Arte, scienza e restauro
Didattica e ricerca nella formazione del restauratore

28 aprile 2014  |  di  |  Pubblicato in Home page Uniurb, Post Opinion

a cura di Laura Baratin, Coordinatore della Scuola di Conservazione e Restauro

La manifestazione Arte, scienza e restauro: la collaborazione tra istituzioni per la tutela e conservazione del patrimonio culturale ha voluto sottolineare il concetto di restauro quale terreno di intersezione tra le componenti storiche, scientifiche e tecniche, in grado di produrre conoscenza per la salvaguardia del nostro patrimonio artistico, memoria storica del nostro paese, espressione importante della società e dei mutamenti contemporanei ed un valore aggiunto per la crescita della nostra economia.

Poche altre discipline, nell’ultimo secolo, hanno avuto approfondimenti, sperimentazioni, arricchimenti tecnici e metodologici e persino riassetti di principio tanto dialetticamente vivaci. Non solo non è mancato il dibattito, ma si è assistito ad un cambiamento radicale – teorico e pratico – in questo che potremmo definire passaggio dal restauro come arte al restauro come scienza.

Parlando della Scuola di Urbino, si possono analizzare da subito alcuni aspetti legati alla didattica per poi passare alla ricerca attraverso una breve illustrazione di alcuni progetti su importanti opere d’arte, Crivelli, Barocci, Bosch, Pagani, Mastroianni che la Scuola sta avviando in questi ultimi mesi con la collaborazione di diverse istituzioni pubbliche e private.

Nell’ambito della didattica alcune problematiche rimangono ancora irrisolte, mentre altre sono state più volte affrontate in questi ultimi anni, che hanno portato alla riforma della formazione nell’ambito del restauro dei beni culturali.

Da qui la proposta di aprire il prossimo anno (a.a. 2014-2015) un nuovo percorso sui materiali lapidei con un numero programmato a 5 studenti in ingresso che giustifica anche le scelte didattiche finora fatte con una preparazione teorica a cavallo tra i due percorsi professionalizzanti così come prevista in tutti i corsi avviati a livello nazionale dalle altre istituzioni SAF, Accademie ed Università.

Tutte le tematiche affrontate nelle tesi di laurea hanno sviluppato argomenti che rientrano appieno nel binomio arte e scienza con diversi livelli di approfondimento non limitandosi a delle mere relazioni tecniche. Il contenuto tecnico si ritrova appieno nelle prove di abilitazione che precedono il lavoro finale come previsto dalla legge.

Il Corso per la preparazione degli allievi restauratori è suddiviso in  materie di area storico-artistica; materie di area tecnico scientifica con laboratori e attività seminariali mentre l’attività di restauro si svolge direttamente nei laboratori, nei cantieri dell’Università e durante gli stage presso imprese private e/o Enti pubblici.

Certamente c’è una necessità di ulteriori riflessioni sul piano formativo che sta coinvolgendo tutte le istituzioni che formano i restauratori per avere percorsi comuni e una formazione omogenea su tutto il territorio nazionale.

C’è la necessità di risolvere il ruolo della docenza di restauro ancora tutta basata su figure professionali a contratto non ben definite nemmeno dal MiBACT, visto che il decreto 182 sulla professione dei restauratori continua ad essere una chimera, e il nuovo DM 1059/2013 del MIUR  indica delle figure specialistiche di settore, ma non sono ancora chiari i processi di reclutamento e se queste figure rientreranno a pieno titolo a meno nel conteggio dei requisiti di accreditamento per la sostenibilità didattica.

La breve carrellata dei progetti di ricerca, da poco avviati dalla Scuola pur nelle loro fasi preliminari, sottolinea la concreta collaborazione fra diversi ambiti disciplinari e professionali.

Il progetto Crivelli riguarda il Polittico di Montefiore dell’Aso (AP) ed ha come obiettivi principali l’analisi sul modus operandi di Carlo Crivelli attraverso indagini scientifiche mirate alla conoscenza delle tecniche esecutive e dei materiali costitutivi dell’opera; il confronto dei dati raccolti su altre opere del maestro, in modo da costituire un data base delle tecniche costruttive e pittoriche impiegate, oltre ad un confronto sulle tecniche di restauro dei paesi dove si conservano le altre tavole. Valorizzare l’opera, quindi, attraverso la conoscenza e la conservazione sviluppando una cultura della conservazione programmata per arrivare a progettare, in un secondo momento, se necessario, l’intervento di restauro vero e proprio. Il progetto Crivelli, in questa prima fase, si inserisce nelle attività dei Musei Piceni volte ad avvicinare le comunità alla conoscenza, conservazione e valorizzazione del patrimonio storico-artistico locale. Le operazioni verranno effettuate, tra aprile e maggio, all’interno del Polo Museale di San Francesco nell’ambito dell’evento “Museo aperto per lavori” allestendo un laboratorio temporaneo di restauro e di diagnostica e coinvolgendo non solo docenti, consulenti esterni  ed esperti delle diverse istituzioni dalla Soprintendenza BSAE delle Marche, ai Musei dei Piceni e al Comune di Montefiore dell’Aso,  alla Regione Marche, ma anche numerose società private che sostengono finanziariamente l’iniziativa.

Il progetto Barocci sviluppa il tema  “Il riutilizzo dei cartoni da parte dell’impresa del Barocci”, grazie al sostegno del Pio Sodalizio dei Piceni, vuole puntare alla creazione di una banca dati delle tecniche e dei materiali impiegati dal Barocci e dai suoi allievi da realizzare mediante l’acquisizione e l’analisi di tutto il materiale scientifico disponibile sulle opere in collaborazione con la Soprintendenza BSAE delle Marche e per la parte diagnostica con alcuni esperti dell’Istituto Superiore Centrale del Restauro di Roma. Si propone inoltre un intervento di studio ed eventuale restauro conservativo dell’opera “Madonna col Bambino, San Geronzio, Santa Maria Maddalena e donatori”, da eseguirsi presso la sede del Pio Sodalizio a Roma sotto la diretta supervisione di un docente restauratore dell’Università di Urbino, attivando le due borse di studio per laureandi della Scuola di Conservazione e Restauro previste nella convenzione.

Il progetto Bosch riguarda il monitoraggio delle deformazioni del supporto dei due trittici di Hieronymus Bosch di Santa Liberata e degli Eremiti  ed in via sperimentale l’ analisi della superficie pittorica con sistemi GIS. I due trittici collocati presso i Laboratori di restauro della Soprintendenza Speciale per il patrimonio storico, artistico  ed etnoantropologico e per il Polo Museale della  Città di Venezia dei Comuni della Gronda Lagunare sono stati oggetto di un rilievo tridimensionale mediante tecniche classiche e laser scanner  per un confronto geometrico tra acquisizioni successive dei dati, per valutare eventuali spostamenti dovuti a modificazioni del supporto. Successivamente si tratterà di fornire una “carta digitale dell’opera”, per la gestione dei diversi set di dati inseriti in sistemi informativi di tipo GIS 3D che riporti, punto per punto, tutte le informazioni peculiari raccolte e ne permetta una produzione di disegni e stampati, in scala o al naturale, di qualsivoglia vista e tipo di proiezione e di comparazione. Il progetto rientra in una stretta collaborazione con la Fondazione Bosch Research  and Conservation Project, promotrice della ricerca.

Per quanto riguarda l’opera di Vincenzo Pagani, la pala d’altare “Madonna in gloria con Bambino e Santi  Martino, Michele Arcangelo e Giorgio” collocata presso la Pinacoteca Civica di Ripatransone (AP) è stata oggetto di studio e di restauro, presso i nostri laboratori all’interno del Programma MAE-Regioni-Cina “La bellezza recuperata” che a visto coinvolte numerose istituzioni italiane e cinesi sulla formazione e l’attività di conservazione e restauro nel nostro caso in particolare sui dipinti su supporti lignei e sulla carta in collaborazione con la Scuola del Libro di Urbino.  Il lavoro sarà l’occasione per una riflessione sulla movimentazione delle grandi opere per le mostre e in casi di emergenza prevista per la prossima estate. La metodologia e i risultati acquisti ci portano ad un confronto con un’altra pala dello stesso autore “Madonna in gloria con Bambino e Santi Lorenzo,Rocco,Sofia e Nicola di Bari” ubicata nel Comune di Moresco (AP) che sarà oggetto di una prossima convenzione, sempre nell’ottica di una maggiore conoscenza del modus operandi dell’autore.

Il Progetto Mastroianni , infine, nasce dall’esigenza di recuperare i bozzetti lignei dell’artista che, per le notevoli dimensioni, sono ancora conservati all’interno dei capannoni e proporre loro nuova e definitiva collocazione lungo la Rampa elicoidale di Francesco di Giorgio Martini all’interno delle nicchie del piano intermedio, dando vita ad una “Passeggiata Mastroianni” senza però precludere l’usuale utilizzo della celebre Rampa, come collegamento tra la piazza del Mercatale e la città nella sua parte più elevata, quale accesso al Palazzo Ducale. Sulla base di un programma presentato nel giugno del 2012 attraverso una convenzione stipulata con il Comune di Urbino, l’Università ha dato inizio ad un intervento mirato allo studio delle opere nel loro complesso sia di quelle collocate al Museo, sia di quelle da assemblare situate nei Depositi, sia dell’opera esposta all’aperto. Il progetto nei suoi sviluppi futuri vedrà il coinvolgimento della Direzione Generale per il paesaggio le belle arti l’architettura e l’ arte contemporanee (PaBAAC) del MiBACT,  della Fondazione Quadriennale Roma e della Fondazione Umberto Mastroianni.

Un discorso particolare va riservato alla sessione dedicata agli strumenti di interesse storico-scientifico e tecnologico. Oggi, queste opere dell’ingegno umano, rappresentano dei fondamentali  documenti della Storia della Scienza e della Tecnologia che vanno a costituire importanti Collezioni museali disseminate su tutto il territorio Nazionale ed Europeo. Il restauro di questi manufatti è operazione complessa dovuta alla loro costituzione polimaterica e al ripristino, qualora necessario, della funzione, parte centrale del loro recupero. Dal 1989 l’Ateneo , grazie all’attività di Raffaella Marotti, si occupa del recupero e restauro della strumentazione scientifica di interesse storico risultando, ormai parte integrante della nostra Scuola pur non avendo un percorso didattico collegato.

Questi progetti colgono appieno la lezione di Giovanni Urbani che intendeva “le strutture di tutela”, e potremmo aggiungere in sinergia con quelle di formazione, “come enti di ricerca, fondendo le pratiche conservative con la dimensione conoscitiva del patrimonio, con la pianificazione urbana e del territorio, con lo sviluppo civile”. Strutture che elaborassero strategie di ricerca e di conservazione programmata del patrimonio culturale e dell’ambiente attribuendo un ruolo diverso al allora Ministero dei Beni Culturali.

In un colloquio di alcuni anni fa alla Normale di Pisa Salvatore Settis si interrogava su che cosa, di un disegno come quello di Giovanni Urbani, si può e si deve oggi  salvaguardare, anzi rilanciare in un contesto in continua evoluzione? Quello su cui vale oggi la pena di insistere è che il nostro patrimonio culturale e ambientale è fonte da un lato di potenti meccanismi identitari (ancor più importanti nel quadro europeo) e dall’altro può generare ricchezza distribuita attraverso il turismo e la fruizione di cultura, con le relative conseguenze occupazionali. Anche se raramente analizzata, l’attrattività del nostro patrimonio culturale e ambientale è sempre stata un “punto forte” dell’Italia, ma è oggi in crisi, anche a causa della dispersione di iniziative, dell’inefficacia del sistema, della mancanza di analisi delle risorse e degli investimenti, con un effetto di frammentazione che toglie efficacia a ogni singola azione, scoraggia la progettualità e le professionalità, indebolisce la tenuta delle istituzioni. In tal modo, le palesi disfunzioni della pubblica amministrazione della tutela non hanno condotto a un accurato studio dei problemi e a una ricerca di soluzioni mirate, bensì a una continua, disordinata rincorsa verso modelli gestionali sempre nuovi, a monte dei quali non vi sono studi analitici ma induzioni arbitrarie, e talora superficiali impressioni di modelli stranieri (soprattutto americani), per precisissime ragioni non trasferibili nel contesto italiano.

È in questo contesto che si può e si deve elaborare una nuova, efficace proposta per il rilancio complessivo di un nuovo “modello” per la gestione e la fruizione dei beni culturali, riattivando il circuito identità culturale e ricchezza distribuita, proponendo concrete modalità di razionalizzazione della spesa pubblica e privata nel campo della cultura; individuando ruoli e modelli strutturali di eventuali soggetti di intermediazione nella gestione della cultura e ridisegnando le funzioni conoscitive, di ricerca e di tutela della pubblica amministrazione ripeto in una continua collaborazione fra istituzioni.

Si parla, quindi, di collaborazione tra istituzioni: di un “modello” di collaborazione tra istituzioni diverse: Soprintendenze, Comuni, Arcidiocesi, Fondazioni, modello che è stato al centro, fin dall’inizio delle attività della Scuola, per dimostrare che è possibile sviluppare delle azioni concertate “in economia” per tutelare i beni culturali dando la possibilità di salvare anche opere inedite che inevitabilmente seguirebbero un destino di degrado e di abbandono, come è stato fatto per le Opere dell’Abruzzo nel 2012 e dell’Arcidiocesi di Urbino, Urbania e Sant’Angelo in  Vado negli anni successivi attività tuttora in corso. Molte altre sono le Convenzioni avviate con l’Arcidiocesi di Fano, il Comune di Cagli, il Comune di Moresco, quello di Fossombrone.

Nuovamente  la lezione di Giovanni Urbani che propugnava un disegno in cui stato e regioni, il “pubblico” e il “privato” creassero alleanze e convergenze in primo luogo di competenze e di saperi, avendo di mira non l’immediata monetizzazione di un microprofitto miope e straccione, ma la qualità dell’ambiente naturale e antropizzato, con tutte le ricadute economiche “indotte” che ne derivano, sia nel senso dei meccanismi di occupazione, sia nel senso di mantenere, con la conservazione dell’ambiente e del patrimonio, quell’attrattività del nostro paese che è fattore economico di primaria importanza.

La complessità dell’intreccio fra territorio, musei, paesaggio, iniziative culturali, istituzioni di formazione, in Italia, infatti, è tanta e tale che, se riusciremmo a perseguire questo modello efficace a carattere nazionale, e modulabile sulle nostre realtà locali, potremmo aspettarci che esso sia modellizzabile ed esportabile in Europa e altrove.

Da qui alcune iniziative internazionali all’interno del programma ERASMUS sviluppato con le Scuole di restauro a Malta, in Belgio, Portogallo e Spagna  e dove si colloca l’esperienza sullo studio comparato delle tecniche di foderatura dei dipinti su tela, progetto che ci ha visti coinvolti assieme al Portogallo e al Belgio.

Si vedano i progetti COOPERLINK “Un percorso di formazione sulle tecnologie per la conservazione, il restauro, la valorizzazione e gestione dei beni culturali” in collaborazione con American University of  Science and Technology (AUST) di Beiruth in Libano e recentemente il progetto TEMPUS “L’innovation dans la formation pour les biens culturels : un nouveau curriculum euro-méditerranéen pour la préservation de biens culturels – INFOBC – réforme des programmes d’enseignement” in collaborazione con sette  Università della Tunisia, con la Francia e la Spagna; progetti che rientrano nell’ottica di questa riflessione sulla formazione in un ambito euro-mediterraneo dove il nostro “modello” può essere messo a confronto con altre realtà.

Questa è la nostra piccola grande sfida, piccola perché parte da una piccola realtà sia territoriale che universitaria, ma grande perché Urbino si è confrontata nel passato con le corti europee e deve riconfermare questo suo carattere cosmopolita nel panorama internazionale.

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