli elementi critici che uno studioso umanista non può ignorare.

Il rischio più grande, volendo riassumere ed al tempo stesso semplificare il discorso, soprattutto per le generazioni più giovani, mi sembra quello riconducibile al «paradosso di Pinocchio», il bambino a cui il Gatto e la Volpe promettevano un mondo da favola a un prezzo, però, sostanziale: la perdita dell’umanità (con conseguente ritorno alla condizione di burattino).

Bisogna infatti chiedersi, sulla scorta dell’insegnamento di McLuhan, quali effetti può produrre l’uso e l’abuso costante di nuovi media che, di fatto, rappresentano ormai un tramite obbligatorio fra noi e la nostra esperienza del mondo in cui viviamo.

Si informano per noi, conoscono altre persone al posto nostro, organizzano, immagazzinano, elaborano e veicolano ogni nostro sapere e attività. Quale il rischio che, alla fine, essi vivano al posto nostro?

Senza contare che, mai come in questa epoca, emerge l’aspetto inquietante per cui siamo informati su tutto ma non conosciamo (veramente) nulla: infatti all’«opulenza informativa» che ci è offerta da queste nuove tecnologie, attraverso la veicolazione di una mole sterminata e «ultra-umana» di notizie, sempre più corrisponde una «indigenza conoscitiva» che si riscontra nelle giovani generazioni.

Siamo obiettivamente di fronte a quella che, per usare una celebre espressione di Pasolini, è una vera e propria «mutazione antropologica» che stanno vivendo i nostri giovani in più ambiti: cognitivo, relazionale, affettivo, espressivo, conoscitivo, etc..

Come ogni mutazione, certamente, è opportuno attendere prima di pronunciarsi con sentenze nette e ultimative, ma è altrettanto opportuno che il mondo della cultura e dell’istruzione sia vigile affinché non ci si ritrovi in un mondo sempre più popolato da burattini.

Paolo Ercolani, docente di Teoria e tecnica dei nuovi media, Dipartimento di Scienze dell’Uomo, Uniurb

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