“Nessun paragone è possibile”
L’attività di Carlo Bo alla guida dell’Ateneo di Urbino

9 febbraio 2011  |  di  |  Pubblicato in Editoriale  |  1 Comment

Pubblichiamo il discorso che il Rettore ha tenuto al Senato della Repubblica in memoria di Bo, mercoledì 9 febbario

“Il mio saluto e il mio benvenuto da parte dell’Università degli Studi Carlo Bo alle Autorità presenti, agli ospiti, ai cittadini di Urbino e al personale tutto dell’ateneo. Un ringraziamento particolare a chi ha permesso questa mattinata e a chi ci ospita e ci onora: Il Presidente del Senato Renato Schifani, Il Sottosegretario Gianni Letta, Il Sottosegretario Giuseppe Pizza e il Senatore Sergio Zavoli legato a Carlo Bo a all’ateneo di Urbino da sentimenti di profonda amicizia.

Altri, in questa sede e nei vari appuntamenti che seguiranno lungo il corso dell’anno per celebrare i cento anni della nascita di Carlo Bo, avranno modo di analizzare il suo pensiero, la sua attività letteraria, il complesso rapporto con la fede (percorso pochi giorni fa dal cardinale Gianfranco Ravasi). Io vorrei brevemente ricordare l’attività di Carlo Bo alla guida dell’ateneo urbinate.

Una guida che è durata oltre mezzo secolo.

Bo approda a Urbino nel 1938 chiamato da Piero Rebora. Il suo primo approccio con la città ducale è di sconforto, di rifiuto. All’amico Montale rivela: “Non ci vado, non ci sto. Vengo via”. Nove anni più tardi, nel 1947, Carlo Bo sarà eletto rettore rimanendo nella carica fino alla morte, nel 2001.

A dispetto del primo traumatico impatto la presenza di Carlo Bo a Urbino durerà dunque oltre sessanta anni fino a divenire un nodo centrale nella vita e nella attività rettorale di Bo grazie a un formidabile rapporto che  viene a crearsi  tra lui, la città e l’Università.

Carlo Bo e Mario Luzi, Palazzo Ducale, Urbino © Università di Urbino - Vietata la riproduzione

Carlo Bo e Mario Luzi, Palazzo Ducale, Urbino © Università di Urbino - Vietata la riproduzione

Bo, in realtà,non ha mai svolto una funzione semplicemente accademica. Ha avuto sempre la compiuta consapevolezza di essere la effettiva guida della comunità cittadina. Di fronte a Urbino, è l’artefice di una rinascita insperata, colui il quale ha saputo arricchire e ravvivare una tradizione, e individuare, in una realtà periferica, possibilità positive, forze vitali, valorizzandole e portandole a pieno compimento e successo. Per consenso comune, i cittadini di Urbino lo riconoscono come l’artefice ed il garante del loro benessere, del loro avvenire.

Con Bo l’Ateneo urbinate diventa agente, fattore di un processo di ricomposizione e di riqualificazione di un intero territorio. Il patto è tutto qui: il riconoscimento di una superiore e complessiva capacità progettuale e operativa espressa dall’Ateneo, e l’accettazione di subordinare gli strumenti amministrativi e burocratici comunali (e non solo) alle scelte ed alle indicazioni che da esso provengono.

Certamente, fin dall’inizio del suo rettorato, Bo intende rafforzare e potenziare le posizioni acquisite, dar corso a nuove iniziative e a nuovi innesti, rinnovare e qualificare ordinamenti e indirizzi scientifici, dar vita in definitiva a un modello di Università originale ed inedito, definito nella sua identità da moderne strutture materiali e culturali; ma tutto ciò, nel solco di una linea fedele alla scelta della secolare libertà statutaria, come fattore strategico, risolutivo dello sviluppo e della possibilità di espansione dell’antico Studio nato nel 1506.

Uno dei tratti costanti dell’attività rettorale di Bo è quello di non ripiegare, di non perdersi in querimonie di fronte alle ricorrenti situazioni di difficoltà, ma di impegnarsi a difendere in modo attivo, propositivo l’Ateneo, arricchendolo con iniziative che non hanno nulla dell’improvvisazione e del contingente, ma che anzi assumono molto spesso il valore di vere anticipazioni, rispetto alle successive esperienze degli altri atenei.

Già nel 1953 prefigura un Ateneo con una popolazione studentesca stabile, residente, aiutata nelle sue difficoltà materiali, impegnata con continuità nello studio. Nel discorso rettorale del 1953 parlerà di “un sogno”: “si potrà cominciare a mettere in atto un vecchio sogno, quello di dare vita a un collegio, di offrire la piena ospitalità a quegli studenti che meglio intendono la loro difficile professione. Vorrei che la nostra Università potesse ospitare gran numero di questi giovani e rispondere così alla nuova concezione dei rapporti che dovrebbero passare fra scuola e studenti, vale a dire offrire ai giovani con i mezzi di studio la tranquillità e la sicurezza della vita. Perché, diciamolo francamente, la cosa che ci addolora di più nelle nostre funzioni è quella di dover constatare troppo spesso l’estrema povertà, la miseria di molti giovani: un giovane non deve soltanto studiare, può dover studiare, deve essere tranquillo e non ossessionato dal bisogno, dalla premura del guadagno e forse questa è la prima e vera libertà della cultura”.

Questo disegno troverà uno specifico momento di realizzazione con l’incarico dato a De Carlo, “l’architetto del Rettore”, di elaborare il Piano regolatore generale della città(1963). Di più nel l980-81, il Rettore vede realizzato compiutamente il suo “sogno”: vengono inaugurati il Collegio del Tridente, il Collegio le Serpentine, il Collegio dell’Aquilone,il Collegio la Vela; che si aggiungono al preesistente Collegio del Colle.

E proprio qui sta la intuizione di Carlo Bo: comprendere, nella trasformazione dell’Università italiana, l’adeguamento di un modello a una società in via di rapida trasformazione.

A metà degli anni Sessanta si apre una profonda riflessione sullo stato dell’Università italiana, ormai diventata di massa. Come sempre, sono i problemi di urgenza immediata che spingono verso una ricognizione più approfondita delle cause dell’insoddisfazione, del malessere che pervade il mondo universitario. Bo non si sottrae a un’ analisi della crisi che investe tutti gli aspetti della condizione universitaria. Per il Rettore occorre un ripensamento generale dell’ordinamento dell’Università. Non nega che la crisi sia grave, reale. Ma rileva che non si tratta solo di mancanza di mezzi, di attrezzature scientifiche, di carenza degli organici del personale docente ed amministrativo. Tutta l’Università è in un drammatico ritardo rispetto alle trasformazioni del Paese. Anche di fronte alle nuove leve di studenti, che con i loro pressanti problemi accedono all’istruzione universitaria, le risposte sono inadeguate, ancorate a una cultura di stampo aristocratico, sterilmente accademico, incapaci di cogliere richieste di una cultura di massa, di una Università che si avvia ad essere di massa. Rimane fermo per Bo che l’istituzione universitaria è momento di trasmissione e di formazione di un sapere critico superiore. Per Bo la contraddizione maggiore si è aperta proprio nel cuore stesso dell’istituzione e cioè nel suo duplice compito di formare studiosi, ricercatori e di preparare alle professioni. In questo senso la soluzione migliore, per il Rettore, è di individuare strumenti e percorsi nettamente separati per le due funzioni di istituto di preparazione professionale e di organo di ricerca scientifica. Critico insofferente del centralismo, Bo è un convinto fautore di un forte e deciso autonomismo, inteso come possibilità di decidere e di autorganizzarsi.

In occasione delle celebrazioni dei suoi cinquant’anni di rettorato, nel 1997, concluderà il suo bilancio proprio ritornando sul suo rapporto con la città. Dirà al Presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, presente alla cerimonia: “Grazie signor Presidente, ancora una volta, Lei ha reso onore non a un uomo ma a un’ Università intera, a tutti i suoi docenti di ieri e di oggi, al personale amministrativo e, in fondo, alla Città, questa Città che ha rappresentato per me una specie di confronto quotidiano, e se quella sera di ottobre ho pianto, devo dire che per il resto della mia vita, che è una vita lunga, è stata una lunga vita di riconoscenza, di ringraziamento e di amore per Urbino…».

Sempre in quella occasione Mario Luzi, che svolge l’orazione ufficiale, sottolinea che per il rettorato di Carlo Bo non ci sono “paragoni possibili”. “Per questo – conclude Luzi – oggi non può non riscuotere il consenso ammirato della gente di studio e incontrare la riconoscenza della nazione”.

In maniera più modesta e sommessa vorrei oggi aggiungere la mia e la vostra riconoscenza”.


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