I grandi della semiotica a Urbino
Quattro giorni di full immersion per interpretare i segni del nostro tempo. Intervista a Paolo Fabbri

4 settembre 2014  |  di  |  Pubblicato in Home page Uniurb, In evidenza (B)

Dall’otto all’undici settembre si riuniranno a Urbino alcuni tra più importanti semiologi al mondo (da Buenos Aires a Bucarest, da Parigi a Bursa, dalla Colombia al Giappone) per riflettere e capire quali sono i criteri più innovativi grazie a cui leggere e interpretare i segni del nostro tempo. L’appuntamento sarà il Congresso dell’Associazione Internazionale Semiotica Visiva (9, 10, 11 settembre). In questo contesto, nella tarda mattinata del 10 settembre, il professor Paolo Fabbri, direttore del Centro Internazionale di Scienze Semiotiche (CiSS), presenterà la nuova collana editoriale della Guaraldi, nata in collaborazione con il Centro Internazionale Scienze Semiotiche di Urbino, “In Hoc Signo, progetto che intende proporre i testi (e i pensatori) fondamentali della semiotica in lingua originale.

Le giornate del Congresso saranno precedute, l’8 settembre, dalla giornata di studio sulle prospettive dell’Etnosemiotica coordinata da Paolo Fabbri e a cura di Francesco Marsciani (CUBE, Università di Bologna).

Ci addentriamo con il direttore del Centro, Paolo Fabbri, nei meandri dell’approfondimento semiologico. Professore cos’è l’etnosemiotica?

Prima di risponderle cos’è le dirò cosa non è l’etnosemiotica. Non è una sociologia, nel senso che tende a non integrare categorie sociologiche, a partire da concetti come appartenenze, ruoli, istituzioni, classi, senza trasformarle, eventualmente, in categorie di pertinenza etnosemiotica, vale a dire determinate nella produzione locale di una significazione manifesta. Da questo punto di vista l’etnosemiotica prende le distanze da una certa socio-semiotica, per quel tanto che non sempre le ricerche socio-semiotiche sviluppatesi negli ultimi due decenni, soprattutto in Italia, sono sembrate attente a una tale operazione di vaglio categoriale, prese sovente nella rincorsa a fornire una versione semiotizzata di categoremi e risultati di sapore sociologico a problemi sociologici.

Non è una psicologia, nel senso che tende a non integrare categorie psicologiche, a partire da concetti come disposizioni, pulsioni, livelli di coscienza, caratteri, senza trasformarli, eventualmente, in categorie di pertinenza etnosemiotica. Da questo punto di vista l’etnosemiotica prende le distanze da una certa semiotica delle passioni, per quel tanto che per lo più le ricerche in semiotica delle passioni, a partire dalla sua messa a punto fondativa in Sémiotique des passions e poi nel suo utilizzo nelle analisi testuali, non sembrano sufficientemente al riparo dal ricorso a categoremi psicologici assunti spesso con una certa leggerezza e proiettati su una forma di validità naturalizzante.

Non è una filosofia del linguaggio, nel senso che non si pone né direttamente né indirettamente, non riconoscendoli come di propria pertinenza, i problemi relativi al significato, quelli relativi al valore di verità delle proposizioni né quelli relativi alla referenza. L’etnosemiotica non ha il problema della verità degli enunciati, non ha il problema dell’adeguatezza del significato proposizionale rispetto ad una realtà immaginata come esterna e non ha il problema della determinazione della funzione della facoltà di linguaggio per lo sviluppo specie-specifico dell’umano.

Non è  una “semiotica”, nel senso che non è una sintattica, né una semantica né una pragmatica, non è una teoria del segno, né a vocazione empirica né formale, non è una teoria dell’interpretazione e quindi non è una teoria delle inferenze interpretative, non è una teoria del funzionamento dell’universo semantico inteso come globalmente determinabile (enciclopedia), ma non è neppure una grammatica della produzione testuale, non è una teoria del contenuto né una teoria dell’espressione, e pertanto non è una teoria della produzione segnica né una teoria degli usi linguistico-semiotici dei testi, né inoltre una teoria della generazione del contenuto, da un lato, o della generazione dell’espressione, dall’altro. Allo stesso modo non è una teoria del funzionamento dei testi entro ambiti culturali dati a priori (semiosfere).

Non è una linguistica, nel senso che tende a non considerare di propria pertinenza i tipi di oggettualità appartenenti di diritto alla scienza delle lingue naturali, a partire dai problemi di combinazioni di tratti elementari, problemi della doppia articolazione e dei rapporti tra denotazioni e connotazioni, problemi della determinazione del numero delle componenti elementari, problemi di costruzione morfematica e di sintassi frastica. L’etnosemiotica non ha categorie che corrispondano a taglie d’oggetto, non ha apparati concettuali adeguati per le figure in rapporto ai morfemi e queste in rapporto alla frase o al periodo. Meno che mai le considerazioni relative alle sostanze linguistiche, in particolare la fonetica e la semantica linguistiche, possono appartenerle se non nella misura in cui diventano, eventualmente, tratti etnosemiotici perché riconoscibili come pertinenti per l’analisi di fenomeni etnosemiotici.

Non è un’antropologia culturale, nel senso che tende a non porre al centro dei propri interessi le forme culturali come tali né la loro determinazione e la loro specificità. L’etnosemiotica tende a evitare un rischio duplice che essa intravede nella pratica etno-antropologica: da un lato la tendenza a volere o dovere produrre conoscenze esaustive dei fatti antropologici (documentazione, riempimento di taccuini, verifiche delle informazioni raccolte), dall’altro la tendenza a specificare sempre più nel dettaglio le proprie aree di interesse (antropologia del dolore, antropologia della parentela, antropologia del visibile, antropologia del rituale, ecc.). L’etnosemiotica non crede che il suo oggetto sia un insieme determinato di “fatti” (per quanto di natura culturale) di cui rendere conto. L’etnosemiotica tende, al contrario, a lasciare che le forme dei suoi oggetti si auto organizzino non ipotecando la loro identificabilità a partire da categorie precostituite.

Dunque l’approccio etnosemiotico quale contributo può apportare alla scienza dei segni?

Poiché l’etnosemiotica non appartiene né all’una né all’altra delle tradizioni disciplinari appena esposte, si dovrà trovare il modo di immaginare una sua determinazione in positivo. Per il momento potremmo indicare il suo tipo di razionalità, al tempo stesso teorico e pratico, come un contributo ad un campo di ricerche più generale che potremmo chiamare Scienze della Significazione. La sua vocazione consiste nella messa in luce dei processi di articolazione e distribuzione dei valori, la cui condivisione è sempre un effetto e il cui radicamento è sempre mobile e rinnovato. Il contributo di una teoria del valore ad una scienza della significazione fa di questa una generale assiologia e come tale può rappresentare un campo di lavoro cui dedicare volentieri energie ed entusiasmo. Il prefisso “etno” adottato segnala l’intenzione di trattare i fenomeni di significazione come manifestazioni di processi sempre locali (anche se dotati di gradi variabili di generalizzabilità) di costituzione di senso, in un orizzonte che, più che di condivisione o di appartenenza sociale, è quello del fondamento intersoggettivo di ogni forma di validità. La mossa è la stessa che realizzò a suo tempo la proposta etnometodologica, sebbene tra le due proposte non vi sia coincidenza di ontologia regionale.

 

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