Comincia un nuovo Egitto
Dopo la rivolta non finiscono le sorprese per l’Occidente

15 febbraio 2011  |  di  |  Pubblicato in Post Opinion, Slider  |  2 Comments

L’Occidente è stato sorpreso dalle rivoluzioni di Tunisia ed Egitto. Com’è possibile? Forse la ragione principale sta nella pervasiva cultura orientalista che ha frenato il nostro pensiero in questi decenni, congelandolo ad alcune categorie immutabili, alle verità ricevute. Ecco quindi le teorie sullo scontro di civiltà islam-cristianesimo, quelle sull’impossibilità di democratizzare quei paesi se non attraverso guerre, e così via. I grandi Soloni à la Gilles Kepel o à la Bernard Lewis – per restare ad autorevolissimi specialisti – hanno monopolizzato il dibattito. Risultato: invece che scandagliare il terreno animati da curiosità intellettuale ci siamo limitati alle dispute teoriche, quasi teologiche.

Intanto Maghreb, Mashrek e Vicino Oriente stavano velocemente cambiando. Per effetto soprattutto della demografia, di una popolazione in maggioranza giovane. Non fosse che per ragioni biologiche, immaginare che territori giovani producano stabilità avrebbe dovuto apparirci improbabile. Siamo invece rimasti affezionati ai vecchi paradigmi. Intanto quelle terre così vicine stanno mutando pelle. Ciò che ci riguarda molto direttamente.

I terremoti geopolitici che scuotono l’intera fascia Sud del Mediterraneo segnano infatti l’autentico tramonto dell’èra coloniale. Teoricamente superata da oltre mezzo secolo, quella lunga fase storica non si era mai esaurita. Sia pure in modo indiretto, l’influenza delle potenze esterne restava decisiva. Le élite cosiddette postcoloniali dovevano scegliere fra isolamento (il caso della Libia fino a ieri) e più o meno forte dipendenza dalle potenze occidentali.

People celebrating Mubarak's leave - Foto di Maggie Osama

People celebrating Mubarak's leave - Foto di Maggie Osama

L’Egitto di Mubarak era in questo senso il paradigma perfetto. Dal punto di vista di Washington, il pilastro dello status quo nella regione. Intorno alla pace fredda tra Egitto e Israele le amministrazioni Usa, democratiche o repubblicane, hanno organizzato per decenni la loro visione del Medio Oriente islamico. Ma l’incendio partito dalla Tunisia ha già sconvolto l’Egitto, passando per il Libano, e sta minacciando Marocco, Algeria, Yemen, Giordania, Oman. Nessun regime della regione si sente sicuro. E nessuna potenza occidentale può salvarlo, ammesso che lo voglia.

Fioccano le teorie del complotto. Come in ogni rivoluzione che si rispetti, si cerca quel che starebbe dietro. In attesa di scoprirlo – dopo oltre due secoli il dibattito resta aperto sulla rivoluzione francese – concentriamoci su quanto sta davanti. Ben visibile a chi voglia vedere. Tre elementi su tutti.

Primo: queste sono rivolte di popolo, soprattutto di giovani che rivendicano il diritto al futuro. Non solo pane, anche libertà, democrazia e Internet. E siccome i due terzi degli abitanti della regione hanno meno di trent’anni, è la grande maggioranza che sta contestando la legittimità di quei regimi.

Secondo: soprattutto in Egitto, ma in diversa misura in ciascuno dei paesi interessati dal sisma, le principali forze organizzate di opposizione sono storicamente di orientamento islamico, afferenti alla galassia dei Fratelli musulmani. Lo status quo imperniato sul binomio Washington-Gerusalemme stabiliva l’equazione democrazia=fondamentalismo islamico. Nella visione più estrema, tipica dell’attuale governo israeliano, si aggiunge il corollario fondamentalismo islamico=terrorismo. Risultato: democrazia=terrorismo. Quale migliore dimostrazione della necessità dei regimi stile Ben Ali o Mubarak? Ora tale equazione non funziona più. Regimi e terrorismo sono due facce dell’ipnosi geopolitica che ha costruito l’ideologia della pietrificazione mediorientale, battuta in breccia dalle ribellioni popolari.

Terzo: un fenomeno di questa ampiezza e profondità non può essere rovesciato. Ma il futuro è incerto. L’unica scommessa che si può azzardare riguarda l’ingresso nello spazio politico di nuovi, giovani attori. Dopo la fase eroica, comincerà la prosa. Anzi, è già cominciata. Sotto traccia, nella regione sono in corso frenetici negoziati fra poteri formali, informali e nascenti. Ma mentre prima ciascuno faceva riferimento agli Stati Uniti o alle altre potenze esterne, oggi per i vari raìs la posta in gioco è troppo alta. Dunque ogni leader decide in base ai propri interessi primari. Non è possibile orientarsi sulle raccomandazioni occidentali. E’ in gioco la sopravvivenza  politica (spesso fisica) di intere classi dirigenti, di capi resi autistici dal potere assoluto. Come conferma la resistenza di Mubarak alle pressioni americane, anche a costo di mettere a ferro e fuoco il suo paese. Quanto agli attori delle rivoluzioni in corso, sono per definizione espressione delle rispettive comunità. Non facilmente manipolabili da fuori.

Da queste tre osservazioni si può trarre forse una previsione. Quali che siano gli orientamenti dei nuovi leader (veri o riciclati) e dei movimenti politici che stanno emergendo nella regione, saranno meno influenzabili dagli Stati Uniti. In teoria, gli europei avrebbero qualche maggiore possibilità, se non fossero vittime della sclerosi analitica e progettuale che li ha colti del tutto impreparati di fronte alla fine di quello che consideravano, e probabilmente tuttora considerano, il miglior Vicino Oriente possibile. Dovremo abituarci ad attori più autonomi e molto più imprevedibili. Ma anche più orgogliosi e sicuri di sé, come solo dirigenti consapevoli della propria legittimazione possono essere.

L’incrocio fra sommovimenti in Maghreb, Mashrek e Vicino Oriente e vocazione israeliana allo status quo provoca un’altra conseguenza di rilievo strategico: accentua la divaricazione fra l’amministrazione Obama e il governo Netanyahu. Il presidente americano oscilla fra petizioni di principio a favore della libertà di ogni popolo di scegliersi i capi che crede e prudenze dettate dalla necessità di rassicurare Israele, di proteggere i propri interessi strategici ed energetici. Il leader israeliano è ossessionato dal rischio di accerchiamento: dopo Hizbullah in Libano e Hamas a Gaza, dopo la crisi con la Turchia, vede la minaccia di un Egitto dominato dai Fratelli musulmani, o comunque in mani meno affidabili e sperimentate di quelle di Mubarak. Con l’Iran che si gode lo spettacolo. Può Israele limitarsi a osservare, o cercherà di intervenire direttamente nella partita, anche a costo di innescare un conflitto di dimensioni incontrollabili?

In ogni caso, prima di arrivare a stabilire nuovi equilibri nella regione, assisteremo probabilmente ad altre, robuste scosse di terremoto. Troppo rigida è la crosta dello status quo perché possa spezzarsi senza pretendere vittime. La “transizione ordinata” riflette il desiderio delle nostre diplomazie, non la realtà delle piazze in subbuglio.

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