Una riforma possibile dell’Università
Cosa cambia per l’Ateneo di Urbino

21 febbraio 2011  |  di  |  Pubblicato in Editoriale  |  2 Comments

La legge 240/2010 modifica in molti aspetti il funzionamento e la struttura delle università. Cambiano il sistema di governo, l’articolazione interna, le modalità di retribuzione e di reclutamento del personale, lo stato giuridico, i criteri di valutazione e di finanziamento degli atenei e molti altri aspetti ancora. Molto si potrebbe dire su ognuno di questi temi, ma io limiterò il mio intervento all’analisi dei mutamenti che dovranno essere introdotti nell’articolazione interna, in quanto il loro rilievo per il futuro dell’Ateneo mi pare presenti un rilievo strategico maggiore.

La legge 240, nell’articolo 2 comma 2, prevede per una Università della nostra dimensione 3 possibili modelli di funzionamento.

Il primo modello è caratterizzato da una articolazione interna fondata esclusivamente sui dipartimenti, a cui vengono attribuite sia le funzioni connesse alla ricerca scientifica, sia quelle riguardanti le attività didattiche e formative.

Il secondo modello affianca ai dipartimenti strutture di raccordo (scuole? facoltà?) con funzioni di coordinamento e razionalizzazione delle attività didattiche, compresa la proposta di attivazione o soppressione di corsi di studio. Queste strutture di raccordo, a prescindere dalla denominazione, risultano profondamente diverse dalle attuali facoltà, in quanto l’organo deliberante non è il consiglio di facoltà ma è composto dai direttori dei dipartimenti che fanno capo a quella struttura, da una rappresentanza elettiva di studenti, da docenti scelti tra i componenti delle giunte dei dipartimenti e/o tra i coordinatori dei corsi di studio e di dottorato. Ognuna di queste strutture è presieduta da un professore ordinario eletto o nominato. Questo modello organizzativo si caratterizza, pertanto, per una, sia pur parziale, differenziazione tra le unità organizzative che si occupano della ricerca e quelle che si occupano della didattica.

Il terzo modello organizzativo, adottabile solo dalle università con un organico di professori e ricercatori di ruolo inferiore a 500 unità, prevede una articolazione organizzativa fondata su strutture che gestiscono sia le attività di ricerca sia le attività didattiche e formative. La legge lascia ampia discrezionalità nel definire le caratteristiche di queste strutture, ma in molte interpretazioni e se vengono assimilate alle vecchie di facoltà, prima che nascessero i dipartimenti. Se si accetta questa impostazione, la differenza di questo modello rispetto al primo modello considerato consiste nel fatto che l’incardinamento dei docenti viene a dipendere più dall’attività didattica svolta che dal settore scientifico disciplinare di appartenenza.

Come sempre accade, ognuno dei tre modelli presenta vantaggi e svantaggi. Per orientarsi nella scelta occorre dunque definire dei criteri prioritari di valutazione. È mia convinzione che vadano privilegiati soprattutto due obiettivi:

a) che vengano adeguatamente valorizzate sia le attività di ricerca sia le attività didattiche, senza che una di queste due funzioni risulti subordinata all’altra. Per perseguire questo obiettivo credo sia bene che ognuna di queste due funzioni venga salvaguardata da una struttura dedicata;

b) che venga garantito un utilizzo pieno e razionale di tutte le risorse di cui l’università dispone, valutandole sulla base di una visione complessiva ed integrata e non secondo logiche settoriali e parziali che, creando vincoli e barriere alle loro modalità di impiego, hanno spesso condotto alla necessità di una loro duplicazione o ad una loro valorizzazione solo parziale.

Sulla base di queste considerazioni sono portato a considerare meno adeguati per il nostro ateneo il primo ed il terzo modello, che rischiano di privilegiare, alternativamente, le attività di ricerca o di didattica e possono creare problemi di coordinamento ancora più rilevanti di quelli che attualmente si riscontrano, in quanto mi pare difficile pensare che il senato sia in grado di garantire, da solo, una adeguata integrazione tra queste strutture.

Anche il secondo modello, peraltro, suscita alcune perplessità. Ad esempio rischia di creare disorientamento tra gli studenti in quanto vengono meno le tradizionali denominazioni delle facoltà alle quali ci si iscriveva. Inoltre, sulla base delle norme definite dalla legge, non appare possibile porre sullo stesso piano i dipartimenti e le scuole (se così si vorranno denominare le strutture di raccordo): i presidenti delle scuole, infatti, non potranno fare parte del senato accademico. La funzionalità di questa impostazione rispetto al secondo obiettivo dipenderà, inoltre, dal numero di scuole che verranno create. La legge dice che il loro numero deve essere proporzionale alle dimensioni dell’ateneo e non può comunque essere superiore a 12. Al comma 12 dell’articolo 2 afferma inoltre che il rispetto dei principi di semplificazione e razionale dimensionamento delle strutture rientra tra il criteri di valutazione delle università ai fini dell’allocazione delle risorse. Se si sceglierà di adottare il secondo modello, sarà dunque necessario prevedere un numero molto ridotto di scuole che consenta un utilizzo realmente integrato e coordinato delle strutture dell’ateneo e delle risorse di docenza presenti nei dipartimenti. Sarebbe anche opportuno prevedere, in linea con quanto previsto anche dalla legge 270, la creazione di un sistema di valutazione della didattica che riequilibri l’attenzione ad essa dedicata rispetto all’impegno profuso nella ricerca. Un ruolo più rilevante e pregnante dovranno poi assumere i consigli di corso di laurea, che vengono ad essere l’unico momento di incontro e confronto tra i docenti che partecipano ad un corso di studio. Un altro pericolo da evitare è che questa configurazione organizzativa porti a penalizzare le capacità di innovazione nell’offerta didattica, inducendo sopratutto a salvaguardare i corsi esistenti.

Le decisioni che dovremo prendere nei prossimi mesi con la formulazione del nuovo statuto sono dunque molto numerose e molto complesse. Io mi sono soffermato solo su una piccola parte di esse. Credo che per compiere scelte efficacemente orientate al lungo termine occorrerà una approfondita riflessione che coinvolga ampia parte delle intelligenze e delle competenze presenti nel nostro ateneo, ma occorrerà anche un forte impegno per garantire una corretta comprensione da parte di tutti coloro che operano nell’ateneo delle scelte che verranno fatte, delle loro motivazioni, degli obiettivi perseguiti: solo così sarà possibile realizzare innovazioni efficaci senza essere immobilizzati dai timori e dalle resistenze che ogni cambiamento suscita.

di Giancarlo Ferrero, Prorettore Vicario

Seguici su Twitter…

Social Media

Guida ai servizi

University of Urbino su LinkedIn


UniurbPost - Online Magazine dell'Università di Urbino Carlo Bo 2017 © Tutti i diritti sono riservati
UniurbPost | Online Magazine dell'Università degli Studi di Urbino Carlo Bo
Direttore responsabile | Direttore editoriale
Credits → Registrazione presso il Tribunale di Urbino n. 231 del 14 luglio 2011