L’economia com’è e come può cambiare
Parte dal primo settembre la Summer School dedicata alle politiche economiche e sociali. Intervista al direttore del corso Giuseppe Travaglini

26 agosto 2014  |  di  |  Pubblicato in Home page Uniurb, Innovazione

“L’economia com’è e come può cambiare” è il tema  della Summer School organizzata dal Dipartimento di Economia Società Politica dell’Università di Urbino Carlo Bo, in collaborazione con Sbilanciamoci!, insieme ai 51 associazioni – tra cui Mani Tese -  che operano nel campo dei diritti sociali e ambientali, per uno sviluppo economico sostenibile.  Dall’1 al 5 settembre, dunque, nella sede di Palazzo Battiferri, cinque giorni per una full immersion sui temi dell’economia e delle politiche economiche e sociali e per riflettere sull’attuale quadro economico.

Direttore del corso è Giuseppe Travaglini, professore di Economia Politica all’Università di Urbino Carlo Bo, dove insegna Macroeconomia ed Economia dei Mercati finanziari. I suoi più recenti interessi di ricerca sono sul tema dello sviluppo economico e sul paventato declino dell’economia italiana. L’ultimo libro di cui è co-autore con Vincenzo Comito e Natalia Paci è “Un paese in bilico. L’Italia tra la crisi del lavoro e vincoli dell’euro”, (uscito a marzo 2014 per Ediesse).

Professore, come sta l’economica italiana?

E’ una domanda impegnativa. Il sistema Italia è inserito nell’ambito dell’economia europea sebbene avanzino delle aree di nuovo sviluppo: accanto ai paesi così detti BRICS (Brasile, Russia, India e Cina) si affacciano al balcone dell’economia mondiale anche nuovi protagonisti come i MINT (Messico, Indonesia, Nigeria e Turchia). In questo quadro di crescente competizione internazionale, l’economia italiana risente, e resiste, a una crisi che dura ormai da sette anni, una crisi di transizione verso il nuovo modello economico che in Italia sottopone a crescenti pressioni il sistema produttivo, quello distributivo e organizzativo. Se osserviamo il trend di crescita dell’economia italiana negli ultimi trent’anni, notiamo un’inversione di tendenza nella sua capacità di creare ricchezza. Lo provano gli  indici di produttività del lavoro, così come i tassi di crescita del Pil che negli anni ’70 ruotavano intorno al 5% fino ad attestarsi nell’ultimo decennio su valori negativi e di molto inferiori a quello degli altri paesi europei. Questo rallentamento, questa frenata brusca e negativa caratterizza, dunque, oggi il nostro sistema produttivo rispetto a quello europeo, in particolare a quello francese, tedesco e spagnolo che tendono invece ad avere maggiori capacità di ripresa. Questa è una singolarità tutta italiana.

Quali sono le cause e perché l’Italia è tra i Paesi europei più colpiti dalla crisi?

Il problema va ricondotto sicuramente a problemi organizzativi e burocratici che incidono sull’efficienza del nostro sistema produttivo. L’Italia è il secondo Paese manifatturiero d’Europa. Tuttavia, circa il 96% delle imprese italiane ha meno di 10 addetti. E, più importante, siamo passati negli ultimi due decenni da produzioni di beni ad alta tecnologia, a produzioni con tecnologia medio-bassa, diventando quindi sempre meno competitivi rispetto agli altri paesi sia di vecchia che di nuova industrializzazione. Abbiamo disperso negli ultimi trent’anni il sistema delle grandi imprese, che sono quelle che investono di più e che avanzano nella innovazione di processi e di prodotti, e che assorbono risorse umane, ossia creano occupazione, che hanno la più alta produttività del lavoro, la migliore specializzazione dei prodotti e un export che funziona nel commercio internazionale. In effetti, l’Italia ha risentito, più di altri Paesi europei, degli effetti inattesi dell’aumento della flessibilità del lavoro. Negli ultimi trent’anni, sempre analizzando i dati, osserviamo che parallelamente alla crescente flessibilità del lavoro, che modifica sostanzialmente il modo di lavorare, la risposta delle imprese è stata il disimpegno negli investimenti e nella ricerca in modo drastico, alimentando perciò un circuito negativo tra produttività decrescente, disinvestimento, competitività in caduta e distribuzione del reddito sempre più diseguale.

Qual è l’obiettivo di questa scuola estiva?

La scuola ha l’obiettivo di spiegare come’ è l’economia e come può cambiare. La Summer School tratterà infatti temi legati alla natura del sistema economico, al ruolo della finanza e della globalizzazione, al mercato del lavoro e della disoccupazione,  al welfare e alle disuguaglianze e al modello di sviluppo italiano ed europeo. Vorremmo offrire un prodotto culturale rivolto anche a specialità diverse. Una settimana di sensibilizzazione all’economia e alla politica a cui tutti possono partecipare: giovani, studenti di tutte le facoltà, neolaureati, dottorandi, persone attive nelle associazioni, nel terzo settore e nella cooperazione, nel mondo dell’informazione, nei movimenti, nel sindacato, operatori economici e sociali, della pubblica amministrazione, di enti locali e imprese.

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