L’identità sprecata
Anche la cultura può finire in pezzi

16 marzo 2011  |  di  |  Pubblicato in In evidenza (A), Slider  |  2 Comments

In un film del 1987, Good Morning Babilonia, di Paolo e Vittorio Taviani, uno dei protagonisti, un restauratore emigrato in America all’inizio del Novecento in cerca di fortuna nel mondo del cinema, così apostrofa un produttore americano: “Queste mani hanno restaurato le cattedrali di Pisa, Lucca, Firenze… Di chi sei figlio tu?! Noi siamo i figli, dei figli, dei figli di Michelangelo e Leonardo; di chi sei figlio tu?”.
C’è, in quella efficace e polemica battuta, la riaffermazione orgogliosa di uno dei tratti più significativi della identità del nostro paese: l’essere una realtà riconosciuta per l’arte e la cultura. Dal periodo del Rinascimento, e poi dai viaggiatori del Grand Tour o dagli osservatori del Novecento, arte, pittura, scultura, musica e letteratura hanno certificato l’esistenza e il prestigio dell’Italia nel mondo.

Picture of Good Morning, Babylon

Picture of Good Morning, Babylon

Si tratta di una posizione di rendita che ha viaggiato di conserva accanto a luoghi comuni (spesso reali) che in un immaginario composito hanno definito l’identità italiana: dalla pasta alla pizza, dal mandolino alle canzoni, da Enrico Caruso a Orietta Berti. Si tratta anzi di un’immagine che, in certi casi, è stata amplificata oltremisura se è vero che da anni circola un luogo comune. E cioè che entro i nostri confini nazionali esiterebbe il 72% dei beni culturali censiti in Europa e il 60% di quelli mondiali. Si tratta di un dato esibito con orgoglio dai nostri governanti – di centro destra e di centro-sinistra – ma non rispondente al vero. Il censimento di cui sopra semplicemente non esiste. Più correttamente, e per ricorrere a un parametro certo secondo l’ultimo aggiornamento effettuato nella riunione del Comitato per il Patrimonio dell’Umanità (Istituito dall’UNESCO), il 30 giugno 2009, in una lista composta da un totale di 890 siti (di cui 689 beni culturali, 176 naturali e 25 misti) presenti in 148 nazioni del mondo l’Italia è il paese a detenere il maggior numero di siti inclusi nella lista dei patrimoni dell’umanità (45), seguita dalla Spagna (41) e dalla Cina (39).

Nonostante questa abbondanza siamo un Paese che sembra nutrire una predilezione particolare a sprecare le proprie identità. All’inizio degli anni Sessanta, in pieno boom economico, l’Italia vantava alcuni primati nel campo scientifico tecnologico che la distinguevano nella comunità internazionale. In settori strategici come quello informatico (si pensi a Olivetti), petrolifero (Mattei) o chimico (il Nobel a Natta) l’Italia si poneva ai primi posti nel mondo.
Oggi in quei settori l’Italia è il fanalino di coda. Non è difficile pensarlo se si pone mente agli scarsi investimenti nel campo della ricerca e della istruzione. Secondo i dati forniti dall’OCSE la spesa annuale per studente nei paesi economicamente avanzati è (espressa in dollari) la seguente: USA 24.370; Inghilterra 13.506; Germania 12.446; Francia 10.995; Italia 8.026. Il che vuol dire che l’Italia investe il 30% in meno della media OSCE che è calcolata in 11512 per studente.
Se poi consideriamo la spesa per la ricerca rispetto al PIL, in Italia è 0,33% contro il 0,38 della Francia, lo 0,41% della Germania, lo 0,45% del Regno Unito, lo 0,39% della media OCSE.

Queste le cifre che indicano una scarsa cura dei nostri governanti per la ricerca e il patrimonio culturale. Ma accanto alla scarsità degli investimenti non è difficile scorgere anche un mutamento di mentalità degli italiani: quasi una pigrizia o incapacità di provare indignazione morale di fronte alla scarsa valorizzazione di un patrimonio che ha reso grande l’Italia nel mondo.
Paradossalmente se l’Italia è considerata come il paese con la più alta concentrazione di beni culturali al mondo, nondimeno i suoi musei sono fra i meno frequentati. Ancora all’inizio degli anni Novanta del Novecento, a fronte di quasi dieci milioni di visitatori annui dei tre principali musei di Londra (National Gallery, British museum, Tate Gallery), i primi dieci musei italiani (compresi gioielli come gli Uffizi o gli scavi di Pompei) non raggiungono neppure un terzo del flusso londinese. Ma c’è qualcosa di più. E di più sconsolante. La percentuale più elevata dei visitatori delle opere d’arte e dei musei del nostro paese è costituita da stranieri (58%), contro appena il 42% degli italiani. Francesi, inglesi, tedeschi, americani: insomma i «nipotini» del Grand Tour mostrano di gradire il turismo culturale in misura ben superiore rispetto agli italiani. Quasi che l’arte e la cultura siano qualcosa di superficiale nei sentimenti e negli ideali collettivi della nazione. Se a ciò si aggiunge il triste primato che gli italiani si sono guadagnati come «distruttori» del paesaggio e dell’ambiente se ne trae la conclusione che, dopo oltre un secolo di vita, gli ideali della cultura non appartengono che in minima parte alla identità del nostro paese.

A conferma stanno anche le cifre che ci rivelano che gli italiani sono un popolo di «non lettori». Dati che si riferiscono al 2008 ci dicono che nel corso di quell’anno venti milioni e 300 mila persone (il 37% della popolazione di 6 anni e più), non hanno letto neanche un libro. Un popolo che non legge ma che mostra una particolare predilezione per la televisione. Se, agli esordi, fra gli anni Sessanta e Settanta del Novecento, il mezzo televisivo era stato capace di assolvere a una funzione «educatrice», a partire dagli anni Ottanta ha iniziato a mutare la percezione degli italiani. È divenuta, in definitiva, una “cattiva maestra” rovesciando valori, etica e costumi. L’introduzione del colore nella televisione italiana ha coinciso con una scoloritura dell’identità culturale del paese. Monumenti, chiese, beni paesaggistici e ambientali, quadri hanno iniziato a essere percepiti più come fonte di reddito di un turismo sempre più di massa, sempre più frettoloso e onnivoro. Il turista e il visitatore di una mostra oggi è desideroso di poter dire “c’ero anch’io” secondo un meccanismo, indotto da certe trasmissioni televisive, che incoraggiano la partecipazione a tutti i costi. Insomma, per parafrasare Erich Fromm, l’italiano sembra più preoccupato di “avere” che di “essere”.

Un tempo facevano notizia e meraviglia monumenti come il Colosseo. Oggi destano stupore e indignazione il crollo degli scavi di Pompei o la distruzione del nostro paesaggio. Sono immagini reali. Ma anche metafore dello stato in cui versa la nostra cultura. Certamente c’è ancora da essere orgogliosi di essere i figli di Leonardo, di Michelangelo (e di Enrico Fermi e di Guglielmo Marconi). Ma anche molto su cui riflettere per non essere identificati esclusivamente come il paese della pizza e del mandolino.

Stefano Pivato, il Rettore


‘La bella gigogin’

La canzone che fece l’unità d’Italia

Nonostante Mameli fosse già eroicamente morto a Roma nel ’49, la canzone “La bella gigogin” aveva avuto il sopravvento su tutti i canti patriottici del tempo. Ogni battaglione, ogni compagnia trovava la sua Gigogin al fianco. Fecero dunque l’unità d’Italia cantando “La bella gigogin: “Daghela avanti un passo – delizia del mio core”. Lo testimoniano diari, racconti del tempo, pellicole cinematografiche tra cui ‘Bronte – Cronaca di un massacro’ diretto da Florestano Vancini, tratto dalla novella di Giovanni Verga intitolata Libertà. Il film ricostruisce la vicenda storica della Strage di Bronte. I mille uomini, che componevano il corpo di spedizione di Garibaldi, erano in parte di Milano e del nord Italia. I garibaldini motivavano la tragica storia d’amore della bella Gigogin morta annegata e del fidanzato che, per il dolore, si suicidò. Il brano, così come le canzoni di gesta e la poesia epica, evoca un mondo antico fatto di sentimenti semplici, di storie narrate su amori lontani di un tempo che fu.

La canzone “La Bella Gigogin” fu scritta nel 1858 dal compositore milanese Paolo Giorza. Venne ufficialmente cantata in pubblico il 31 dicembre1858 al Teatro Carcano di Milano durante un concerto offerto dalla banda civica diretta dal maestro Gustavo Rossari. L’entusiasmo del pubblico raggiunse il delirio, al punto che la banda dovette eseguirla otto volte, segno premonitore di quello che fu l’entrata delle truppe franco-sarde nella città di Milano liberata dopo la vittoria nella battaglia di Magenta (4 giugno 1859).

Testo

Rataplàn, tambur io sento
Che mi chiama alla bandiera
O che gioia o che contento
Io vado a guerreggiar.

Rataplàn, non ho paura
Delle bombe e dei cannoni
Io vado alla ventura
Sarà poi quel che sarà.


E la bella Gigogin
col tremille-lerillellera
La va a spass col so spingin
Col tremille-relillellà.

Di quindici anni facevo all’amore
Daghela avanti un passo
Delizia del mio cuore
A sedici anni ho preso marito
Daghela avanti un passo
Delizia del mio cuore.
A diciassette mi sono spartita
Daghela avanti un passo
Delizia del mio cuor.

La ven, la ven, la ven a la finestra
L’è tutta, l’è tutta, l’è tutta insipriada
La dis, la dis, la dis che l’è malada
Per non, per non, per non mangiar polenta
Bisogna, bisogna, bisogna aver pazienza
Lassala, lassala, lassala maridà.

Le bacia, le baciai il bel visetto
Cium, cium, cium
La mi disse, la mi disse oh che diletto !
Cium, cium, cium
La più in basso, la più in basso c’è un boschetto
Cium, cium, cium
La ci andremo, la ci andremo a riposar.

Ta-ra-ta-ta-ta-tam.

Per non, per non, per non mangiar polenta
Bisogna, bisogna, bisogna aver pazienza
Lassala, lassala, lassala maridà.

Seguici su Twitter…

Social Media

Guida ai servizi

University of Urbino su LinkedIn


UniurbPost - Online Magazine dell'Università di Urbino Carlo Bo 2017 © Tutti i diritti sono riservati
UniurbPost | Online Magazine dell'Università degli Studi di Urbino Carlo Bo
Direttore responsabile | Direttore editoriale
Credits → Registrazione presso il Tribunale di Urbino n. 231 del 14 luglio 2011