L’attualità di Paolo Volponi
Uniurb ricorda il grande scrittore e poeta italiano a vent'anni dalla morte

23 agosto 2014  |  di  |  Pubblicato in Home page Uniurb, In evidenza (A)

Paolo Volponi ritratto da Tullio Pericoli

È raro che ci s’interroghi, a distanza di anni, e magari nell’occasione di un anniversario, sull’opera di uno scrittore con la stessa inquietudine pressante con cui da alcuni anni gli studiosi stanno riattraversando i romanzi e le raccolte poetiche di Paolo Volponi: vi è qualcosa, infatti, che rende Volponi (di cui ricorre quest’anno i novant’anni della nascita, 1924, e i venti della morte, 1994) particolarmente attuale sia in relazione al momento storico che stiamo vivendo, dominato da quegli oscuri, per non dire loschi, apparati capitalistico-finanziari da cui egli ci aveva messo in guardia ne Le mosche del capitale, sia in relazione a una nuova possibile letteratura, indisposta ai compromessi con il potere (quello politico ed economico, e quello – meno appariscente – editoriale), e anzi in grado di restituire con straordinario sforzo di comprensione, la drammatica complessità dei nostri tempi. Pertanto il ricordo di Volponi, oggi 23 agosto, nel giorno della sua scomparsa, non ha nulla di fatuamente celebrativo; tutt’altro, ha una sorta di urgenza che ci spinge a credere nell’importanza che la letteratura debba essere come una lente bifocale sul mondo, dal momento che si propone, da un lato, di affrontarne le contraddizioni – e non di rimuoverle o di camuffarle! – con un’etica che si rinnova a contatto con la storia, e dall’altro di perseguire una sua libertà di essere ma anche di non essere, di parlare e di tacere, di sostenere la narrazione, anche in trame difficili, del mondo, e nello stesso tempo di mirare con straordinaria leggerezza all’emozione di una nostalgia (Urbino, gli amici, un paesaggio ecc.). Questa lezione di deliberato ‘estremismo’ produce una scrittura plurale, dinamica, feroce, sovversiva, aperta tanto alla intensità lirica e alla durata narrativa quanto all’inserto saggistico e a saperi non letterari: una scrittura sulla quale è opportuno riflettere. Poeta, romanziere, saggista, collezionista d’arte, dirigente aziendale, politico, Volponi ha concepito la letteratura come una prassi sociale capace di irrompere nella realtà per leggerla nelle sue fibre, in maniera “corporale”, come uno strumento di conoscenza e di critica; e pertanto egli chiede di essere interrogato all’interno di una prospettiva che non sorvola sul conflitto fra la libertà artistica, irriducibile a ogni piano di marketing, e la società dell’informazione, che finisce per piallare ogni “espressionismo”, o lo emargina fra le letture impervie, lontano dalle librerie, dalle scuole, dai mass media. Al contrario, proprio l’espressionismo serve a Volponi per violare la logica pervasiva del capitale e del potere, proponendo una realtà non precotta, tanto meno rimasticata, ma alternativa in termini di sentire, di narrare, di immaginare, e in grado di farci comprendere immediatamente come “locale” faccia rima con “globale”, e come parlare di Urbino possa significare parlare del mondo intero (si veda l’ultimo romanzo pubblicato in vita dallo scrittore, La strada per Roma). Volponi è uno scrittore di parte, estremo, perché esercita la ragione in senso “rivoluzionario”, ovvero fa della poesia, dell’utopia, dell’arte gli strumenti privilegiati con cui è possibile opporsi all’arroganza della tecnocrazia, della finanza mondiale, e svelare così i rischi della “civiltà” dell’atomica, alle menzogne della “società dello spettacolo”, senza rinunciare a parlare di sé, del proprio mondo, dei propri affetti e ricordi. Una lezione difficile, ma necessaria, sulla quale il nostro Ateneo ha in programma un convegno internazionale a Urbino dal 29 al 31 ottobre 2014. Per chiudere, e salutare Paolo Volponi, credo non vi sia di meglio che leggere l’ultima sua poesia, inclusa nelle “Ultime” (ora in Poesie. 1946-1994), quasi a salutare i suoi tanti lettori di allora e a venire:

IL CERCHIO

A questo tavolo si tennero in tanti

che ora non ci sono più, vecchi e giovani:

a questo tavolo di pietra bianca, fredda

mi tengo io non so se per raggiungere i mancanti

o se per restare di qua, anche se la mente

misera coperta

già ingiallisce i bordi e gli incanti.

 

 

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