E’ morto Mario Luni, archeologo della vita
Il ricordo di Stefano Pivato, rettore dell'Università degli Studi di Urbino Carlo Bo

12 luglio 2014  |  di  |  Pubblicato in Home page Uniurb, In evidenza (A)

Da oggi l’opera Maestri di ateneo, che raccoglie le biografie dei docenti illustri scomparsi del nostro ateneo, avrà a una voce bibliografica in più. Da oggi l’Università di Urbino avrà, nei convegni, nelle dispute e sui cantieri dell’archeologia una voce autorevole in meno: quella di Mario Luni. Piango uno dei migliori amici. E, con me, ne sono certo,  lo piangono tutti quei docenti che l’hanno conosciuto e i suoi tanti allievi che in questi anni lo hanno seguito nei cantieri di Cirene, Selinunte o Fossombrone e che non potranno più ascoltare le sue indicazioni,  le sue curiosità  e i suoi ammaestramenti. Gli specialisti della disciplina avranno modo di discutere dell’apporto di Mario Luni all’archeologia.

Mario era l’uomo della discrezione che sfociava nella sorpresa. Egli scavava di giorno ma, soprattutto, amava studiare di notte, nel silenzio. Di giorno era, parafrasando, una espressione comune a molti studiosi, un «topo di cantiere» che però studiava le sue scoperte di notte.  A me piace pensare che avesse scelto la notte per studiare proprio perché il silenzio notturno lo metteva al riparo da sguardi indiscreti per poter meglio preparare le sue sorprese.

A me, profano della materia, rimane lo stupore e l’applauso che un ambiente paludato e solitamente freddo come quello dell’Academie française gli tributò una decina di anni fa, allorché presentò i risultati delle sue ultime scoperte sui cantieri archeologici della Libia. A Cirene, Mario aveva proseguito l’opera di scavo iniziata oltre sessant’anni fa dalla missione archeologica dell’Università di Urbino, sotto la guida del Professor Sandro Stucchi di cui era stato allievo. Durante i suoi numerosi viaggi di scavo in Libia, Mario Luni era in contatto con il Gotha dell’archeologia mondiale che ne apprezzava il rigore, lo stile e le scoperte.  Di quelle scoperte a Mario interessavano certo gli stili architettonici, le opposizioni fra i potenti, le battaglie e le guerre. Ma, soprattutto gli interessavano le storie della gente comune. Quella che i francesi chiamano histoire bataille per Mario veniva dopo.

In un momento che richiama la morte, a me piace ricordarlo come archeologo che amava ridare vita ai suoi ritrovamenti. Meglio, ritrovare la vita di duemila anni fa in quei reperti. Rivivo la passione e il suo impegno, durante una campagna di scavo a Cirene, allorché in una tomba furono ritrovati dei semi di una pianta. Mario girò per laboratori scientifici e interrogò botanici per cercare di ridare vita, con quei semi che erano stati sotto terra per duemila anni, a una pianta raffigurata su vasi e monete ma oggi scomparsa. Oppure lo ripenso sugli scavi di Fossombrone che, con l’aiuto di scienziati del nostro ateneo, cercava di capire, attraverso il DNA degli scheletri ritrovati nelle tombe, l’età del defunto, il suo stile di vita, come si alimentava o a quale censo fosse appartenuto. Insomma, come viveva duemila anni fa.

Archeologo della vita, per l’appunto.

 

a cura di Stefano Pivato, rettore dell’Università degli Studi di Urbino Carlo Bo

 

Comments are closed.

Seguici su Twitter…

Social Media

Guida ai servizi

University of Urbino su LinkedIn


UniurbPost - Online Magazine dell'Università di Urbino Carlo Bo 2017 © Tutti i diritti sono riservati
UniurbPost | Online Magazine dell'Università degli Studi di Urbino Carlo Bo
Direttore responsabile | Direttore editoriale
Credits → Registrazione presso il Tribunale di Urbino n. 231 del 14 luglio 2011