Questo ‘parlar materno’
Delle sabbie della lingua unitaria

15 marzo 2011  |  di  |  Pubblicato in Post Opinion, Slider  |  2 Comments

Mi si chiede di intervenire in tempi drastici per il nostro magazine sulla questione dell’unità linguistica. Mi chiedo intanto se ho davvero qualcosa da dire, e subito mi si propone l’immagine di una comoda poltrona davanti alla tv, e della badante di mia madre che non beve nemmeno il caffè senza il telecomando in mano, ipnotizzata da tutto quel che le arriva. Anche la nostra lingua si è seduta in poltrona (in quella poltrona), ed è in gran parte sotto ipnosi, per quanto unificata. Perché appunto è capitato che l’eccesso di cura ci abbia intossicati, e l’estrazione della parola dalla sua più che astratta codificazione ha cancellato ciò che nella lingua è corpo.

Video Display @ American Art Museum di axelhonkrod

Video Display @ American Art Museum di axelhonkrod

La lingua è “la pelle”, diceva Roland Barthes: una grana, dunque, emozionale ed emozionante. Una geografia e una speleologia della sensazione. Una fisicità. E infatti chi questa fisicità la usa (penso al Benigni del commento all’Inno Nazionale – compensi a parte -) e rotola le parole sulle papille derivandone, per il sapore, esaltazioni del movimento, parla una lingua che più non si sa. E colpisce. Certo, è vero, parla a tutti, per diversi gradi, e per quella base comune di unificazione che da tempo ormai è stata riconosciuta come esito fortunatamente raggiunto dal mezzo televisivo (in questi giorni peraltro posto in evidenza da uno spot che tuttavia serve ad incrementare gli introiti del canone). Sicché insomma la retrocessione dei dialetti a favore di una universale reciprocità di parola sembra una conquista (e lo è anche, direbbe Verga, vista a distanza. Un progresso, non senza vittime). Così i dialetti sono andati a rifugiarsi in zone alte di cultura: raffinate e a volte inaccessibili. “Irsute”, come disse Contini del santarcangiolese di Tonino Guerra. Per compenso la lingua italiana, non solo il cosiddetto parlato-parlato, ma il parlato-scritto e mi piacerebbe dire pensato, si è adeguato al basso (non corporeo). A una levigata, scivolosa e strisciante imperturbabilità, se nessuno più si indigna per questa lingua di plastica masticata ogni giorno (che so?) dai politici di qualunque colore, spesso digiuni, quanto ad ars oratoria ma ben nutriti sulla funzione dell’immagine. Sicché ha ragione Giancarlo Majorino (La dittatura dell’ignoranza) quando dice che qualcosa si è rovesciato: prima le parole erano capaci di suscitare immagini (mondi immaginari e reali ad un tempo), ora sono le immagini che suscitano le parole. Se si spegne l’immagine, si spegne anche la parola. Tutto si cancella, senza memoria. A parte la parola inquinata “da asservimenti, da esigenze utilitaristiche, da groppi di dipendenza”, per il suo martellare in pubblicità d’ogni natura. Consumiamo tutto, abbiamo consumato anche la lingua nonostante la meravigliosa acrobazia che dai tempi di Dante a noi si è fatta per possederlo, questo “parlar materno”. Ci vorrebbe forse un nuovo medioevo, linguisticamente parlando, ovvero la convinzione di una possibilità di ri-creazione continua fatta sul presente. Questo processo, per certi aspetti materico e spurio, andrebbe costantemente sperimentato. E se la realtà è uno “gnommero” gaddiano, gnommero sia anche la parola: plurilingue, stratificata, inventiva e persino rugginosa. Di quella ruggine che amava il Foscolo per dare sferza alla scrittura. Non so da dove si potrebbe cominciare. Forse da buone letture, certo (ma gli italiani non leggono!). Forse dalla televisione, se si affacciasse magari il volto rugoso e primordiale di Giuseppe Ungaretti. Se si affacciasse un poeta, non alle tre di notte. Forse dalla scuola, se si insistesse sul lessico sin dalle prime classi, attraverso conquiste percettive, magari. E magari qualche volta usando la penna come prolungamento del corpo piuttosto che la sola lavagna touch screen. Forse anche dall’Università, con un salto mortale all’indietro, recuperando senso critico e quindi moralità (e libertà morale, per non rimanere inerti al nostro tempo). Sì, insomma: l’unità linguistica, se fosse stata unità morale sarebbe stata davvero una incommensurabile conquista. Così, per come ci troviamo oggi, l’abito si è ristretto e ci sentiamo come imbalsamati. Aspettiamo uno Schliemann che ci tolga dalla sabbia, magari un po’ impolverati, ma linguisticamente vivi.

di Tiziana Mattioli

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