L’intervallo tra le cose nel cinema di Franco Piavoli
Uno sguardo che esplora lo spazio tra le immagini e la realtà. Intervista al regista

28 marzo 2014  |  di  |  Pubblicato in Fuori Urbino, Home page Uniurb

a cura di Sara Buonsanti (Redazione Studenti)

Alla sua terza edizione, la rassegna cinematografica L’intervallo tra le cose, organizzata dall’associazione culturale “La Ginestra”, con il contributo dell’Università di Urbino e del Comune, ha proposto una retrospettiva su uno dei Maestri del cinema italiano di ricerca: Franco Piavoli.

Franco Piavoli. Immagine tratta da: http://mantova.bakeca.it/

In quarant’anni di carriera, Piavoli ha realizzato e prodotto cortometraggi e lungometraggi –  premiati anche a livello Internazionale – che hanno proposto un modo di far cinema originalissimo, distinto da singolari modalità di narrazione della realtà in grado di lasciare un segno indelebile negli spettatori. Il cinema di Piavoli, infatti, non propone una fruizione secondo i canoni tradizionali, ma è caratterizzato da uno sguardo cinematografico in cui è necessario immergersi, come ci si immerge in una sinfonia fatta di suoni ed immagini. Si tratta di un cinema «lirico – fonico», dove contano i ritmi, le armonie, la associazione di immagini e dei suoni, l’uso magistrale delle luci e della fotografia.

Il 24 marzo si è tenuta la proiezione, al cinema Nuova Luce, di due  tra i suoi lungometraggi: Al primo soffio di vento (2002) e Nostos – Il ritorno (1990). Il giorno successivo, a Collegio Raffaello (sala Serpieri), si è svolto l’attesissimo incontro tra Piavoli e il pubblico. Qui il Maestro, oggi ottantenne, ha dialogato con vivace spontaneità e sincera curiosità, con un pubblico – composto prevalentemente da noi giovani ed universitari –  stupito dalla sua grandissima umiltà e pazienza.

È stato possibile riportare solo alcune tra le domande che sono emerse nel corso di una ricca, variegata e stimolante “chiacchierata”- durata circa due ore -  in cui è stato possibile anche per noi non “addetti ai lavori”,  prendere contatto con il complesso ed emozionante “Pianeta” Piavoli.

Maestro, il suo cinema è pervaso da un viscerale rapporto con gli elementi naturali, soprattutto la terra e l’acqua e tale legame finisce col tradursi anche in un particolarissimo cromatismo e gioco di luci.  Da cosa nasce questo voler osservare i movimenti più profondi della natura portandoli dallo sfondo al primo piano?

“Essendo nato in campagna sono stato sin dall’infanzia a diretto contatto con la terra, con l’acqua e con la natura in generale, che percepisco come il mio habitat naturale. Perciò è inevitabile questo istinto esplorativo che mi porta a cercare di capire il comportamento della terra e la sua vita intensissima. Il mio cinema parte, quindi, dal voler indagare il mutare degli elementi primari ed arcaici come l’acqua, la terra e la luce stessa che è manifestazione dell’esistenza, del logos divino, infatti mi piace molto osservare come le cose quotidiane  possano variare a seconda delle luci diverse.  Così come la natura, che può trasformarsi da madre a matrigna, nei suoi rapporti con gli uomini. La luce e la natura, quindi, sono un elemento fondamentale per la vita e quindi anche per il cinema”.

Tra Nostos – Il ritorno, suo secondo lungometraggio, e  Al primo soffio di vento, suo ultimo lavoro,  intercorrono tredici anni. Al di là dei punti di contatto stilistici tra i due film, sembra esserci una profonda differenza non solo tematica, ma anche di sguardo. C’è  stato effettivamente un cambiamento del suo sguardo? Lei ha percepito diversamente la realtà e il modo di guardare, durante questo arco di tempo?

“Il mio stile di ripresa e di montaggio sono grosso modo gli stessi nei due film, ma è  vera tale osservazione,  perché per trasmettere il dramma, centrale in Al primo soffio di vento, della solitudine domestica e della  mancanza di comunicazione tra persone che sono congiunte e convivono, ho dovuto paradossalmente insistere a lungo su certe immagini, molto più che in Nostos. Questa morte, questa sonnolenza che traspare dallo sguardo dei personaggi e dall’indugiare della cinepresa, consentono di far venire a galla alcuni passaggi fondamentali nella storia di queste persone che, pur essendo una famiglia, parlano ma non riescono a comunicare tra di loro. Ho cercato, in tutti i miei film, di restituire uno sguardo che si spinge sino ad indagare lo spazio, l’Intervallo, tra le immagini e la realtà, fra le cose”.

Il ricordo che rimane, alla fine di un pomeriggio trascorso a dialogare con il Maestro, è lo stupore di constatare la grandissima umanità, disponibilità ed umiltà di un uomo con i piedi ben piantati nella terra – non solo in senso letterale – che è in grado di vedere e restituire, attraverso la sua cinepresa, la bellezza e la poesia degli elementi naturali, oltre alla profondità dell’animo umano.

 

 

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