La cultura “consumata”
Il Rettore Stefano Pivato al Festival del giornalismo culturale, 2°edizione

26 aprile 2014  |  di  |  Pubblicato in Editoriale, Home page Uniurb, Slider

Non so se i promotori di questa iniziativa abbiano scelto a caso l’anniversario della Resistenza per parlare di cultura. Casuale o no resta il fatto che il 25 aprile è una data molto appropriata per il tema di questo incontro. Se non altro perché se andate a cercare i sostantivi più ricorrenti nelle analisi degli addetti ai lavori sullo stato della nostra cultura questi sono, fra i tanti,  accerchiamento, difesa, opposizione. Tutti sostantivi che stanno in rima con resistenza per l’appunto. Resistenza rispetto a un contesto nel quale la cultura soffre e  fatica a porsi come – mi si passi l’ormai abusato termine – risorsa per il paese. Risorsa soprattutto civile.

Nella storia repubblicana e in una larga accezione che comprende il mondo dell’istruzione, quello della editoria, del cinema, del teatro, della musica e dei beni culturali, la cultura ha raramente attraversato un periodo così pieno di fragilità e incertezze come quello attuale. Penso agli anni del secondo dopoguerra. Oppure all’inizio degli anni Sessanta allorché l’istruzione e la cultura si pongono come motori della crescita di un paese che si sta avviando verso forme di sviluppo, economico e civile, fino ad allora sconosciute. Sono gli anni dell’elevazione dell’obbligo scolastico obbligo scolastico che, nel volgere di qualche anno, condurrà alla nascita dell’Università di massa. Ma sono anche gli anni dei film di Fellini e Visconti, del Gattopardo di Tomasi di Lampedusa (centomila copie vendute nell’arco di pochi mesi). Sono gli anni del lancio dei libri tascabili da parte di editori come Mondadori e Feltrinelli.

E’ luogo ricorrente, allorché si tentano di interpretare i motivi della crisi attuale della cultura, attribuirne l’univoca responsabilità alla congiuntura economica. Certo, la rimodulazione degli stili di vita ha via via ridotto e marginalizzato il consumo di cultura. Ma la crisi economica ha intercettato quella che viene concordemente definita una «mutazione antropologica» sulla quale gli osservatori si stanno ancora interrogando e che per brevità di assunto definirei come un mutamento del sentire collettivo, del senso comune nei confronti della cultura. Ed è un mutamento che data a partire  dagli anni Novanta e che marcia all’insegna di quella che, da allora, diviene il «verbo», il dettato di non poche agenzie del sapere: «Tanto più sarai breve, quanto più sarai bravo». Si tratta di una regola che dal mondo dell’informazione transita e investe altri campi del sapere condizionandoli ai ritmi della brevità, della velocità, della sintesi a tutti i costi. Questo per dire che il consumo di cultura non è solo relazionabile al problema della produzione (i tagli, i finanziamenti, le risorse) ma anche a quello della fruizione in un contesto del tutto nuovo, inedito.

Il mio punto di vista è ovviamente quello, né può essere altrimenti, dell’educatore, dell’insegnante. E da questa angolazione non posso fare a meno di notare come quella mutazione, particolarmente evidente nelle fasce giovanili, è stata spesso – e purtroppo – assecondata. Parto da un esempio molto concreto che riguarda l’Università.

Nell’arco di poco più di dieci anni l’Università italiana è transitata da un modello formativo nel quale gli studenti« imparavano ad imparare» a uno nel quale bisognava «imparare un mestiere in fretta». Sono gli anni del varo delle lauree triennali che, nelle intenzione dei legislatori, avrebbero dovuto prosurre in minor tempo un numero di laureati più vasto.

Oggi stiamo approdando verso un ulteriore modello  nel quale i tagli e la mancanza di fondi configurano un modello formativo nel quale «non importa quello che impariamo, basta che ci laureiamo». Nell’università l’editoria si è adeguata ai crediti: ai volumi ponderosi si sono via via sostituiti volumetti nei quali il numero delle pagine è proporzionale ai crediti che fornisce ciascun esame.

Molti dei presenti lavorano in editoria e sono in grado meglio del sottoscritto di valutare gli effetti e le ricadute di quella proposta formativa sul mondo dell’editoria. In questa prospettiva l’assioma della brevità transita dall’Università a  quello della cultura in generale. Certo, non sta tutto qui. Ma anche qui il crollo di un mercato come quello della saggistica, un genere sempre più marginalizzato negli scaffali delle librerie.

Non credo di dovermi dilungare su quei dati a tutti voi noti e che  ci informano che nei paesi industrializzati abbiamo fra i più bassi indici di lettura. E che, ancora, cinema teatri e musei non sono che scarsamente frequentati. Rispetto alla fruizione francesi, inglesi, spagnoli ci superano per frequentazione di musei o siti archeologici, lettura di libri. Ad esempio, sono solo 28 su cento gli italiani che visitano un museo all’anno, contro i 52 inglesi, come solo 46% degli italiani legge un libro l’anno mentre lo fanno il 58,7% degli spagnoli e addirittura il 70% dei francesi.

Sono note proposte anche recenti in base alle quali, per pareggiare il nostro PIL è stata avanzata l’idea di valutare i nostri beni culturali al punto da assegnare un valore economico – sia pure intangibile – ai beni culturali, compresi quelli immateriali come la poesia. I versi di Giacomo Leopardi  aggiungerebbero circa un miliardo e mezzo di euro al valore del marchio di Recanati;  le pagine di Carlo Levi avrebbero fatto lievitare il brand di Eboli oltre il mezzo miliardo di euro. Francamente non so se, rivalutati all’inflazione, possano rivelarsi adeguati i 10 milioni di lire stimati da Toto’ nel 1961 in Totòtruffa per la Fontana di Trevi, il cui valore viene stimato oggi, trasformato in ritorno di immagine, in  78 miliardi di euro.

E’ un problema che magari farà parte del dibattito di questo convegno. Io mi limito a osservare, sulla scorta di quanto sostiene Martha Nussbaum che «le democrazie hanno bisogno della cultura perché il problema non è l’economia, ma il pregiudizio politico nei confronti del sapere».

Difficile non pensare a un pregiudizio di fronte a un budget annuale del Ministero per i Beni e le Attività culturali da diverso tempo sceso sotto i 2 miliardi di euro: lo stanziamento per la cultura oggi rappresenta solo lo 0,2%, del bilancio totale dello Stato, nel 2002 era ancora lo 0,35%. Difficile poi non credere a un pregiudizio di fronte a quel «neronismo» che da qualche tempo, pervade certi ambienti sul tema dell’Università. Si invoca la chiusura di sedi universitarie ritenute eccessive ignorando però che il numero delle nostre università è fra i più bassi d’Europa e che il numero complessivo dei nostri laureati è fra i meno elevati dei paesi OCSE.

Dietro questi dati ci sono certamente le cifre di una crisi economica che riduce i consumi ma anche il cambiamento degli stili e degli approcci al mondo della cultura. Come a dire la progressiva disabitudine ai linguaggi tradizionali della cultura. Consentitemi di produrre un esempio che io considero indicativo. Una quindicina di anni fa, a fronte del mutamento degli stili di apprendimento nella scuola degli adolescenti, le associazioni degli insegnanti proponevano di affiancare, a strumenti tradizionali come il libro, i nuovi linguaggi, a partire dal cinema. Oggi, e raccolgo le osservazioni delle associazioni degli insegnanti, gli adolescenti di fronte a un film si annoiano. Non riescono a seguirne la trama, il racconto e l’esito narrativo. Come a dire che il cinema soffre certamente per la mancanza di finanziamenti ma, parallelamente, anche di quella  mutazione antropologica che sta cambiando il senso, la percezione e il rapporto con la cultura.  Non intercetta più, o non più come un  tempo, i linguaggi giovanili. Il cinema, un tempo scuola e università per generazioni di giovani, rischia di essere confinato nel mondo della nostalgia.

La sensazione e’ che mentre un tempo gli strumenti tradizionali del sapere parlavano anche a un pubblico giovanile oggi dialoghino prevalentemente con un pubblico adulto. Sempre più adulto.  Se un tempo i saperi servivano – magari un po’ utopisticamente – a cambiare il mondo, oggi l’impressione è che a faticano – almeno dal mio osservatorio – a formare una percezione del mondo.  Certo, se andiamo a considerare le giornate di programmazione e il numero di spettatori di due film dell’ultima stagione, L’importanza di chiamarsi Federico di Ettore Scola e Quando c’era Berlinguer di Walter Veltroni, il primo inno alla bellezza universale e il secondo richiamo alla memoria civile, vien da chiedersi fino che punto bellezza e memoria siano due luoghi della cultura che appartengono al sentire collettivo del nostro paese.

Non sono costatazione che vogliono declinare un pessimismo di maniera. Sono solo modesti spunti sui pregiudizi e le resistenze che ruotano attorno al mondo della cultura. Una meditazione che vuole suonare come un invito a riflettere sulla necessità – per nulla retorica – che cultura torni a essere il  motore della nostra vita civile. Accogliendo in questo l’invito che stamane, dalle pagine di uno dei più autorevoli quotidiani, Julia Kristeva rivolgeva al mondo della cultura definita la via maestra.

«Contro il clima diffuso di declinologia – scrive la Kristeva – e di fronte a due mostri: il catenaccio imposto alla politica da economia e finanza […] lo spazio culturale potrebbe essere una risposta audace. E forse l’unica che prenda sul serio la complessità della condizione umana nel suo insieme, le lezioni della sua memoria, i rischi delle sue libertà».

Il 25 aprile nel Salone del Trono di Palazzo Ducale, durante l’apertura del Festival

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