Follia e creazione. Il caso clinico come esperienza letteraria
Dialogo a mille mani sulla schizofrenia con Pietro Barbetta e Nadine Tabacchi

18 marzo 2014  |  di  |  Pubblicato in Home page Uniurb, Innovazione

A cura di Alessandro Siciliano, socio fondatore dell’Associazione Rizoma

Il ruolo della vertigine nella formazione dei giovani psicologi

http://mardin.blogs.com/manu/2007/01/vorrei_scrittur.html

Del bell’incontro di mercoledì 12 marzo con Pietro Barbetta e Nadine Tabacchi a cura dell’Associazione Rizoma, ciò che conservo è una vivida sensazione di vertigine. Ho cercato di parlarne con l’amica Nadine al termine del seminario, passeggiando per il centro storico.

Il sapere è qualcosa che, nella nostra società, è codificato nelle istituzioni scolastiche, dalla scuola elementare all’università, impacchettato in programmi didattici nazionali, nei manuali, nella ripetizione anno dopo anno del medesimo. L’università non è estranea a questo modo di trasmettere il sapere. Possiamo dire che c’è una sorta di contratto fra il giovane studente e l’istituzione universitaria, in cui ciò che si garantisce è un pacchetto di competenze più o meno tecniche alla fine del percorso di studi. Si tratta però di un sapere morto, una serie di strumenti cognitivi che, nel peggiore dei casi, arrivano a coincidere con il pensiero del singolo.

Si arriva alla fine degli studi che, bene o male, la struttura scolastica ci ha dato ciò che garantiva. Ma potremmo non aver avuto fortuna. Parlo della fortuna di incontrare persone animate dal desiderio di sapere, il maestro che ti sconvolge, colui che ha saputo incarnare una forma singolare di sapere, che ha saputo fare un’invenzione propria che è sempre virale. Qui parlo di persone che abitano il divenire molteplice del sapere, quella versione della conoscenza impregnata di Eros. Come ci ricorda Paolo Mottana, «nel corso di tutta la storia l’esercizio educativo si è accompagnato con il desiderio e anche la sessualità».

Così Pietro Barbetta e Nadine Tabacchi, da cui la mia vertigine.

La vertigine è una sensazione molto concreta, non solo metafora. Una sensazione di annebbiamento, di leggera ubriachezza dell’attenzione e della comprensione. Di fronte a ciò che abbiamo definito “un dialogo a mille mani” fra lo psicoterapeuta e la filosofa sulla schizofrenia, alle qualità e quantità degli interventi e dei temi toccati «schizofrenicamente», sono rimasto inebriato, estasiato. Credo che sia ciò che succede quando ci si imbatte in discorsi e insegnamenti che, come un terremoto, minano le basi delle nostre fragili certezze e credenze. Penso che sia sempre così, la prima risposta è la vertigine che può essere foriera di angoscia.

Cosa significa infatti affermare che il caso clinico è un’esperienza letteraria?

Barbetta mi dice che posso approcciarmi al mio futuro lavoro senza impugnare (è proprio il caso di usare questo termine, data la grande presenza di metafore di guerra nel linguaggio tecnico psichiatrico) nessuno degli strumenti che ci vengono spacciati come scientifici ed esatti. Mi consiglia di leggere più romanzi e meno manuali diagnostici. Una posizione come quella di Pietro Barbetta rompe definitivamente con il discorso psichiatrico – sempre più impegnato a medicalizzare il normale (Frances 2013) – pur restando in dialettica con questo, dialogando criticamente e senza sconti; è una posizione coraggiosa e libertaria. Una vita impegnata non tanto e non solo al servizio di quella o quell’altra causa. Servizio non si addice, come significante, al lavoro di Pietro Barbetta, se non inteso come servizio della singolarità e della differenza. Un impegno e una risposta chiara di fronte all’anti-causa imperante in psichiatria. Robotizzare la tecnica della parola, disumanizzare la psicoterapia, protocollare, standardizzare, normalizzare, sono solo alcune parole chiave che indicano bene la direzione del lavoro dell’attuale modello americano, che, come in altri ambiti della vita, facciamo nostro ben volentieri ed acriticamente, oppure con uno spirito critico che troppo spesso è paradossale. Sappiamo, infatti, tutti della porcata DSM (manuale diagnostico e statistico e dei disturbi mentali), sappiamo delle case farmaceutiche e della loro influenza sulla stesura del manuale, sappiamo del lavoro di Allen Frances, ma non riusciamo a fare a meno del monolito americano. Come nel film L’angelo sterminatore di Luis Buñuel, dove un gruppo di individui dell’alta borghesia non riesce ad uscire dalla casa in cui si è svolta la cena, qualcosa di strano e di insondabile li trattiene per lungo tempo. Così sembra che negli ambienti psi e nell’università non si riesca a  prendere posizione per fare qualcosa che tutto sommato sarebbe molto semplice: abbandonare il modello medico del DSM; formare attraverso altri testi, le opere di un secolo di psicopatologia clinica e generale, di psicoanalisi, di fenomenologia, di filosofia.

Qual è l’approccio di uno come Barbetta alla schizofrenia? «In generale, ciò che emerge dal discorso psichiatrico intorno ai sintomi positivi della schizofrenia è, sul piano antropologico, un arricchimento umano». E ancora: «Qual è il limite delle descrizioni psichiatriche? La centratura sul paziente. Lo sguardo psichiatrico, che si presenta come uno sguardo medico, non riesce a distogliere lo sguardo dal paziente. La lettura è sintomatologica» (Barbetta 2008). Il caso clinico come esperienza letteraria versus il caso clinico come lettura sintomatologica. Una bella differenza.

Il quarto capitolo del libro che abbiamo presentato il 12 marzo viaggia in questa direzione. «Dobbiamo parlare della schizofrenia in modo schizofrenico», dice Nadine Tabacchi. «Essere a un passo dalla schizofrenia» significa cercare di condividere la complessità logica, l’inferno schizofrenico, il delirio. Non c’è altro modo per approcciarsi alla questione della malattia mentale. Bisogna prendere posizione: o siamo degli intellettuali, pronti a verificare ogni volta l’insufficienza del nostro sapere e delle nostre teorie di fronte alla molteplicità e al caos dell’esperienza umana – e disumana -  oppure siamo strumenti nelle mani del discorso dominante e vestiamo il ruolo affidatoci senza fare tanta filosofia.

E’ come con La corazzata Potëmkin. Possiamo fidarci di una volgare tradizione, ripetendo come pappagalli la parola dell’altro, oppure possiamo compiere un atto di rottura e liberare una differenza: «la corazzata Potëmkin è una meraviglia pazzesca!».

 

 

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